NR. 39 anno XIX DEL 09 NOVEMBRE 2013
la domenica di vicenza
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Anno nuovo e una tradizione che ritorna ad Ancignano-Sandrigo: ogni domenica alle ore 17 di Italo Francesco Baldo

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Anno nuovo e una tradizione che ritorna ad Ancigna

Nell’ambito della liturgia, ossia del culto pubblico, numerose sono le tradizioni ed in particolare una viene considerata come la più importante; è quella che viene chiamata, erroneamente “messa tridentina” per contrapporla, non si sa da parte di chi a quella “nuova” che Paolo VI nel 1969, preceduta dalla Lettera apostolica, Motu proprio, Sacram Liturgiam del 25 gennaio 1964, dove il papa decretava che alcune riforme previste dalla Costituzione Sacrosantum Concilium a proposito della liturgia fossero attuate, ma anche con l’avviso che: “ l'ordinamento della sacra liturgia spetta unicamente all'autorità della Chiesa e cioè a questa Sede Apostolica e al Vescovo a norma del diritto. Pertanto a nessun altro assolutamente, nemmeno se sacerdote, sia lecito aggiungere o togliere o mutare qualcosa in materia liturgica (Conc. Vat. II, Cost. dogm. sulla Sacra Liturgia Sacrosanctum Concilium, art. 22, § 1 e 22, § 3)”, La vera riforma fu però attuata con la Costituzione apostolica Missale romanum del 3 aprile 1969 che entrava in vigore il 30 novembre. Questo rinnovava quello precedente, “promulgato nel 1570 dal Nostro Predecessore san Pio V per ordine del Concilio di Trento (Cfr. Const. Apost. Quo primum, 13 luglio 1570), è per comune consenso uno dei numerosi e ammirevoli frutti che quel Santo Concilio diffuse in tutta la Chiesa. Per quattro secoli, infatti, non solo ha fornito ai sacerdoti di rito Latino la norma per la celebrazione del Sacrificio Eucaristico, ma venne anche diffuso in quasi tutto il mondo dai predicatori del Vangelo. Inoltre, innumerevoli santi hanno abbondantemente nutrito la loro pietà verso Dio attingendo da quel messale le letture della Sacra Scrittura o le preghiere, la cui disposizione generale risaliva in gran parte a san Gregorio Magno.” Con un preciso richiamo alla tradizione Paolo VI e ai suoi predecessori, il papa esplicitò il rinnovamento che già Pio XII aveva indicato: ” Ma da quando si è sviluppato e diffuso nel popolo cristiano il movimento liturgico che, secondo l'espressione del Nostro Predecessore Pio XII, di venerata memoria, deve essere considerato come un segno della provvidenziale disposizione di Dio per gli uοmini del nostro tempo, un passaggio salutare dello Spirito Santo nella sua Chiesa (Cfr Pio XII, Allocuzione ai partecipanti al primo Convegno nazionale di Liturgia pastorale, tenuto ad Assisi il 22 settembre 1956: AAS 48, 1956, p. 712), ” Così “si è sentita l'esigenza che le formule del Messale Romano fossero rivedute e arricchite. Primo passo di tale riforma è stata l'opera del Nostro Predecessore Pio XII con la riforma della Veglia Pasquale e del Rito della Settimana Santa (Cfr. S. Congregazione dei riti, Decr. Dominicae Resurrectionis, 9 febbraio 1951: AAS 43, 1951, pp. 128 ss.; Decr. Maxima redemptionis nostrae mysteria, 16 novembre 1955: AAS 47, 1955, pp. 838 ss.), che costituì il primo passο dell'adattamento del Messale Romano alla mentalità contemporanea”.

