NR. 19 anno XXII DEL 20 MAGGIO 2017
la domenica di vicenza
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Quando in scena
il protagonista è l'odio

Un sentimento "raccontato" attraverso la danza

di Elena De Dominicis
elenadedominicis@virgilio.it

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Quando in scena<br>
il protagonista è l'odio

Anna Cappelli (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica)@artiscenichecom



Si è conclusa la rassegna collaterale di danza contemporanea al TCVI con lo spettacolo “Odio” messo in scena dalla compagnia Fattoria Vittadini e realizzato in residenza proprio al Teatro Comunale di Vicenza che lo coproduce con TorinoDanza, Les Halles de Shaerbeek, Amat, Arteven e la stessa Fattoria Vittadini col supporto di Fondazione Cariplo. Suddivisa in 3 capitoli, la pièce indaga i vari aspetti di questo sentimento attraverso differenti punti di vista possibili non solo emotivi ed affettivi ma anche istintivi e sociali. La pièce è coreografata dallo spagnolo Daniel Abreu e vede in scena tre danzatrici bravissime sia per capacità tecnica che interpretativa: Chiara Ameglio, Noemi Bresciani e Vilma Trevisan. Abbiamo incontrato Chiara Ameglio e Riccardo Olivier della Compagnia Fattoria Vittadini.

 

Lo spettacolo si chiama “Odio”che nella nostra società vediamo come il motore di un danno intenzionale: nell’insieme dello spettacolo mi sembra di vedere delle azioni di studio tra un personaggio e l’altro, ci sono dei momenti di conflitto, c’è un rapporto molto energico ma non “cattivo”.

Quando in scena<br>il protagonista è l'odio (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica)Chiara Ameglio: “Questo è interessante perché quello che è stato lanciato dal coreografo fin dai primi giorni è che il concetto di odio non sia semplicemente quello che siamo abitati intendere, “io” odio una persona e l’odio è unidirezionale, l’opposto dell’amore per esempio. Lui ci ha dato questa suggestione: l’odio è una forma d’amore non compresa e porta a una relazione con l’altro, in qualche modo tu agisci con l’altro, usi l’altro per arrivare a quello che ti serve; l’odio presuppone alla comunicazione e allo scambio con l’altro, questo ha aperto più strade e sfumature".

Voi mettete una serie di parole che vengono associate a delle immagini statiche come se fossero una foto o un dipinto.

C.A.: “Si noi li chiamiamo “momenti pictures”, è stata una delle modalità che lui ci ha fatto usare: abbiamo usato delle immagini, le abbiamo studiate e questo è stato semplicemente uno dei modi compositivi per arrivare a questa cosa. C’è anche un duetto in cui c’è questa idea di usare l’altro per farsi del male, un po’ di sadismo. L’uso delle ”pictures” è stato molto forte per noi e ci ha interessato molto questa direzione che ha voluto prendere".

Siete 3 donne in scena, potevate essere anche 3 uomini? C’è una concettualità legata al femminile?

C.A.: “Non si è mai arrivati davvero a discutere del fatto che eravamo effettivamente 3 donne quindi l’odio, l’immagine del femminile, no devo dire di no".

Nel primo capitolo de “Il cacciatore” vediamo una espressività della natura che non è né buona né cattiva, è un rapporto antico quello del cacciatore con l’animale; questo essere così naturale e selvaggio è qualcosa di non concettuale e codificato dalla società, è la natura così com’è per come si presenta. La danza contemporanea però esprime dei concetti. Che rapporto c’è tra questa animalità, sopravivenza e sopraffazione e la danza contemporanea? Come viene tradotto in concetto?

C.A.: “In realtà Daniel non fa un lavoro così concettuale, per lo meno per quello che comunica agli interpreti: lui ti chiede di passare attraverso il corpo o di usare la fisicità per attingere a certe spinte che sono primitive e ataviche e che sono in tutti noi, l’odio è provato da tutti noi, rinnegato a volte e quindi tramutato in altro. L’inizio è veramente fisico, ci ha fatto arrivare attraverso la ripetizione, uno stesso movimento molto “grounding”, molto animale per vedere cosa generava, ma è stato un processo molto poco concettuale in realtà".

La musica come è stata scelta? Si passa dai canti religiosi alla musica araba, poi c’è l’elettronica.

