NR. 46 anno XX DEL 19 DICEMBRE 2015
la domenica di vicenza
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Angelo Urbani tra delusione e speranza: considerazioni di un artista sul presente

Voce autorevole tra i protagonisti di una stagione ormai superata, è rimasto un punto di riferimento significativo anche per la cultura di oggi, attraverso opere di grande espressione

di Resy Amaglio

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Angelo Urbani tra delusione e speranza: consideraz

Avevo progettato da tempo un incontro con Angelo Urbani, artista della generazione che negli anni Settanta del secolo passato ha improntato in maniera innovativa l'arte a Vicenza, sulla scia dei grandi movimenti internazionali, esplosi da noi nel secondo dopoguerra e fervidamente interpretati dai giovani che approdavano alla ribalta culturale con entusiasmo e convinzione. Urbani è stato una voce autorevole tra i protagonisti di giorni che ci sembrano remoti, ma che restano un punto di riferimento significativo anche per la cultura di oggi.

Nelle nostre intenzioni, avremmo rimestato nel vasto giacimento di ricordi ed esperienze, cercando di rimettere ordine nei nostri stessi pensieri e nelle opinioni contrastanti. Invece, il fango dell'alluvione, sommato ai molti guai nuovi e vecchi del nostro Paese, ha dirottato il corso del nostro colloquio, facendolo alla fine entrare nell'alveo di un discorso dove passato e presente confliggono, con un bagaglio di idealità non semplice da portare, ma dove ancora si fa strada la fiducia: nell'arte, ovviamente, ma non soltanto.

Mai come in questi giorni disastrati, dal fango delle alluvioni ai crolli di antiche vestigia fino alla spazzatura, si è tanto parlato di cultura e bellezza, dell'immenso patrimonio d'arte, malcapitato nelle nostre mani, così purtroppo si dice. Quali riflessioni suscita tutto ciò in un artista come lei, che ha scelto di vivere in un angolo quasi segreto della nostra provincia, tra campagna e collina, ispirando il proprio lavoro all'amore per la terra e le sue tradizioni?

«Sono ferito e addolorato, come chiunque abbia un po' di sensibilità. Però mi disgustano le chiacchiere che si fanno intorno a queste situazioni così gravi, il rifiuto delle responsabilità e il confronto acido tra le diverse regioni colpite da diverse forme di uno stesso male. A scadenze ormai diventate regolari e purtroppo drammatiche parliamo del nostro patrimonio di bellezza e arte. Patrimonio dell'umanità. Ma quale umanità? Oggi siamo confusi, è come se ci fossimo persi».

Le ribalto i termini della questione: quale uomo esce invece dalle sue opere, dove è evidente la continua ricerca di forme che possano testimoniarne la presenza nella natura?

«Un uomo ripensato nelle sue caratteristiche più semplici, essenziali. L'ho conosciuto innanzi tutto attraverso le tradizioni della cultura contadina dalla quale provengo. Confesso che l'umanità che suscita il mio interesse e stimola le mie intenzioni espressive assomiglia molto poco a quella attuale. Come l'umanità umile che abitava i paesaggi dei nostri grandi maestri, l'uomo che cerco di far rivivere nei segni e simboli del mio lavoro fa parte di un universo del quale non si sente padrone assoluto, che rispetta e con cui dialoga. Questo dialogo si è interrotto. I nostri sono giorni difficili, perché stiamo vivendo in una irrazionalità senza qualità».

Sorge il dubbio che il suo ideale cammino a ritroso sia venato di retorica, o porti soprattutto all'illusione, insieme al rimpianto per i paesaggi che non esistono più e che non potremo mai ricomporre.

«Il mio modo di reagire e riflettere è senz'altro condizionato dal mio mestiere d'artista, quindi dalle emozioni; ma non credo che saremmo al punto in cui siamo, tanto carico di problemi, difficoltà e addirittura disastri, se non fossimo intimamente peggiorati. Non è retorica pensare che siamo sull'orlo del baratro, è una forma di paura. Giustificata dai fatti, temo. E quello che lei definisce il mio cammino a ritroso non rappresenta la strada del rimpianto; non immagino il passato semplicemente come qualcosa di idilliaco, un paradiso perduto, sarei uno sciocco. Sono però convinto che concetti come dignità, umiltà, impegno e accettazione della fatica, siano stati necessari per costruire il progresso e lo siano ancora. Dobbiamo ritrovarli e riconoscerli. Non voglio pensare che si siano completamente perduti e dimenticati».

Non è utopica l'immagine dell'uomo che lei ricostruisce interpretando in modo simbolico i segni del mondo naturale in cui compie le sue ricerche? Una sorta di utopia retroattiva, senza dubbio affascinante, eppure illusoria.

«No, non è questo il senso del mio impegno artistico. Nelle mie opere costruisco forme immaginarie, perché questo è il mio linguaggio. Il mio discorso si fonda però su sentimenti reali. Perciò non confido nelle illusioni, ma nelle nostre capacità interiori, tutt'altro che illusorie. Perché cancellarle?».

Lei stesso ha affermato che siamo confusi e smarriti.

«Lo ammetto, ma rifiuto la disperazione: desidero piuttosto credere che potremmo rimediare a tanti guasti, se soltanto alzassimo gli occhi oltre l'utile immediato. Sono certo che ne saremmo capaci. Ormai ci affrettiamo a condannare tutti e tutto. Invece si colgono segnali incoraggianti nel nostro presente, nelle aspirazioni dei giovani e nelle riflessioni delle persone oneste, e ne esistono, che mi convincono ad essere non del tutto pessimista. Utopia? Forse: ma l'utopia può rappresentare una forza, un valore positivo: aiuta a progettare, pensando il futuro senza dimenticare il passato. Anche l'arte è utopia».

Quale responsabilità può assumere l'artista, in un sistema profondamente condizionato da un mercato di valori tanto opinabili?

«Può farsi carico dell'autenticità dei significati che l'arte rappresenta, anche moralmente. Esiste tutto un mondo interiore messo a tacere dagli egoismi senza futuro: ridiamogli voce».

Sta per dirmi che la bellezza salverà il mondo?

«No, nessuno lo dice più, da parecchio tempo».

E crede davvero che l'arte possa dare risposte valide ad interrogativi così pressanti?

«Non tutte le risposte, naturalmente: crederlo sarebbe follia. Però, al di là di ogni deriva, l'arte rimane una strada percorribile, per riprenderci noi stessi, cercando di capire e piegare al meglio anche le ombre che sono in noi. Non siamo ancora del tutto accecati. Purtroppo abbiamo caricato troppa zavorra sulle nostre spalle e non sarà facile liberarcene. Io m'impegno ad essere ottimista».

Il tempo per una verifica è ristretto.

«Spero che nel nostro codice genetico ci siano qualità ancora da rivelare. Oppure sono soltanto un ingenuo sprovveduto?».

 

nr. 44 anno XV del 4 dicembre 2010

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