Senza cancellare il Messale Romano precedente diffuso nel 1570, come risultato delle istruzioni del Concilio di Trento che era quasi una replica del Messale Romano del 1474 e che affondava le proprie radici a san Gregorio Magno e in particolare Innocenzo III, vi erano delle novità, che non furono accettate da alcuni esponenti della Curia Romana e da diversi altri vescovi e soprattutto sacerdoti. In particolari i cardinali Ottaviani e Bacci, videro una sorta di avvicinamento al mondo luterano nella riforma liturgica proposta da Padre Bugnini (1912-1982). Costui, laureatosi sulla liturgia tridentina, poi arcivescovo e pronunzio apostolico in Iran fu accusato nel 1976 di appartenere alla massoneria, figurava nella lista di Mino Pecorelli con la data di iniziazione 23 aprile 1963, il numero di codice 1365/75 e il nome in codice BUAN. L’accusa fu smentita, ma il prelato fu in qualche modo allontanato da Roma. I due cardinali rivolsero una Supplica al papa Paolo VI, che la tenne presente, tanto che la riforma entrò in vigore dal novembre 1971 (fonte: “Lo Specchio”, 12 (\969), n.45, pp.24-25). Dall’Avvento del 1971 la riforma liturgica iniziò il suo cammino, seguendo comunque la tradizione, come affermò il papa: ”Si sono pure ristabiliti, secondo le tradizioni dei Padri, alcuni elementi che con il tempo erano andati perduti (Cfr. ibid.); per esempio l'Omelia (Cfr. ibid. n. 52. p. 114), la Preghiera universale o Preghiera dei fedeli (Cfr. ibid. n. 53, p. 114), l'atto penitenziale, cioè l'atto di riconciliazione con Dio e con i fratelli, all'inizio della Messa, che giustamente è stato rivalutato”.

Il nuovo messale per il rito latino, si mantennero quello ambrosiano, seppur rinnovandolo, quelli delle chiesa greche e orientali, doveva affermare l’unità di tutti i fedeli “in tanta varietà di lingue”. Era questa la novità più apparente, ossia che il rito della Messa poteva venir celebrato nelle lingue dei popoli e non solo in latino. Il testo comunque del Messale era nell’edizione propria vaticana solo in latino, perché questa era ed è la lingua ufficiale della Chiesa cattolica. Da ricordare che il testo del Messale romano precedente, che era stato anche aggiornato nel corso dei secoli e in particolare da Giovanni XXIII nel 1962, non fu abolito né misconosciuto, come alcuni ancora oggi credono e soprattutto divulgano.

Il rinnovamento però suscitò, come abbiamo detto alcune difficoltà che dopo poco tempo si esplicitarono in modo preciso, unendosi ad una sorta di avversione per diverse conclusioni cui era giunto il Concilio Vaticano II e riguardavano aspetti teologici e dogmatici oltre che quelli liturgici. Si fece promotore di questa prospettiva il vescovo missionario francese Marcel F. Lefebvre (1905-1991.)

Marcel François Lefebvre è considerato uno dei più influenti cattolici tradizionalisti che si opposero delle riforme apportate dal Concilio Vaticano II e nel post-concilio, e in particolar modo della soppressione della Messa di Pio V, della dottrina della collegialità dei vescovi, dell'ecumenismo e della dottrina della libertà religiosa. Fu missionario in Gabon dal 1931 fino al 1962. Partecipò al Concilio vaticano II e nel 1964 accusò l’assise di “uno spirito di rottura e di suicidio, uno spirito di ecumenismo non cattolico, di un ecumenismo razionalista che è diventato l'ariete del quale mani misteriose si sono servite per tentare di pervertire la dottrina.” Per il vescovo francese la Chiesa si era conta, minata con il Principe di questo mondo. Il teologo francese Y. Congar, consulente della commissione preparatoria del Concilio, al quale partecipò poi come esperto, criticò Lefebvre come uomo negativo, che criticava pressoché tutto. Dopo il Concilio monsignor Lefebvre insieme ad altri teologi, criticò la riforma liturgica e affermò che l’unica tradizione liturgica doveva essere quella emanata da Pio V. Con l’assenso del vescovo di Losanna fondò nel 1970 la Fraternità Sacerdotale San Pio X, con un proprio seminario e ottenne l'"istituzione canonica". Iniziarono i contrasti dapprima con Paolo VI e poi con Giovanni Paolo II; vi furono alcuni accordi come l’uso del Messale romano del 1962 cercarono di avvicinare le parti, ma le distanze aumentavano perché oggetto della contesa non era solo la liturgia ma le conclusioni del Concilio. Sarà però l’ordinazione di tre vescovi senza la preventiva autorizzazione del papa e determinare un vero e proprio scisma. Infatti, i vescovi possono consacrare vescovi, però con l’assenso del papa. Protagonista indiscusso di tutti i tentativi di riconciliazione fu sempre il cardinale J. Ratzinger.

Giovanni Paolo II concesse l’ordinazione di un sol vescovo ma Lefebvre non ubbidì e ne consacrò quattro: Questo comportò la scomunica il 30 giugno 1988 per grave disobbedienza al papa. Giovanni Paolo II lo accusò esplicitamente di “incompleta e contraddittoria nozione di Tradizione”.