Quando in scena<br>il protagonista è l'odio (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica)Riccardo Olivier: “Daniel lavora molto a playlist, non è lui stesso un creatore di musiche, non crea musiche ad hoc, che manipola, sicuramente; la mia impressione è che ci sia un rapporto post “costrutturalista” con la musica".

Se non viene data nessuna indicazione dalle musiche le immagini che vediamo possono essere percepite in modo diverso: quanto secondo voi, un commento musicale o un ambiente musicale influisce sul pubblico nella percezione di quello che vede?

C.A.: “Sicuramente moltissimo, poi si possono fare diversi tipi di scelte, la musica può supportare e amplificare quello che mostriamo con un’azione scenica e con la coreografia stessa possiamo andare nella direzione opposta e cercare un contrasto e lasciare un grande range assolutamente aperto ad ogni interpretazione".

Si crea un po’ un “effetto Kuleshov” tra la musica e le immagini.

R.O.: “ No secondo me ci sono degli ambienti che lui vuole ricreare e usa le musiche a quel fine. Inoltre è laureato in psicologia e fa una serie di riferimenti anche alle modalità con cui ci interfaccia alla società, come le cose crescono e si auto generano nel rapporto tra le persone, una serie di incastri culturali. Direi che è una drammaturgia complessa con livelli che a volte si contraddicono perché l’irrazionale è un componente, come dice la frase di Nietsche, la contraddizione fa parte di noi, siamo esseri umani e se desideriamo una cosa a volte facciamo delle azoni che ci allontanano da quella cosa. L’irrazionale fa parte del nostro agire e soprattutto quando l’odio è presente".

Le convenzioni sociali sono anche espresse col movimento e le parole, per cui diventa anche un po’ teatro oltre che danza, l’odio viene visto come un amore distorto: c’è stato un evento scatenante, di cronaca, un libro che ha letto, quale è stata la genesi?

C.A.: “Lui ci ha parlato di un libro e ci ha detto di comprendere come tante volte l’odio sia l’altra faccia dell’amore, di quanto questo faccia parte di noi. Abbiamo anche parlato anche di quanto in realtà, spesso, si parli anche di odiare se stessi ".

R.O.: “Le fonti che ha usato per produrre il materiale non sono state condivise, tramutava in consegna fisica".

C.A.: “Sì, è proprio il suo modo di lavorare: per lui era importante che noi non sapessimo fino in fondo l’effetto che avrebbe provocato, noi dovevamo entrare nella cosa e farla".

Ci sono delle parti un po’ impressionanti, come quando la ragazza che simula un cadavere, prima sembra che tu non ti capaciti e provi dolore nei suoi confronti e poi quasi rigetti questa idea e la getti fuori dal palco, sembra Auschwitz, mi ha molto colpito.

C.A.: “Quella parte è nata proprio da lui che ci ha chiesto come ci saremmo relazionati con un corpo morto e abbiamo fatto questa improvvisazione che poi è stata persa ed è rispuntata; lui ha capito che a noi interessava e gliel’abbiamo riproposta e ha pensato di metterla".

Gli interessava come prova fisica o dal punto di vista psicologico ed emotivo?

C.A.: “Semplicemente quando lui ci ha detto cosa credessimo che mancasse nel nostro materiale, abbiamo fatto due tranche di lavoro e al ritorno abbiamo capito quello che più ci era rimasto, io avevo questa improvvisazione con Vilma “morta”, ci siamo ricordate di quella cosa che per noi era molto forte e probabilmente lui l’ha voluta inserire".

Questa è una versione definitiva?

R.O.: ““Odio” è questo, è finito però i coproduttori hanno suggerito un nuovo percorso che verrà fatto ad agosto e “odio” rinascerà forse con un nuovo titolo. C’è una riflessione in atto di metterlo in mano a un collega di Daniel, a un drammaturgo o un regista per tirare fila ulteriori. Il debutto del nuovo lavoro che forse avrà un nuovo titolo sarà il 9 ottobre al festival MilanOltre alla sala Fassbinder del Teatro Elfo Puccini. Dal punto di vista produttivo Fattoria Vittadini ha fatto questa progettualità che è stata considerata una pratica innovativa da molte persone e festival importanti: noi troviamo i produttori e facciamo una open call in 3 lingue per coreografi, abbiamo ricevuto più di 80 progetti coreografici che si sono candidati da tutta Europa, alla fine la Compagnia ha scelto una rosa di 3 preferiti e i produttori sceglievano all’interno di questi 3 quello che poi è stato Daniel".



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