NR. 10 anno XIX DEL 15 MARZO 2014
la domenica di vicenza
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Optatissima Pax: Ągape di Italo Francesco Baldo

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Optatissima Pax: Àgape di Italo Francesco Baldo

Optatissima Pax: Àgape 

IV Parte

 

“Non angustiatevi per nulla,

ma in ogni necessità esponete a Dio le vostre richieste,

con preghiere, suppliche e ringraziamenti;

e la pace di Dio, che sorpassa ogni intelligenza,

custodirà i vostri cuori e i vostri pensieri in Cristo Gesù”.

(Filippesi, 4,6-7)

 

I primi tempi

Il cristianesimo muove la sua storia a partire dalla Resurrezione, ossia dalla Pace, perché la Resurrezione stessa è il segno della pace e l’immagine di Cristo risorto è la pace che i cristiani portano con loro stessi in tutta la vita. Infatti, la pace, ossia Dio stesso, è la condizione nella quale i cristiani debbono vivere sempre perché essa è la realizzazione della promessa, non è legata alla dimensione del tempo, è il significato stesso della storia, la sua ragion d’essere, è universale perché riguarda tutti gli uomini senza distinzione alcuna, dato che l’uomo nascitur naturaliter christianus (Tertulliano, De testimonio animae), in quanto creato da Dio. La pace nel cristianesimo è spiritualizzata non riguarda la condizione sociale-politica ma la dimensione totale della persona umana; è salvifica, nell’accoglierla l’uomo si salva e solo con essa si salva perché è la fine stessa dei tempi. Il compito dei cristiani è ben tracciato ed abbraccia la capacità razionale e quella del cuore, non si esaurisce in un aspetto o in una dimensione. Questa è la novità del cristianesimo e questa verrà accolta dalle prime comunità (àgapi) cristiane. Inizialmente queste sono assimilate nell’Impero romano a quelle ebraiche ma ben presto si distingueranno ed avranno dimensione propria fin dall’età apostolica dove la pace è accompagnata sempre da una visione soteriologia, ossia di speranza, che è legata alla possibilità, accogliendo la Parola di Dio, di prospettare un cammino di salvezza. Questa ha il duplice carattere di percorso personale ed ecclesiale (Atti 9, 31)”. La Chiesa era dunque in pace per tutta la Giudea, la Galilea e la Samaria; essa cresceva e camminava nel timore del Signore, colma del conforto dello Spirito Santo”.

Le prime comunità cristiane vissero senza troppi problemi fino all’età di Nerone, quando nel 64 d.C., vi fu la prima grande persecuzione, ricordata da Tacito, rivelò al mondo romano l’esistenza, considerata un pericolo dall’imperatore. Furono martirizzati gli Apostoli Pietro e Paolo.

Narra Tacito negli Annales, (XV, 44): “Perciò, per far cessare tale diceria, Nerone si inventò dei colpevoli e sottomise a pene raffinatissime coloro che la plebaglia, detestandoli a causa delle loro nefandezze, denominava cristiani. Origine di questo nome era Cristo, il quale sotto l'impero di Tiberio era stato condannato al supplizio dal procuratore Ponzio Pilato; e, momentaneamente sopita, questa esiziale superstizione di nuovo si diffondeva, non solo per la Giudea, focolare di quel morbo, ma anche a Roma, dove da ogni parte confluisce e viene tenuto in onore tutto ciò che vi è di turpe e di vergognoso. Perciò, da principio vennero arrestati coloro che confessavano, quindi, dietro denuncia di questi, fu condannata un’ingente moltitudine, non tanto per l'accusa dell'incendio, quanto per odio del genere umano. Inoltre, a quelli che andavano a morire si aggiungevano beffe: coperti di pelli ferine, perivano dilaniati dai cani, o venivano crocifissi oppure arsi vivi in guisa di torce, per servire da illuminazione notturna al calare della notte. Nerone aveva offerto i suoi giardini e celebrava giochi circensi, mescolato alla plebe in veste d'auriga o ritto sul cocchio. Perciò, benché si trattasse di rei, meritevoli di pene severissime, nasceva un senso di pietà, in quanto venivano uccisi non per il bene comune, ma per la ferocia di un solo uomo”.

