NR. 07 anno XXII DEL 25 FEBBRAIO 2017
la domenica di vicenza
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Al Teatro Comunale
in scena un altro "film"

La versione di "Qualcuno volò sul nido del cuculo"con la regia di Gassmann

di Elena De Dominicis
elenadedominicis@virgilio.it

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Qualcuno volò sul nido del cuculo

Anna Cappelli (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica)@artiscenichecom

 

(Credits foto di scena Francesco Squeglia)

 

Qualcuno volò sul nido del cuculo (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica)Questa settimana al Teatro Comunale di Vicenza è andato in scena il celebre titolo “Qualcuno volò sul nido del cuculo” con la regia di Alessandro Gassmann, tratto dal romanzo di Ken Kesey del ’62. Famosa fu la trasposizione cinematografica del ’75, che vinse 5 Oscar: miglior film ai produttori Michael Douglas e Saul Zaentz (“Amadeus”, “II paziente inglese), miglior regia a Milos Forman, miglior attore protagonista a Jack Nicholson, miglior attrice protagonista a Louise Fletcher, migliore sceneggiatura non originale. Qui l’adattamento ci porta nell’ospedale psichiatrico di Aversa, in provincia di Caserta, nel 1982, e la partita di baseball viene sostituta dai mondiali di calcio. Sul palco una squadra di attori magnifici, con Elisabetta Valgoi nella parte della caposala Suor Lucia e Daniele Russo in quella di Dario Danise (nel film Randle Patrick McMurphy- Jack Nicholson). Una versione teatrale che nell’indagine psicologica dei personaggi riesce a superare il capolavoro di Milos Forman. Abbiamo incontrato Daniele Russo, protagonista della pièce e presidente della Fondazione Teatro di Napoli- Teatro Bellini produttrice dello spettacolo.

 

Il film è del ’75, il tuo personaggio canta “A me piace ‘o blues” di Pino Daniele che è del 1980. Come mai Gassmann ha voluto l’ambientazione a Caserta e in quell’anno?

Qualcuno volò sul nido del cuculo (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica)Daniele Russo: “Ci servivano gli anni ‘80 per raccontare qualcosa che sarebbe stato molto percepibile per il pubblico. Il romanzo, così come il film, parlano di questa finale di baseball che l’infermiera (la suora da noi), impedisce di vedere. A noi italiani l’idea di perdere una partita di baseball non dà la percezione della gravità della cosa. Maurizio De Giovanni ( curatore dell’adattamento ndr) e Alessandro hanno studiato e incontrato ex direttori di carceri psichiatrici e si sono resi conto che, pur essendo a ridosso della Legge Basaglia, erano ancora un caso: la legge è del ’78 ma è stata una cosa graduale e ancora oggi il caso è irrisolto. Quello di Aversa poi è stato uno dei più famigerati”.

Gassmann usa molto il linguaggio cinematografico: ritaglia la scatola scenica per creare un effetto visivo di primo piano, e c’è questo espediente delle proiezioni, il gigante illuminato con simbologie diverse, un po’ Nikita Michalkov fa queste cose, che significato hanno?

Qualcuno volò sul nido del cuculo (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica)“È la drammaturgia. Nell’unica scena in cui il personaggio si apre, ti rendi conto che quello di cui lui mi parla lo ha raccontato sottoforma di immagini e video arte sul velatino: c’è la signora che entra e lui si gira a cercare, che è la mamma; è tutto il mondo di Ramon. Poi c’è quel momento in cui mi fa vedere le lucciole: è una scintilla, uno punto di contatto, non è vero forse che ci sono quelle lucciole”.

Voi vi rivedete?

“Abbiamo dei video ma io non amo rivedermi, anche nelle cose che faccio al cinema o in tv, vorrei sempre aver fatto qualcosa di più e meglio. La cosa più cinematografica di Alessandro è proprio il modo in cui lavora con gli attori, il teatro è sempre, di per sé, diverso di replica in replica ma questo è uno spettacolo sempre vivo, veramente ogni sera ci stupiamo perché siamo persone vere all’interno di un meccanismo che è chiaramente sempre quello ma ci capita spesso di sorprenderci tra di noi”.

Sono passati 40 anni dal film, nel frattempo ne sono stati fatti altri su situazioni coercitive, penso a “Magdalene” o “Filomena” con Judy Dench. La crudeltà qui è edulcorata.

“il teatro, nel momento in cui tratti la follia, ti consente di avere dei momenti che ti aiutano a far arrivare l’emozione in maniera più violenta, me ne accorgo in certi momenti in cui la gente sta ridendo poi arriva un “cazzotto” e si bloccano. Dopo che si è riso non si aspettano la pugnalata e quando ti arriva ti ha preso scoperto. In Magdalene sei contratto, film meraviglioso ma stai male dall’inizio alla fine e quando esci non vedi l’ora di scrollartelo di dosso. Invece l’alternanza ti disorienta, come il pugile che ti gira intorno”.

La caposala nel film è una donna molto banale, sembra quasi stupida, qui invece Suor Lucia è una persona con una crudeltà molto articolata, è chiaramente una donna repressa per sua stessa scelta e che non si fa sfuggire neanche un’occasione per vendicarsi. Emblematica anche la scena finale con la statua della Madonna. Se c’è una domanda che questa pièce può suscitare è: come ci si libera dalla crudeltà delle persone di Chiesa.

“Qui è la suora perché in Italia queste capo-reparto sono sempre state suore; questa è una suora laica, non ha preso i voti, ma siamo lì. Io sono ateo e potrei risponderti andandoci giù di brutto; c’è un modo di intendere questo credo che può essere simbolico: parliamo di un’ottusità prima ancora che di cattiveria, di chi non ha una capacità di discernimento. Se tu porti le regole a compimento senza filtro il risultato è un’applicazione che diventa controproducente e in questo caso anche la Chiesa potrebbe essere assolutamente vista così. Sono persone con i paraocchi: qualsiasi scelta tu faccia dovresti avere capacità di discernimento”.

