NR. 38 anno XXII DEL 28 OTTOBRE 2017
la domenica di vicenza
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Le montagne sono nostre

La storia dell'alta valle del Chiampo

di Alessandro Scandale
a.scandale@gmail.com

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Le montagne sono nostre

Le montagne sono nostre (Cierre edizioni) è il nuovo libro di Antonio Fabris che con un sottotitolo esplicativo - Una rivolta popolare a Durlo in Lessinia (1722-1723) - racconta la storia di una comunità di montagna dell’alta valle del Chiampo che nei secoli scorsi ha lottato tenacemente per assicurarsi il possesso delle montagne del proprio territorio ad oltre 800 metri di altitudine. Erano poveri montanari che vivevano in un ambiente scarso di risorse, il cui sfruttamento era fondamentale per la sopravvivenza: le uniche attività erano la produzione del carbone a legna e il pascolo del bestiame, e una magra agricoltura che integrava parzialmente le disponibilità alimentari. Ai montanari si contrapponevano i conti Porto Barbaran e Trissino, che erano i reali possessori di quasi tutte le montagne e che vivevano nei loro palazzi in pianura, lontano dagli aspri ambienti di Durlo. Da una parte una vita di agi senza problemi, dall’altra un’esistenza stentata, spesso ai limiti della sopravvivenza. È una storia di conflittualità, di aperta ribellione al potere, che oppone due realtà molto diverse ma entrambe determinate a far valere i propri diritti, con il coinvolgimento della Serenissima, che è stata arbitro dell’intensa e duratura lotta giudiziaria.

Le montagne sono nostre (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica)Il comune di Durlo in Lessinia ha l’invidiabile privilegio di aver conservato uno splendido archivio dell’età medievale e moderna - scrive Paolo Preto, professore emerito al dipartimento di scienze storiche dell'Università di Padova nella premessa Ribellarsi per i nostri monti - . Scavando in questo piccolo tesoro documentario e allargando le indagini ad altri archivi locali e a quello monumentale di Venezia Antonio Fabris, già autore di accurate ricerche su acque, monti, ribelli delle valli vicentine, riporta alla nostra conoscenza una breve ma aspra insurrezione rurale nel ‘700, un secolo che conosce altri forse più noti casi di ribellismo contadino, prodromi delle più estese “insorgenze” dell’età napoleonica. Il problema dei confini, esterni ed interni, delle montagne venete e dei beni comuni sopravvissuti alle precedenti alienazioni, si salda a Durlo con la conflittualità con alcune potenti caste nobiliari; il tutto nel contesto di un’economia rurale poverissima, ai limiti della sussistenza, che rende ancor più paradossale, eppur emblematico, che questa comunità dissipi le sue misere risorse in un disperato conflitto ribellistico: Durlo contro tutti propone giustamente Fabris come titolo di questa sinora sconosciuta rivolta. Nella loro lotta per le montagne, risorsa vitale per la sopravvivenza, i durlesi perdono non solo perché gli avversari, conti Porto e Barbaran e Trissino, sono più forti, ricchi e potenti, ma anche e soprattutto perché la “carta” esibita con infondata fiducia, la donazione scaligera del 23 luglio 1327, è un falso clamoroso e conclamato. L’insurrezione del 1722-23 ha aspetti di radicalità e violenza che dicono molto su quanto falsa sia l’immagine di un mondo contadino veneto, pacifico e sottomesso senza riserve alle autorità costituite; va anche sottolineato, e questo emerge chiaramente dall’indagine di Fabris, che l’atteggiamento delle autorità veneziane si mostra, come in analoghi casi, esemplarmente modulato sulla fermezza repressiva e insieme sull’accorta moderazione (niente sangue ed eccessivo ricorso alla giustizia penale): del resto lo smembramento del comune e le conseguenti ristrettezze finanziarie di una comunità ridotta allo stremo sono ben sufficiente punizione per una rivolta senza futuro e senza speranza.

Le montagne sono nostre (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica)Secondo Giancarlo Tibaldo, presidente dell’associazione Durlo 86, il titolo del libro di Fabris è molto azzeccato e suona come una vera e propria dichiarazione che alcuni secoli fa sorgeva spontanea per chi su queste montagne era nato, e nelle quali trovava identità, sostentamento, futuro per la famiglia, tradizioni da tramandare. Difficile perciò accettare che dei poteri distanti dai monti e dalla cultura del sudore, potessero vantare dei diritti su qualcosa che per generazioni era stato amato e curato con fatica e devozione; non si trattava solo di sassi, pascoli e legna, era come se rubassero il focolare di casa, e di fronte a questo non si poteva rimanere inermi. Potrebbe apparire vana adesso, la tenacia dimostrata dai nostri avi nel difendere prima per vie legali le proprie presunte ovvie ragioni, nel riporre fiducia nella giustizia, nel difendere poi comunque ad ogni costo la propria posizione. Appassiona l’unione di questa comunità nel resistere al sopruso, anche se legale, forte, documentato, e non privo di intrallazzi, di vedersi privati della terra. Il merito di questa pubblicazione, oltre a quello di fornire un dettagliato resoconto storico, è anche farci riflettere sulla storia, che purtroppo si ripete. Anche nel moderno 21esimo secolo c’è gente che si batte contro i poteri forti per mantenere il posto di lavoro e la propria dignità, a fronte di scelte legittime, ma umanamente devastanti, di alcune multinazionali, o di battersi per salvaguardare l’ambiente comune contro il degrado e gli interessi privati. Forse gli esiti non sono sempre quelli sperati, e molte volte la ragione e il buonsenso devono sottostare o battersi con il potere, gli interessi economici, la corruzione. Ma cosa ne sarebbe di noi tutti, se accettassimo a testa bassa ogni imposizione? Certo, le motivazioni accomodanti sono sempre presenti, e la tentazione di mollare serpeggia, ma in noi prevale la convinzione di poter migliorare il nostro mondo. E cosa rimane delle montagne ai nostri giorni? Indubbiamente l’economia e le condizioni di vita sono cambiate enormemente, e in modo rapidissimo negli ultimi anni, e la terra non ha più quel valore di sussistenza di un tempo. Eppure le montagne sono ancora al loro posto, e i Durlesi sono ancora qui, radicati fra i sassi e il cielo di questi monti, dove ancora si coltivano valori intrisi di famiglia, di comunità, di lavoro, fede e meraviglia per il creato. Perché in questo ambiente e con questi valori ci riconosciamo e ci sentiamo una comunità unita e operosa.

Abbiamo incontrato l'autore e dialogato con lui.

Le montagne sono nostre (Art. corrente, Pag. 2, Foto generica)

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