Le persecuzioni continuarono nel corso di circa tre secoli; non sotto tutti gli imperatori la condizione delle comunità cristiane fu difficile, vi furono sotto Domiziano, Traiano, Marco Aurelio, Settimio Severo, Massimino Trace, Decio, Valeriano, Aureliano e Diocleziano momenti di forte avversità che portarono alla morte migliaia di cristiani, ma non esiste una fonte documentaria precisa e la fede in Cristo fu considerata come una religione avversa all’Impero perché empia ossia non accettava la religione di Stato. Solitamente tollerante dei vari culti religiosi l’Impero Romano non transigeva sul riconoscimento, almeno formale della religione di Stato e quindi il contrasto con il cristianesimo fu evidente fin dai primi momenti e fino al 313 d.C. con l’editto di Costantino che garantì la possibilità di professare la Fede. Ricordiamo che le persecuzioni furono anche successive nell’antichità. Durante la guerra tra la Persia Sassanide e l’Impero Romano nel 337 d.C. nei territori dell’impero orientale, i cristiani, ormai considerati amici di Romani, furono violentemente perseguitati. I Goti di Atanarico nel IV secolo, i Vandali, cristiani ariani, in Africa nel 429 uccisero migliaia di cristiani cattolici-ortodossi. Durante le vicende che iniziarono con la riforma luterana nel 1517 vi furono persecuzioni, addirittura all’interno della stessa cristianità. L’uccisione di cattolici (Tommaso Moro e molti Gesuiti) nell’Inghilterra di Enrico VIII, la strage degli ugonotti (calvinisti francesi) il 24 agosto1572, san Bartolomeo, in Francia e le persecuzioni di molte sette tra cui quella degli Hutteriti, ancora oggi esistenti negli USA e in Canada dove emigrarono per evitare le persecuzioni nel XVIII secolo. Fu però la Rivoluzione Francese con il suo carico ideologico anticristiano e soprattutto anticattolico ad iniziare le persecuzioni moderne, La Rivoluzione operò non solo eliminando il clero, ma anche la possibilità stessa del clero di essere autonomo dal potere politico. Ben peggio accade in Messico nella seconda metà del secolo XIX, quando anticlericalismo e massoneria si unirono contro la libertà dei cristiani. Si organizzò una Cristiada che durò fino al 1929 i sacerdoti passarono da 4.500 nel 1926 a 334 nel 1934.

I regimi totalitari in primiis quello comunista che perseguitò i cristiani fin dal 1918, il caso Pavel Florenskij fucilato dopo anni di prigionia e torture nel 1937, e asservì la chiesa ortodossa al Soviet Supremo; resistettero solo i cristiani che si riferivano a Roma (cattolici e uniati di Ucraina il cui patriarca J. Slipj nel 1945 è inviato ai lavori forzati in Siberia, dove, sappiamo, moriranno tantissimi esponenti religiosi). Il “ satanico flagello” come definì Pio XI nel 1937 il comunismo sovietico e spagnolo in particolare nell’enciclica Divini Redemptoris Sul comunismo ateo perseguitò particolarmente i Cattolici nei paesi conquistati dell’est europeo, in Cina, in Corea del Nord, in Vietnam, a Cuba. Anche il nazionalsocialismo perseguitò particolarmente i Cattolici, e il papa, sempre Pio XI, intervenne con l’enciclica Mit brennender Sorge (Con bruciante preoccupazione) del 1937. Il pontefice dichiarò l'inconciliabilità della fede cristiana con la divinizzazione della razza germanica, del popolo tedesco e del Führer. E così, se la "soluzione finale" nei confronti degli Ebrei ebbe per i Nazionalsocialisti una priorità rispetto al trattamento da riservare alla Chiesa, l'eliminazione di questa era "l'ultimo grande compito" che Hitler si riservava per il dopoguerra, come sappiamo dalle registrazioni di H. Bormann (Cfr. Enciclopedia Cattolica).

