NR. 10 anno XIX DEL 15 MARZO 2014
la domenica di vicenza
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IL VIAGGIATORE. Ma in Rete non si trovano più i “Baci da Caorle”

La magnifica mostra di cartoline della collezione Rossato in Basilica rivela quanto tre parole dietro una foto di spiaggia resistano nel tempo. Più di un blog, di Twitter, e della tanto mitizzata Comunicazione Permanente

di Stefano Ferrio

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IL VIAGGIATORE. Ma in Rete non si trovano più i “B

“Baci da Caorle”, messi per iscritto dietro file di cabine e ombrelloni. E certificati da varie firme, fra le quali distinguere quella “calligrafica” appresa dal nonno in una scuola ottocentesca e, sotto a destra, lo scarabocchio della nipotina. La stessa Miriam che, oggi nonna a sua volta, l'ha ritrovata come segnalibro dentro una vecchia edizione di “Piccolo mondo moderno”.

Oppure una Roma in bianco e nero, ma incendiata lo stesso dal solleone, deserto di rovine e lontane lambrette, dietro il quale “papà” affidava a quest'unica parola di quattro lettere la traccia affettuosa di un suo viaggio di lavoro.

Quel “papà” non c'è più da anni, eppure la sua cartolina, scovata durante un trasloco, campeggia sul frigorifero della bisnipote. La stessa Carlotta che ama accostare immagini d'altri tempi ai “Baci da Agadir”, spediti da un collega della banca in viaggio di nozze, e a una vecchia immagine dei Rolling Stones nobilitata dal bollo della regina, nonché dalla firma di zio Teo, che li vide suonare a Londra nel lontano '65.

IL VIAGGIATORE. Ma in Rete non si trovano più i “B (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica)La sontuosa mostra di cartoline della collezione Rossato, appena inaugurata a Vicenza, in Basilica Palladiana (dove resterà aperta fino al 7 aprile), non serve solo a evocare immagini del genere, ma anche a favorire più di una riflessione sul Passato delle cartoline, e su un ben diverso tempo presente. Lo stesso “oggi” spacciato come Era della Comunicazione Permanente, salvo poi riconoscere che poco o nulla di tutti questi clamori resta appiccicato, come accadeva allora, a frigoriferi, lavagne, diari scolastici, supporti grandi e piccoli di un bene comune noto come Memoria.

Con un paradosso che gli storici del contemporaneo conoscono già bene, ma che pure noi profani possiamo sperimentare a piacimento. Se infatti facciamo capolino nel salone della Gianna, può capitare di ascoltare, trasmessa da una nostalgica radio, quell'ipnotica e dolcificata “Cosa resterà degli anni Ottanta?” con cui il buon Raf fa tuttora da supplente agli storici, rammentando alle signore sotto il casco per lo meno gli scarponcini Monclair, e il ciuffo di Simon Le Bon sognato sulle note dei Duran Duran. Facendoci concludere che per fortuna c'era, e c'è ancora, un Raf capace di riesumare in una Barbara allora ventenne, quale marca di jeans indossava, quali, ben distinti, odori di pelle sentiva dentro la Ritmo rossa di Guido, e quali luci di discoteca può tuttora abbinare agli ultimi echi della Guerra Fredda, a un boom della Borsa oggi inimmaginabile e, addirittura – se la memoria lavora a fondo - a un Gianni Pandolfo, amico di nonno Walter e presidente dell'estinta Provincia di Vicenza.

Potremo, fra dieci anni, o anche fra sei mesi, trovare cartoline e canzonette in grado di aiutarci a rivedere in una moviola altrettanto nitida i difficili giorni che stiamo vivendo? Cosa resterà delle denunce lanciate in Rete dai blogger grillini di Spagnago? Quale eco rimbomberà nella testa di Orfeo del perduto amore che gli dichiarava via sms la sua perduta Jessica? Quali storici saranno in grado di riesumare, dal Grande Nulla chiamato Cestino, le mail sul tramonto leghista intercorse fra Merendaore, Zugliano e la Boston dove insegna lo zio Claudio? Chi saprà fermare in Twitter le parole dello zio parroco più folgoranti di quelle del Papa volato via in elicottero?

“Siamo noi che scriviamo le lettere” canta tuttora Francesco De Gregori in quella sua “Storia” struggente, fatti i dovuti distinguo, come un Infinito leopardiano. Profetico verso, inviato nel tempo a noi che oggi tormentiamo tasti alfabetici tutto il santo giorno, ma senza più una carta da lettere dove fermare per lo meno un “Sai che è morto lo zio Alfredo?”, un “Giorgio ti amo”, un “Aspetta che ti passo la ricetta della zia Irma per la torta Monte Bianco”. O semplici cartoline da appendere al frigorifero, al bordo della scrivania, dentro cassetti che solo noi possiamo riaprire. “Saluti da Teramo”, “Baci da nonna Eufemia”, più quel “Ti penso sempre” rivelatosi fallace, ma all'epoca marmoreo come un teatro greco, fulgido come il Canal Grande, sublime come una torre dolomitica. Eravamo sempre noi, gli stessi delle lettere, a sorridere con la cartolina in mano.

 

nr. 09 anno XVIII del 9 marzo 2013

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