La Confraternita fondata dal vescovo francese intanto continuava ad aumentare in numero di associati e di sacerdoti. Giovanni Paolo II concesse in determinati casi l’uso dell’antico Messale Romano, ma ciò non era più sufficiente per ristabilire l’unità. Intanto anche all’interno della Chiesa cattolica si andava affermando la volontà di poter utilizzare la liturgia precedente al 1971. Si distinsero alcuni movimenti che in alcune diocesi italiane ebbero la possibilità di poter celebrare nel rito di Pio V, anche se alcuni di costoro non accettarono il Messale del 1962, ma solo quello precedente addirittura a Pio XII, contribuendo in questo modo ad aumentare le difficoltà.

 Il vescovo francese morì nel 1991, ma non è ben chiaro se la scomunica fu tolta, anche se al suo funerale parteciparono membri importanti della Chiesa ufficiale cattolica.

Il movimento fondato dal vescovo francese è molto attivo e oggi sta tentando una riunione con la Chiesa di Roma, pur tra molte difficoltà frapposte dall’una e dall’altra parte. Ma dovrebbe prevalere il senso dell’unità, si spera.

Intanto Benedetto XVI, subito dopo la sua elezione al soglio pontificio, emanò un Motu proprio, che dava facoltà a qualsiasi sacerdote di poter celebrare la S. messa anche seguendo il Missale Romanum del 1962. Non sfugga a nessuno che il messale concesso è quello del 1962 e non quelli precedenti. Gli ipertradizionalisti, facendo finta di nulla, seguono ancora messali precedenti, come i seguaci di Lefebvre. Il papa con intelligenza di della fede e di unità, non frapponeva ostacoli, ben conscio che la tradizione non può essere esclusa perché ha un suo grande valore. Quindi in molte diocesi, dove i vescovi non accettavano la celebrazione nel cosiddetto rito antico, si sono iniziate le Messe tradizionali. Vicenza la richiesta era partita nel 2004 e il vescovo di allora non concesse a ben 700 firmatari la celebrazione. Il Motu proprio ha risolto la questione e prima nella Chiesa di san Rocco e poi in quella di san Pancrazio ad Ancignano- Sandrigo il rito antico è ripreso ogni domenica alle ore 17.

Quale è il valore del rito antico?

Per valutare i meriti di un rito di Messa bisogna prima considerare la natura della Messa. Ora, la Santa Messa è nient’altro che il Santo Sacrificio del Calvario: il sacerdote è lo stesso, ossia Gesù Cristo nella persona del celebrante; la vittima è la stessa, ossia Gesù Cristo sotto l’apparenza del pane e del vino. Lo stesso sacerdote, la stessa vittima: lo stesso sacrificio.

Ogni rito di Messa della Chiesa Cattolica rende presente questo sacrificio; ci sono molti riti, tra i quali il rito bizantino, il rito ambrosiano, il rito siro-malabarese, il rito nuovo di Paolo VI, ma per valutare un rito particolare bisogna chiedersi quanto esso è adeguato al Sacrificio del Calvario.

Ben è spiegata ciò nelle seguenti righe, tratte dalla riflessione di © 1997 Michael Davies.” Quanto al rito romano antico dobbiamo constatare che esso è molto adeguato al sacrificio del Calvario e questo in tre modi generali, cioè il rito antico manifesta chiaramente la natura sacrificale della Messa, la debita umiltà e la riverenza di coloro che partecipano a questo Sacrificio.

Il rito antico manifesta la natura sacrificale della Messa innanzitutto nel suo uso di un altare sacrificale (e non di una tavola) che contiene le reliquie dei martiri, un altare sacrificale in posizione sopraelevata (come suggerisce l’etimologia del termine altare, da altus, participio pass. di (ad)oleo=faccio bruciare, che rappresenta il monte Calvario; manifesta la natura sacrificale della Messa nel suo uso costante dei termini “sacrificio” e “oblazione”, e nei moltissimi segni di croce.

Il rito antico manifesta l’umiltà in parecchi modi, tra cui i due Confiteor, con il loro ricorso agli angeli e ai santi, la preghiera Domine non sum dignus per tre volte prima della Santa Comunione, il battersi il petto tre volte nel Confiteor e nel Domine non sum dignus e la Comunione in ginocchio e sulla lingua – perché la Santa Comunione non è un oggetto qualsiasi di cui ci si appropria, ma Iddio Stesso che si riceve, in tutta indegnità, umiliazione e raccoglimento.