 Purtroppo le persecuzioni durano a tutt’oggi, in particolare nelle zone islamiche. Si calcolano solo nel 2012 circa 100.000 cristiani perseguitati. Per non parlare della persecuzione culturale della religione. Una storia di sangue non ancora finita, ma che sottolinea come il bene della pace debba comunque essere perseguito dai cristiani, perché è il senso stesso della loro fede, fin dalle prime comunità che subivano senza ribellione politica, oggi si chiamerebbe liberazione secondo i teologi della liberazione.

La vita delle prime comunità cristiane non era certo di relazione politica con l’Impero, camminava a lato, dato che ciò che è di Cesare, appartiene a Cesare e non alle comunità cristiane. Una separazione dalla politica e, come affermava l’apologista Giustino (100-162/68?) (Apologia, I, XII, 1) nel 150 d.C. rivolgendosi all’imperatore Antonino Pio, il cristiano riconosce e adora un solo Dio, ma per il resto è ligio agli ordini dell’imperatore, prega perché questi possa adempiere con l’aiuto divino, ai suoi doveri: “Nessuno però, quando presta servizio militare, s'intralcia nelle faccende della vita comune, se vuol piacere a colui che l'ha arruolato.” (Timoteo, 2, 2,4). Ciò portò le comunità a riflettere sugli obblighi militari e sulla guerra. Nulla a che vedere con il linguaggio talora usato di milizia Christi che non aveva significato bellico, ma di essere di essere sottoposto al Redentore e opera per il bene anche civile: “Insieme con me prendi anche tu la tua parte di sofferenze, come un buon soldato di Cristo Gesù” (Lettera a Timoteo, 2, 2, 3).

L’Impero aveva necessità di soldati e la leva, ricordiamolo, durava 20 anni, non vi era che in parte una vera e coscrizione obbligatoria, ma il numero dei militari, data all’estensione dell’Impero stesso era enorme ed era in genere coperto da numerosissimi volontari. Esisteva per i cristiani il problema, ma questo trovava anche facile soluzione, bastava farsi sostituire; inoltre, attesta lo storico Giuseppe Flavio (37-100), Antichità, 14, 10,6), i cristiani erano assimilati agli ebrei e quindi godevano delle esenzioni. Nei primi due secoli dell’era nuova, i cristiani erano ancora piccoli di numero e quindi non suscitarono problemi per la militanza. Gli scrittori cristiani poi non teneva proprio gran conto dello Stato e della vita militare, la dimensione della Pace. È vero che allo Stato era demandata la pace terrena come sosteneva Atenagora (133-190) nell’Apologia a Marco Aurelio e Commodo. In realtà il cristianesimo non era ostile allo Stato, ma lasciava a questo i suoi compiti, affermando la necessità comunque di un vincolo, in modo che il potere politico non contrasti quella visione universale che di cui erano portatori i cristiani. Una pacifica collaborazione era richiesta.

A partire dalla fine del II secolo però si assiste ad una prospettiva che vede i cristiani assumere una posizione che sottolinea l’incompatibilità tra la fede e l’esercito. Questa era sempre più visto come negativo, portatore di prepotenza, di spargimento di sangue. Possiamo dire che qui inizia una prospettiva antimilitarista che nel corso dei secoli fino ad oggi ha una sua peculiare storia, Come non ricordare la riflessione sulle nefandezze degli eserciti compiuta sovente da Erasmo da Rotterdam nelle sue opere (Dulce bellum inexpertis, Quaerela pacis undique profligata, Morias encomium). Sarà però con Tertulliano (160-220) che il cristianesimo svilupperà una posizione di netta separazione con il mondo della politica. Il Cristiano non può accettare la corona che non sia quella di Cristo e pertanto anche quelle militari sono condannate. I soldati che si convertono al cristianesimo, è preferibile che lo abbandonino, perché sarò difficile per lui non cadere in azioni illecite. Il problema dell’ubbidienza al comandante è risolto con l’indicazione che l’uomo cristiano non deve peccare e pertanto le azioni militari sono facile preda del peccato, pertanto…

Una posizione netta, i cristiani sono solo “soldati di Cristo” e obbediscono solo agli ordini del loro vero re. Vi è dietro a ciò l’affermazione del valore assoluto della pace e il rifiuto anche di collaborare con le azioni richieste dallo Stato.

