NR. 14 anno XXII DEL 15 APRILE 2017
la domenica di vicenza
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Inferno, lo spettacolo si improvvisa

Il progetto prevede l’incontro tra ragazzi-attori con disabilità e il pubblico, quindi non tutta sulla scena è codificato e già deciso

di Elena De Dominicis
elenadedominicis@virgilio.it

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Inferno

Anna Cappelli (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica)@artiscenichecom

 

Procede la stagione teatrale dell’Astra di Vicenza con i veronesi Babilonia Teatri, premiatissima compagnia di teatro contemporaneo. Lo spettacolo è intitolato “Inferno” dove il poema dantesco viene usato come pretesto per far incontrare col pubblico alcuni ragazzi affetti da varie disabilità e condividere con loro un momento teatrale. Lo spettacolo in prima regionale inaugura il progetto “classico contemporaneo” del cartellone “Terrestri 15-16”. Abbiamo incontrato Enrico Castellani, regista e interprete di Babilonia Teatri.

 

L’ingresso del pubblico in sala è con le luci accese, voi giocate, come se fosse il pubblico a essere incluso nella pièce. Lo scopo di un “opening” fatto così è anche quello di abituare i ragazzi alla situazione?

Inferno (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica)Enrico Castellani: “Lo scopo è che a noi piace iniziare lo spettacolo stando già in scena e in questo particolare spettacolo è un modo per includere il pubblico e per presentarci immediatamente in una situazione giocosa e che vuole raccontare di mondi che spesso non conosciamo e rispetto ai quali tante volte uno ha difficoltà a venire in contatto. Entrare così semplifica la vita al pubblico da una parte e a noi dall’altra. La dimensione ludica credo sia quella primaria del teatro e che questa scena riesce ad esprimere, che per noi ha un senso e un valore, che gli attribuiamo e che ci piace condividere con i ragazzi in scena”.

Quanto l’andamento dello spettacolo è condizionato dalle reazioni dei ragazzi o da quello che dicono?

“Ci sono dei contenuti che sono stati decisi e che vogliamo veicolare ma che non sono assolutamente codificati perché le persone sul palco non sono attori veri e propri. C’è una gran parte di improvvisazione e c’è un gioco che è anche fatto col pubblico, di fare in modo che non sia chiaro che cosa è stabilito e cosa no, fino a che punto. Questa dinamica per noi ha una grande forza di tipo teatrale e di presa, proprio”.

Tu li guidi, sei un po’ il loro capocomico ma sembri anche un po’ un educatore. Il vostro è un teatro molto di parola, stretta, con un ritmo rigoroso: in Jesus, andato in scena al Teatro Olimpico due anni fa, si viene trascinati in un vortice molto preciso. Questa vostra precisione viene a mancare. Qui qual è la struttura?

“Quando siamo in scena noi, quel modo di parlare e di stare è il nostro modo per trovare un’autenticità nello stare sul palcoscenico. Qui è come un’altra faccia della stessa medaglia, dove la ricerca dell’autenticità avviene invece raccontando il mondo attraverso di noi facendolo salire direttamene sul palcoscenico”.

Loro sono simpaticissimi, ma non c’è il rischio che la gente rida per liberarsi?

“Di sicuro non si cerca un riso comico: è un riso liberatorio perché credo che comunque incontrare e conoscere sia un bisogno che non viene frequentato abbastanza, tante volte c’è un riso liberatorio che può essere di imbarazzo o amaro o tutte queste cose insieme, a seconda anche del vissuto e dell’esperienza e della conoscenza che ognuno ha”.

Inferno (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica)Alcuni hanno dei limiti forse invalicabili, altri invece riescono a gestirsi bene la scena, almeno, con semplicità ai nostri occhi. Tante volte dal teatro di ricerca ci si aspetta grande tecnica e ricerca approfondita. Portare in scena queste persone pone dei limiti nei confronti della drammaturgia?

“Questo è un campo della nostra ricerca come ne esistono altri: portarli sulla scena è una scelta precisa etica ed estetica che io non vivo assolutamente come un limite; è una possibilità come ne esistono altre. Chiaramente se lavori con degli attori e un testo lavori in un modo, se lavori con loro, in un altro. Le due cose non si escludono, una ha dei limiti, l’altra ne ha degli altri. Fare i conti con i propri limiti per noi è sempre stato un punto di forza e credo che sia sempre la strada migliore, piuttosto che provare ad ignorarli, perché comunque emergono in ogni caso”.

Come avete scelto i ragazzi?

“Loro sono di una compagnia che si chiama ZeroFavole con cui collaboriamo da un paio d’anni e che abbiamo conosciuto attraverso Stefano Masotti con cui abbiamo collaborato nella realizzazione di Pinocchio: non è stata una scelta dovuta ad una sorta di provino ma semplicemente data da un incontro”.

Quale è stato il vostro percorso drammaturgico in modo da rendere lo svolgimento compatibile con le esigenze di tutti? C’è una ragazza che non parla.

“È stato un lavoro laboratoriale molto lungo che portiamo avanti da un paio d’anni e che per noi non è finito. C’è stato il lavoro corale col gruppo da una parte e il lavoro con il singolo dall’altro che ci hanno portati a fare alcune scelte e affidare alcuni compiti a qualcuno piuttosto che a un altro. Alcune cose sono più o meno codificate, altre sono assolutamente lasciate libere e altre che io cerco di cambiare ogni volta perché se ripetute esattamente uguali a se stesse non stanno in piedi perché, come dicevo prima, loro non sono attori e non hanno i tempi teatrali, anzi più vengono spostati, più diventa interessante il lavoro”.

Inferno (Art. corrente, Pag. 2, Foto generica)

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