Il rito antico manifesta anche la riverenza in tutti questi modi e, inoltre, nei moltissimi inchini e genuflessioni del celebrante; nella sua attenzione a non lasciar cadere alcun frammento, neppure il più piccolo del Santissimo Sacramento, a tenere chiuse le dita e a purificare scrupolosamente la patena, il corporale, le dita, e similmente anche il calice.

Questi tre aspetti del rito antico: la sua chiara manifestazione del sacrificio, dell’umiltà, della riverenza vengono espressi in modo esemplare nella preghiera Placeat Tibi, recitata dal celebrante verso la fine della Santa Messa con un profondo inchino: «Sia a Voi gradito, o Santa Trinità, l’ossequio della mia servitù, e concedete che il Sacrificio da me indegno offerto agli occhi della Vostra maestà, sia accetto a Voi e fecondo di bene per Vostra bontà a me e a tutti coloro ai quali l’ho offerto, per Cristo Signore nostro. Così sia».

 

La posizione del celebrante, il latino, il silenzio

Consideriamo adesso tre modi particolari in cui il rito antico è adeguato al Santo Sacrificio del Calvario, cioè la posizione del celebrante, l’uso del latino e il silenzio. Questi tre elementi sono stati oggetto di critica da parte di coloro che non amano questo rito. Il primo elemento viene criticato con frasi come: «Il prete dà le spalle ai fedeli». La risposta semplice a questo è: «Il prete dà la faccia a Dio». Abbiamo visto che la santa Messa è il Sacrificio del Calvario. Questo sacrificio, nelle parole di San Giovanni della Croce, è il Sacrificio di Dio, da Dio, a Dio: è il Sacrificio che nostro Signore Gesù Cristo fa di se stesso a Dio Padre. Durante la Santa Messa il celebrante (nella persona di Cristo) offre questo Sacrificio a Dio realmente presente nel tabernacolo e rappresentato in croce. Non offre il sacrificio al popolo, ma con il popolo e per il popolo, come significa anche la parola liturgia, che significa “l’opera (ergon) per il popolo (laos =laici)” e questo spiega la posizione del celebrante che sta a capo del popolo rivolto come loro e con loro verso Iddio. Criticare questa posizione del celebrante è come criticare un avvocato che non sta di fronte ai suoi clienti nel tribunale. Sarebbe una critica assurda, perché l’avvocato deve presentare il suo caso al giudice per i suoi clienti, e dunque deve essere rivolto al giudice come i suoi clienti e con i suoi clienti che si trovano quindi dietro di lui.

Il secondo elemento, l’uso del latino, viene criticato con frasi come: «Nessuno capisce il latino». La risposta a questo è che, in realtà, alcuni lo capiscono, e molti capiscono almeno qualche elemento, come le preghiere, Gloria in excelsis Deo, Agnus Dei; e tuttavia ci sono libretti con traduzioni per aiutarci a capire, e ci sono stati sempre. È pur vero che il latino esige un certo sforzo per i fedeli, ma ci sono buoni motivi per fare questo sforzo. Un primo motivo sarebbe che il latino è una lingua sacra, maggiormente adeguata al Santo sacrificio della Messa che è un’opera di Dio che trascende assolutamente tutte le cose di questo mondo; un secondo motivo è che il latino è una lingua immutabile, e perciò conviene al Santo Sacrificio che è anch’esso immutabile e reso presente nella sua forma identica con ogni celebrazione della Messa; un terzo motivo è che il latino è una lingua tradizionale che ci unisce con la Santa Messa come fu celebrata nel corso dei secoli; un quarto motivo è che il latino è una lingua universale per tutti coloro che pregano secondo il rito romano, proprio come il sacrificio del calvario è un sacrificio universale: per tutti gli uomini – almeno per tutti gli uomini che vogliono accettarlo. Fino a poco tempo fa un fedele poteva andare a Messa in qualsiasi paese del mondo: Polonia, Cina, Olanda, Germania ecc. e mediante questo rito essere unito agli altri cattolici presenti, ed essere accolto nel seno consolante della madre Chiesa. Infatti, in quanto il latino è tradizionale e universale può unire tutti i cattolici di rito romano di tutte le nazioni e di tutte le epoche. Il latino è una lingua sacra, immutabile, tradizionale e universale, e per questo è più adeguato al Sacrificio della Messa, così come lo è alla Chiesa e al Cattolicesimo.

Si può aggiungere che rigettare il latino dalla Messa significa rigettare anche la più bella musica del mondo, la quale fu scritta per la Chiesa: il canto gregoriano e le opere di musica dei più grandi compositori classici sono stati banditi dalla Chiesa e profanati, confinandoli nelle sale da concerto e negli studi di registrazione.