Un altro scrittore cristiano, Lattanzio (250-327), sosterrà (cfr. De divina institutione, VI, 20) il divieto assoluto alla guerra che è “esecrabile”, solo la possibilità di una pace universale, assicurata dalla saggezza di tutti, deve essere perseguita. Si giunge perfino a quelle posizioni, dette Costituzioni ecclesiastiche egiziane, nelle quali si nega valore al servizio militare ai suoi costumi al suo giuramento all’imperatore: Christianus sum, non possum militare (cfr. Acta Maximiliani in Acta sincera martyrum, Ratisbonae, 1859, p.340ss.).

Il martirologio indica molti cristiani provenienti dalle fila dell’esercito che furono condannati e messi a morte per la loro fede, ne sono esempio san Sebastiano che subì il supplizio durante l’impero di Diocleziano e i 40 martiri di Sebaste nel 320 d.C. (cfr. Epifanio (315-403), Haereses e Cipriano (210-258), Epistula XXXIX e Historia ecclesiastica).

Vi erano però altre tendenze, rappresentate da Origene (183/185?-253/54?) che prospettava una visione di collaborazione, anzi quasi una sintesi, individuando nell’Impero un senso provvidenziale. Il cristiano aiuta l’imperatore con la preghiera più che con le armi. Non vi è contrarietà assoluta alla guerra, che è (cfr. Contra Celsum), un fatto naturale non condannabile, come dimostrano le api e le formiche, nella cui vita sociale sapientemente ordinata, ci sono anche i conflitti, quasi la sottolineatura che queste guerre siano giuste. Ciò che condanna Origene è la ribellione, la seditio, la guerra civile che non può essere ammessa all’interno di una comunità. Il bellum civile con il suo carico di disordine è sempre negativo. La guerra contro chi attenta alla tua vita, anche dello Stato assume una legittimità, come difesa della comunità, è lecito resistere se le forze del male operano.

Visioni diverse, che però non negano mai che il vero compito del cristiano è quello della Pace; il problema della guerra, dell’esercito sono contingenti; richiedono una soluzione. Non si arrivò mai ad un vero divieto ufficiale che impedisse l’uso delle armi al servizio dell’Impero, ma la questione fu sempre ed è dibattuta.

Con l’editto di Costantino, detto di tolleranza, la questione viene nuovamente affrontata, non si può certo contrastare ora l’Impero, ma resta la questione. Una prima prospettiva l’abbiamo nel Concilio di Arles del 314 d.C. che doveva definire il problema donatista che sosteneva l’inconciliabilità della Chiesa con lo Stato e riteneva valida solo la chiesa dei martiri, un eccesso di rigorismo e di “ritorno alle origini” che ha anche recentemente pervaso la Chiesa.

In questo concilio si stabilì che coloro che arma proiciunt in pace” (tr. accettata: è proibito usare le armi in tempo di pace). La discussione su questa indicazione è complessa e qualcuno sostiene che sia relativa ai combattimenti tra gladiatori e non riferibile all’esercito, ma altri sostengono che non è possibile che i cristiani abbandonino l’esercito durante la pace tra Stato e Chiesa. Un ulteriore segnale della complessità del dibattito che non è mai di fatto cessato.

Durante il IV secolo d.C. la questione, considerato anche l’affermarsi sempre più di una collaborazione tra la Chiesa e l’Impero, iniziò a trovare nuove indicazioni. Queste vennero dapprima dal vescovo di Milano, Ambrogio (339/40?-397), che nel De officiis ministeriorum considerava pur in modo vago, la guerra come necessaria per difendere lo Stato e la giustizia e di conseguenza anche la religione, ma non era un accondiscendere alla violenza certamente perché il presule si indignava certo contro coloro che spargono il sangue umano perché andavano contro la vita che Dio aveva donato (cfr. Exameron, VI, 8,48) ed è noto l’episodio nel quale egli impedì all’imperatore Teodosio di entrare nel duomo di Milano, perché non si è pentito ancora del sangue sparso, quando massacrò una folla a Tessalonica (odierna Salonicco.)

