NR. 11 anno XXII DEL 25 MARZO 2017
la domenica di vicenza
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La bastarda di Instanbul

Identità e appartenenza

di Elena De Dominicis
elenadedominicis@virgilio.it

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a bastarda di Istanbul

Anna Cappelli (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica)@artiscenichecom

 

a bastarda di Istanbul (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica)Questa settimana al TCVI nell’ambito di una rassegna di due giorni con eventi dedicati alla Turchia, alla sua cultura e all’attualità organizzati dalla Fondazione Teatro Comunale Città di Vicenza, è andato in scena lo spettacolo“La bastarda di Istanbul” pièce corale tratta dall’omonimo romanzo di Elif Shafak in cui viene trattato il tema dell'identità e dell’appartenenza, in questo caso specifico, relativamente alla realtà degli esuli Armeni e dei loro discendenti che cercano un legame con le proprie origini. Lo spettacolo, diretto da Angelo Savelli, ha vinto il Premio Persefone come miglior spettacolo teatrale del 2016 e l’attrice turca Serra Yilmaz, una delle protagoniste della pièce, ha vinto come miglior attrice 2016 il Premio Persefone e il Premio Cuomo. L’abbiamo incontrata per commentare “La bastarda di Istanbul” e l’ultimo film di Ferzan Ozpetek “Rosso Istanbul” in questi giorni al cinema, del quale è una dei protagonisti.

 

L’influenza della cultura turca: uno dei più famosi importatori di stili turchi è stato sicuramente Mozart. Nell’Europa di oggi mi sembra che questa influenza si sia persa e che forse sia rimasta più nella fascia mediterranea.

a bastarda di Istanbul (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica)Serra Yilmaz: “Non credo, veramente, che sia più presente nel Mediterraneo che in Europa, penso che ci siano delle cose che, anche se esistono, la gente non abbia coscienza che vengono da lì".

Quindi l’influenza musicale si è un po’ persa, oppure non se ne è a conoscenza. E In Italia e in Europa quali sono i prestiti linguistici di derivazione turca?

“Delle parole ce ne sono, una che mi viene in mente subito è ad esempio “chiosco”, che in turco è “köşk”, che è una residenza in legno. Viceversa esistono molte parole di derivazione italiana che sono entrate nel turco che sono genovesi o veneziane. Per esempio a Venezia il falegname è “marangòn”in turco è “marangoz”; tante altre cose come “cima”, “corda”".

Nella pièce c’è questa dinamica familiare molto intensa, litigano, però poi tutto si riappiana con del cibo: viene firmato un “armistizio”, non è che si chiedono scusa, è arrivato il dolce, si mangia il dolce. Perché?

“Mah ho sempre pensato che spessissimo la gente litiga quando va in ipoglicemia: bisogna evitare discussioni prima di mangiare. L’ipoglicemia provoca nervosismo, invece mangiare appacifica. E poi mangiare è un momento di condivisione, non a caso all’inizio della scena dico: “ il profeta Maometto ci esorta a condividere il nostro cibo con gli estranei”. Anche perché è un fatto di generosità: qualcuno cucina e offre quello che ha agli altri".

Nella pièce il figlio maschio va in America e assume un atteggiamento diverso: a casa è un duro, in America diventa quasi più timido.

a bastarda di Istanbul (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica)“Non è veramente un duro a casa: è un debole. È un debole che per non far vedere la sua debolezza ha quella facciata arrogante ma non è un duro".

E perché in America sembra più in pace con se stesso?

“È valido per tutti noi".

Perché nel contesto che dovrebbe essere la propria radice e quindi la propria sicurezza si è a disagio e si hanno dei confitti e dove si è disambientati si è più lineari?

“Perché quando non hai fatto i conti con te stesso, con la famiglia e tutti questi problemi che lui ha avuto, aveva un padre molto astioso, molto duro, molto probabilmente è stato picchiato e ha subìto violenza da parte del padre, una madre che lo adulava, quindi è rimasto un po’ imprigionato tra questi atteggiamenti estremi. Molto spesso la gente va via altrove anche per tagliarsi da un passato che non vuole più ricordare".

La questione qua è l’identità, la ragazzina armena nata in America il cui passato è un ricordo che non c’è. Sembra che i ricordi siano quasi più importanti del presente, qualcuno che è andato via, che ha bisogno di tornare, anche nel film ora nelle sale è un po’ così.

“Non ha bisogno di tornare (il protagonista del film Rosso Istanbul ndr) non sarebbe mai tornato se non avesse avuto quel lavoro: lui viene per lavorare, ha seppellito il passato perché è un passato che gli causa troppo dolore e quindi non sarebbe mai venuto se non per lavorare perché molto probabilmente gli è stato offerto un guadagno importante per fare questa edizione di libro. Quindi è venuto anche un po’ impaurito perché lui dall’inizio voleva andare in albergo, non voleva mescolarsi alla famiglia, voleva mantenere una distanza che non ha potuto mantenere".