Ci si può chiedere se la critica della posizione del celebrante e del latino non contenga qualcosa di egocentrico: «Io voglio che il celebrante si indirizzi a me e voglio capire subito». Perché nella Santa Messa non si abbassa qualcosa a livello dell’uomo, ma ci si innalza a livello di Dio; non si rimane rinchiusi nella propria umanità, ma si esce da se stessi verso la divinità; non ci si appropria, ma si dà di se stessi; non si domina, ma ci si umilia davanti alla maestà infinita di Dio. Non si tratta tanto di conoscere, quanto di amare.

Difatti la santa Messa, il Sacrificio del Calvario sono una cosa che non riusciremo mai a comprendere completamente. Se il latino è un modo eccellente per esprimere ciò che possiamo capire, il resto è silenzio. Ora, le persone che non apprezzano il silenzio, che dicono: «Non si dice niente, non si fa niente, non si partecipa», trascurano che il silenzio rende possibile ciò che è più grande delle parole o dei gesti, che permette una partecipazione più profonda nei santi misteri della Messa, ossia la contemplazione e l’adorazione di Dio, l’umiliazione di se stessi e l’offerta di se stessi a Dio. «Fa silenzio e sappi che sono Iddio».

Opera perfetta e mistero

Ci sono due ultimi aspetti del Santo Sacrificio della Messa che vengono ben espressi nel rito antico romano e questi sono la sua perfezione e il suo mistero.

Il Santo Sacrificio della Messa è un’opera perfetta perché opera di Dio, anzi la sua opera più grande: esige dunque una collaborazione corrispondente da parte degli uomini, infatti la Messa solenne secondo questo rito è stata definita il più grande compimento della civiltà occidentale. Tutti gli elementi devono contribuire a quest’opera sublime, divina e umana allo stesso tempo: i gesti, i movimenti, l’architettura della Chiesa, i paramenti, le candele, l’incenso, il canto, la musica, i fiori. Tutto deve tendere ad essere perfetto (humano modo), bello e degno di Dio.

In ultima analisi tutti questi elementi esprimono un mistero che, come abbiamo detto, non potremo mai comprendere: il mistero che Iddio viene chiamato sull’altare da un uomo, che il pane e il vino diventano Dio e rendono presente il Sacrificio del Calvario, che questo Sacrificio unico si ripete nel corso dei secoli, che Iddio sacrifica Dio a Iddio, che Iddio viene consumato dalla Sue creature, che così vengono unite con Lui e con tutti i membri della Chiesa, che tutta la Chiesa sulla terra, nel Purgatorio e nel Paradiso ne godono. Questi misteri esigono un quadro adeguato, un quadro che il rito antico fornisce in modo mirabile, nel quale i fedeli, almeno una volta alla settimana, possano uscire dal mondo moderno e dalla vita quotidiana, dura e talvolta anche dolorosa, per ritrovare un riflesso della bellezza e del mistero di Dio sublime e assolutamente trascendente, Colui che solo può dare un senso alla loro vita; un quadro, infine, dove possano abbassarsi davanti alla Sua divina maestà, adorarLo e offrirsi completamente a Lui in unione con il Santo Sacrificio del Calvario.”

 Questo non deve mancare nemmeno nella liturgia della Messa secondo il Messale voluto da Paolo VI. Non vi può essere contraddizione ma varietà di rito come per le chiese orientali non marca una differenza di contenuto. Necessario è la fede e l’adesione dei credenti, che nella celebrazione non debbono essere distolti dal significato reale, con eccessive, talora, parole del celebrante.

La tradizione, in questo caso il Messale del 1962 che deriva da quello di Pio V con relative poche modifiche, è ritornato e conservare questo tesoro è compito della Chiesa tutta senza quelle preoccupazioni che temono più l’espressione in lingua latina, che non il contenuto. Forse gioverà ricordare che la lingua latina rimane la lingua della liturgia cattolica romana e ambrosiana e che si usa, perché concessa, la traduzione. Infine la lingua latina è per l’Italia un patrimonio di cultura e di fede e non è come qualcuno ancora stancamente afferma, la lingua dei potenti. Se lo fosse, allora sarebbe importante insegnarla anche al popolo, perché così diverrebbe potente pure lui, ma questa non è faccenda della liturgia. Ciò che necessita è invece la fede che si esprime in varietate rituum.

 

Italo Francesco Baldo

 

nr. 01 anno XVIII del 12 gennaio 2013

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