 Optatissima Pax: Àgape di Italo Francesco Baldo (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica)

 

 

Sant’Ambrogio impedisce all’imperatore l’ingresso in chiesa, Antoon van Dyck, National Gallery-Londra

 

Il Vescovo Ambrogio è ben chiaro nella sua linea, anche quando sostiene che ai chierici non è mai lecito bellare (guerreggiare) e nemmeno militare, ossia prendere parte a ciò che compie un esercito (oggi diremo un partito?), perché essi sono e debbono essere promotori di pace in tutta la comunità. “È turpe vedere l’elmo sui capelli bianchi e soprattutto se questi sono di un papa”, sosterrà Erasmo nel Lamento della pace ricordando Giulio II e le sue campagne militari che l’umanista considera per questo ed altro escluso dai cieli (cfr. Julius exclusus e coelis).

E però il vescovo di Ippona, allievo di Ambrogio, che al problema darà una prospettiva che verrà costantemente tenuta presente nel corso dei secoli e ispirerà la relativa riflessione. Agostino (354-430), il grande padre della Chiesa, nella sua precisa tensione alla contemplazione di Dio attraverso il Figlio e lo Spirito Santo considera il problema della guerra e della pace in diverse opere e un approfondimento sul tema della pace è nel De civatate Dei, con evidenza nel Libro XIX.

Il tema della guerra fu analizzato quando Agostino affrontò le riflessioni manichee di Fausto di Milevi. Costui in un suo testo aveva affermato che l’Antico Testamento era pieno di violenza e di guerre crudeli. La risposta contenuta nell’opera Contra Faustum indica che la questione non va riguardata solo nell’aspetto temporale, ma è in relazione all’autorità di Dio al quale solo spetta semmai l’autorità di far fare la guerra. Gli uomini non possono belligerare a meno che Dio non lo voglia (cfr. Lettera n.189). Così fu nell’Antico testamento e così deve essere perché l’uomo è sempre destinato alla pace. Certo per Agostino la guerra ha anche connotazione di giustizia, quando vi sia il rifiuto a restituire quello che è stato ingiustamente sottratto; ciò perché l’ordine delle cose non può essere violato, in quanto è peccato e pertanto per chi viola deve esserci una punizione (cfr. De malo, 3,7). Non è questa però la sede per riflettere specificatamente sul problema della guerra e della sua moralità; per ciò mi permetto di rimandare allo studio del gesuita A. Brucculeri, Moralità della guerra, Roma, La civiltà cattolica, 1943.

Ritornando al tema. La pace per Agostino è fondata sull’amore che la fa ricercare con tutti, compresi i nemici, perché la pace è desiderio di averli compartecipi nella patria celeste (Civ. Dei 5,19.) Essa è da ricercare da ogni persona, anche nell’armonia dell’anima e del corpo (Civ. Dei, 19), in quanto essa è felicità e non vi è uomo che non la desideri per naturale appetizione della stessa razionalità ed è anche il fine dei buoni, dato che è attraente, e bella. Dio stesso regge la Pace perché egli è la Pace e solo il malvagio la odia. La pace di Dio che nella vita terrena è incerta, deve comunque tendere a manifestarsi prima di tutto nella famiglia e da questa nella vita civile, tanto che è meglio uno stato che viva in pace, piuttosto che un grande stato tenuto insieme da continue guerre. Tra tutte poi quella civile è la peggiore perché nega la pace tra coloro che debbono per ragioni di vicinanza, di parentela cercarla. Comune a tutti gli uomini sia credenti sia non credenti la ricerca della pace. essa però assume la sua pienezza solo in Cristo. Si affaccia già in Agostino quella prospettiva che vede l’uomo, creatura di Dio, potere per natura comprendere con il suo lume (la ragione) il bene della pace, ma il cristiano che ha Cristo stesso come Pace deve valorizzarla al massimo, pur nella consapevolezza della caduta umana e delle sue difficoltà e della limitatezza che può avere nella vita terrena, che è facile preda del peccato. Abbiamo così una pax terrena che permette una vita migliore, un solacium miseriae ma questa non accontenta il cristiano. La pax Babylonis, ossia quella temporale, riguarda anche i cristiani e “per questo l’Apostolo –san Paolo – (I. Timoteo, 2,2) ha invitato la Chiesa a pregare per i re e per gli uomini che stanno al potere in babilonia, aggiungendo: Perché possano trascorrere una vita calma e tranquilla con tutta pietà e dignità. Il profeta Geremia (29,7), preannunciando all’antico popolo di Dio la schiavitù e trasmettendogli il comando divino di andare docilmente in Babilonia, servendo il proprio Dio anche in questa prova, ha invitato anch’egli a pregare per essa con le parole: Dal suo benessere dipende il vostro benessere, naturalmente un benessere provvisorio e temporale, comune a buoni e cattivi.”(Civ. Dei, 19,26) ed è sollievo dell’infelicità. Su ciò anche la Lettera n.189: ”La pace deve essere nella volontà e la guerra solo una necessità, affinché Dio ci liberi dalla necessità e ci conservi nella pace! Infatti, non si cerca la pace per provocare la guerra, ma si fa la guerra per ottenere la pace! Anche facendo la guerra sii dunque ispirato dalla pace in modo che, vincendo, tu possa condurre al bene della pace coloro che tu sconfiggi. Beati i pacificatori - dice il Signore - perché saranno chiamati figli di Dio. Ora, se la pace umana è tanto dolce a causa della salvezza temporale dei mortali, quanto più dolce è la pace divina, a causa dell'eterna salvezza degli Angeli! Sia pertanto la necessità e non la volontà il motivo per togliere di mezzo il nemico che combatte. Allo stesso modo che si usa la violenza con chi si ribella e resiste, così deve usarsi misericordia con chi è ormai vinto o prigioniero, soprattutto se non c'è da temere, nei suoi riguardi, che turbi la pace”.