Lei sembra averlo indirizzato verso la crudeltà.

“Senza giustificarla, è come una mancanza di alternativa. Poi, nel momento in cui arriva uno che ti vuol far rendere conto dell’errore, non hai la saggezza per capirlo egli vai contro: il mio personaggio nell’essere “ruspante” e ignorante riesce a percepire che le cose stanno andando in maniera sbagliata e lei non ha la capacità di recepire l’assist”.

O forse non vuole.

“Certo, che arrivi da uno così non va bene”.

Lui è uscito di prigione, dovrebbe essere il problema, invece cerca di creare delle situazioni di aggregazione positiva. Sembra che il “malamente” sia colui che fa più bene di quanto non ne faccia l’istituzione preposta alla cura e alla sicurezza.

“È il grosso equivoco alla base di questo testo: chi è abituato a fare di necessità virtù e a creare, in carcere o per strada, un nucleo di legami, in questa situazione ci arriva prima rispetto a chi ha rinnegato l’idea dei legami; perché questa suora è una che si è legata alla fede e a un regolamento e pone un muro tra lei e gli altri. Lui fa tutto quello che fa, prima per rubarsi i soldi, l’istinto è quello: giochiamo a poker ma con i soldi. Si sente baldanzoso e guascone e quando il gioco si fa duro, lui si affeziona a queste persone. C’una crescita del personaggio: si rende conto che quello che è iniziato per gioco diventa una missione, tanto che con la porta aperta decide di rimanere. In questo è di una grandezza, il personaggio, enorme: arriva dove noi non arriveremmo, si sacrifica per loro”.

Un altro elemento che ricorre è la fragilità, la debolezza, sia delle persone remissive che soccombono che quella della suora stessa che diventa un’aguzzina. Lei è una persona fragile. Si crea una specie di loop tra i due: perché lui, che è così intelligente e lucido, non riesce a capire che lei non aspetta altro che il suo scatto di rabbia per distruggerlo? Perché lo odia tanto?

“Lei ha capito immediatamente che lui è in una sorta di sfida. Lui è istintivo, lei calcolatrice, con un regolamento. Lei è l’arbitro che se vuole espellere un giocatore durante la partita ci riesce: ti fischio 3 falli, al terzo sei fuori, non mi devo lasciar prendere, sono lucido, ho il regolamento e “ti fotto”. Lei nella sua idiozia è intelligente e calcolatrice: non riesce ad aprirsi al mondo ma nel suo piccolo sa bene come far funzionare le cose”.

Ci sono dei momenti molto napoletani, quello in cui spruzzi il “vetril” negli occhi di Suor Lucia e dici che lei lo ha visto proprio con i suoi occhi: Suor LUCIA che diventa temporaneamente cieca. Questa è quella che a Napoli si definisce “cazzimma”!

“Esattamente. Questa è proprio mia, alcune cose sono nostre, quando il testo lo consente si esce e io lo cavalco. Ci sono delle volte che Elisabetta mi chiede se queste cose le faccio a lei o al personaggio, può sembrare un attore che fa uno scherzo a un altro. Io proprio ce l’ho la cazzimma, dal punto di vista del personaggio”.

Nel film ospedale e penitenziario si palleggiano il protagonista, qui c’è anche la Chiesa che condiziona comportamenti “tossici”. Loro dicono che sono lì per scelta e uno dei compagni dice al signore gay: “Perché soffrire tanto? non era più semplice vivere la tua omosessualità?” Perché le istituzioni che dovrebbero essere l’espressione migliore di una società civile spesso non sono adatte a far fronte all’individualità delle problematiche?

Qualcuno volò sul nido del cuculo (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica)“La forza vera di questo spettacolo, in cui tutti si riconoscono, è che non parliamo in realtà di follia, cioè questi non sono “pazzi”: sono fobici, hanno dei limiti, delle paure, sono nevrotici, e la società te le carica fino a farle diventare un handicap, in questo caso l’omosessualità o le compulsioni o la timidezza, come nel caso del ragazzo. Un ospedale del genere che ti tratta come un numero, gli infermieri, alcuni erano come bestie: nello spettacolo non c’è un rapporto strettissimo con le medicine ma nel mio immaginario prendono tutti la stessa. La storia degli “ergastoli bianchi” negli anni ‘60 è fatta di gente che ha mandato a “fanculo” un vigile o di uno che è stato dentro per 30 anni per aver dato un pugno a una macchinetta elettronica: una volta che sei entrato, se qualcuno non dice che sei guarito non esci. Il motivo per cui “io” sto dentro è attacchi di collera”.

Lui è stato dentro 5 volte per aggressione

“E cosa vuol dire aggressione? A un uomo di strada può capitare, pure le prende. È pazzo? Vale la pena mandarlo al macello e non capire perché e aiutarlo a integrarsi nella società?”.

Ci sono dei momenti molto poetici, come quello in cui fuggono: nel film vanno a pescare, qui vanno fuori. Si vede questa vista di Napoli: non c’è niente di più napoletano della luna col Vesuvio. Sembra vista da Nola, da che parte stata presa?

“Sarebbe dal’altro lato, vista da Aversa. In realtà è una foto lavorata, l’abbiamo chiamata Napolangeles”.

Te lo chiedevo perché sembra Spaccanapoli, ma con quel lato del Vesuvio non c’entra niente!

“Esatto”.

 

nr. 06 anno XXII del 18 febbraio 2017

Qualcuno volò sul nido del cuculo (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica)

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