Mi sono fatta tutta una mia idea di questa famiglia: sono tutti “fantasmi”, la casa e gli oggetti gli parlano, è una visone che ha lui. Anche la ragazza, Neval, non può amarla perché non esiste, sono i personaggi che lo chiamano.

“È un’interpretazione!”.

Invece la ragazza armena della pièce cerca qualcosa che è un sentito dire, quanto le appartiene?

“È così per tanti armeni della diaspora".

Non solo gli Armeni.

“Per gli Armeni ancora di più: io ne conosco tanti e ho tanti amici Armeni che vivono fuori dalla Turchia e che non si riconoscono per niente nell’Armenia ex Repubblica dell’Unione Sovietica di oggi perché l’Armenia non è per loro il loro Paese, e hanno anche ragione perché non c’entra assolutamente niente, dove si parla un armeno che viene chiamato “dell’est” che non è uguale all’armeno dell’ovest. Io sono andata a fare teatro in Armenia e mandavo foto a questo mio amico armeno originario di Istanbul e mi ha detto che non trovava assolutamente niente in comune con questo Paese, non è mai stato in Armenia e non ha assolutamente voglia di andarci. Per cui dipende un po’: chi non c’è mai stato magari ha bisogno di questo per trovare la sua origine".

Ma l’idea che hanno loro corrisponde poi alla realtà?

“Non corrisponde mai alla realtà, non può. Ma non è detto che la realtà che trovano sia sempre deludente".

Può essere anche meglio dell’idea che hanno?

“Diciamo che non è in termini di meglio o peggio, moltissimi Armeni che sono venuti in Turchia per la prima volta si sentivano molto più a casa che ad esempio in Armenia".

a bastarda di Istanbul (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica)La struttura della pièce è circolare, ci sono dei particolari che vengono detti che creano un contesto poi però alla fine si rivelano cruciali anche nella poetica della scrittura. Questa struttura spesso ritorna in queste opere turche, anche “Harem Suarè” (secondo film di Ferzan Ozpetek ndr ) dove lei faceva la “capa” dell’harem e viene detto un particolare che poi lei riconduce all’inizio. Come mai questa struttura circolare?

“Mah è un po’ come le fiabe: anche le fiabe sono così, no? Hanno questa circolarità che sono come delle parabole, è questo; anche lì è un modo".

La pièce inizia e si chiude con una hit della pop star Tarkan, perché è stata scelta una canzone così pop?

“Guarda, io ho regalato un bel po’ di musiche turche ad Angelo Savelli che fa le scelte delle musiche, è qualcosa che gli piaceva perché è molto vivace e ha un bel ritmo, quindi l’aveva scelto così; già ne “L’ultimo Harem” avevamo usato un’altra canzone di Tarkan e anche di Sezen Aksu, questa cantante che usiamo in questa pièce, anche nei film di Ferzan ci sono canzoni sue".

Nel film viene detto: “chi guarda al passato non vede il presente”

“In realtà dal turco non l’avrei tradotto così, in turco è: chi rimane fissato nel passato manca il presente. Ho trovato che questa frase non era stata tradotta bene".

Quindi che gli passa un treno davanti, diciamo.

“Sì".

a bastarda di Istanbul (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica)Il protagonista del film (Halit Hergenç ndr) ha interpretato il sultano Solimano il Magnifico nella serie “Il Secolo Magnifico”, andata in onda in tutto il mondo, anche in Italia. Anche l’attore che fa il marito di Neval era in questo sceneggiato. Gli altri Attori? È già uscito il film in Turchia?

“Sì. È già uscito un giorno dopo l’Italia. Sono conosciuti ma non sempre dallo stesso pubblico: la ragazza che fa Neval è esclusivamente una che fa televisione, non ha mai fatto veramente né cinema né teatro, quindi lei è molto conosciuta dal pubblico turco televisivo".

Ozpetek è molto bravo a dirigere le donne e a raccontare la femminilità, indipendentemente che si sia nate donne o trans o altro: la rende con poesia. Anche nella pièce vediamo donne fortissime, indipendentemente da quale sia la loro motivazione, il loro credo, religiose o non religiose. Ma siete davvero così potenti voi donne turche?

“Mah non credo solo le donne turche, penso tutte le donne. Normalmente quando si va in profondità, anche i dettagli, penso che le donne siano molto forti in generale. Purtroppo , spessissimo, ignorano quanto siano forti".



nr. 10 anno XXII del 18 marzo 2017

a bastarda di Istanbul (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica) 



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