I cristiani hanno però una pax nostra, la pax Christi da perseguire e la cui realizzazione completa sarà la pax finalis, quando la creatura avrà raggiunto il Creatore e vi sarà la pace dell’ottavo giorno senza sera e senza tramonto.

La Pace nell’insegnamento di Sant’Agostino ancora oggi è una tensione a Dio che si manifesta nell’amore che i cristiani debbono avere tra loro, consapevoli delle vicende umane, della vita necessaria nella città terrena, ma mai elevandola ad assoluto. Lo spirito della pace non è restringibile nella vita politica, ma a partire dall’anima e dal corpo di ogni persona si trasmette come tensione a coloro che egli ama, ossia a tutta l’umanità in un messaggio universale che tende a coinvolgere tutti, perché la pace non è un semplice stato o condizione terrena, ma il senso stesso della storia, il suo perché, che è sempre e solo Cristo. Sarà l’ottavo giorno della vita eterna”il quale è stato consacrato nella resurrezione di Cristo, prefigurando il riposo eterno dello spirito e del corpo. Là riposeremo e vedremo, vedremo e ameremo, ameremo e loderemo. Questo sarà alla fine e non avrà fine. Quale altro è il nostro fine, se non arrivare al regno che non ha fine? “(Civ. Dei, XXII,30,5).

La pace della comunità cristiana, dell’àgape, è la più importante ed essa va salvaguardata anche contro le eresie, che minano l’unità e la concordia dell’amore. Con sant’Agostino si afferma la necessità di combattere le eresie, ma lo scopo non è la distruzione, ma il ravvedimento e la comprensione che nessun uomo da solo più spiegare il mondo e pretendere di essere l’arbitro, proprio per questo esiste la Chiesa come insieme concorde nelle diverse voci che finiscono però sempre all’unisono.

 Una prospettiva questa che verrà tenuta presente e nelle diversità dei tempi costituirà un punto di riferimento in quanto costituisce sullo specifico problema della pace il più alto punto della Patristica cristiana latina e ad essa si richiameranno molti durante il corso del Medio Evo e delle successive età fino ad oggi, perché essa è improntata ad una visione orizzontale, ossia l’umanità che sa della guerra e dei suoi mali talora inevitabili e talora anche necessari, che tende con fatica alla pace, “pace vera e vera felicità, anche quaggiù quanto è possibile, in vista e in preparazione della felicità eterna, ma agli uomini di buona volontà.” (Pio XI, Divini Redemptoris). Pertanto la pace ha anche una visione verticale, poiché riconosce in Cristo la divinità che è la pace che vive nell’agape.

 

Italo Francesco Baldo

nr. 09 anno XVIII del 9 marzo 2013

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