NR. 04 anno XXIII DEL 3 FEBBRAIO 2018
la domenica di vicenza
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Il Purgatorio
di Babilonia Teatri

Al teatro Astra il progetto "Classico Contemporaneo"

di Elena De Dominicis
elenadedominicis@virgilio.it

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Purgatorio

Anna Cappelli (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica)@artiscenichecom



Prosegue la stagione del Teatro Astra di Vicenza con lo spettacolo “Purgatorio” firmato dalla compagnia Babilonia Teatri, Leone d’argento alla Biennale Teatro di Venezia nel 2016. “Purgatorio” rientra nel progetto “Classico Contemporaneo” giunto alla IV edizione fa parte di una trilogia che sfrutta come punto di partenza la Divina Commedia per discostarsene completamente e offrire il punto di vista delle persone comunemente considerate “diverse”.

Purgatorio (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica)In scena con Enrico Castellani e la performer Chiara Bersani alcuni attori non professionisti e con differenti disabilità che frequentano il gruppo Zerofavole di ReggioEmilia impegnato nella valorizzazione delle differenze tramite i linguaggi teatrali. Abbiamo incontrato Castellani di Babilonia Teatri.

 

Tu e i ragazzi siete in scena ed esprimete dei desideri che fanno ridere il pubblico. Cos’è che fa partire la risata? È quello che viene detto, che magari è anche inconfessabile oppure il fatto che siano dei personaggi diversi che esprimono cose che anche noi sentiamo?

Enrico Castellani: “Credo che da una parte ci sia sicuramente l’imbarazzo che fa ridere e dall’altra ci siano temi e questioni che generalmente non si nominano in pubblico, sentire persone con disabilità parlare di affettività, sessualità, desideri, sogni, politica: sono questioni che arrivano inaspettate o che rispetto alle quali c’è un tabù così grande che romperlo, oltre che creare imbarazzo, può essere liberatorio. Credo che siano questi i motivi per cui si ride. Quello che viene detto è sempre portato all’estremo e al grottesco, ci porta a sorridere: invece di dire il desiderio vero, si creano delle immagini che portano alla risata ma che è chiaro che sottendono a dei temi che sono importanti".

Tutti vogliamo essere Rocky ma nessuno di noi lo è e questa è la nostra possibilità di conquistare il Paradiso”. Il Purgatorio serve a purificare un’anima e accedere al Paradiso avvicinandosi a Dio: che tipo di salvezza è quella a cui aspira questo gruppo di persone che proponete al pubblico?

Purgatorio (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica)“Molto semplicemente la dichiarazione che si cerca un posto nel mondo, che ognuno ha diritto di averlo, che tutti noi abbiamo voglia di conquistarcelo e dire forte che lo vogliamo: questo è il pezzo di paradiso che ci interessa, non è un paradiso ultraterreno, è un paradiso per adesso".

Quindi la normalità è vista come una salvezza?

“No, la normalità assolutamente: un posto, ognuno il suo. Poi, cos’è la normalità non ci interessa definirlo".

Quindi la possibilità di esprimersi liberamente?

“Sì”.

Ci sono dei momenti anche un po’ romantici e delicati, come il sorteggio tra Dante e Virgilio tra i due ragazzi o la ragazza riccia…

“…Maria…”.

che finge di cucirvi e vi mette in alcune posizioni. Cosa rappresentano per voi questi momenti di intimità tra voi?

“Rappresentano la vita che non ha soltanto momenti dirompenti ma un alternarsi per cui è questo che noi rappresentiamo: proviamo a raccontare la vita. La ricerca di un paradiso o comunque il vivere questo purgatorio è anche un momento di sofferenza che tante volte non viene espressa attraverso la rabbia ma con un sentimento più intimo che va in un altro tipo di profondità. Questi momenti servono anche perché lo spettacolo è fatto da delle onde, dei picchi e da momenti che di sicuro hanno bisogno di un ritmo diverso; questo fa parte della necessità della costruzione dello spettacolo, dall’altra parte anche del bisogno di esprimere esigenze diverse".

Purgatorio (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica)C’è questa scena della confessione con “Don Paolo” che è fantastica, in cui Chiara dice che fa le orge, l’altro ragazzo che vuole sballarsi con la Nutella, il confessore dice che porta alla distruzione del pianeta e le penitenze vengono conteggiate a migliaia. Vi siete confrontati poeticamente con la scrittura di Dante? Partite da un testo esistente che è un monumento intangibile nazionale e internazionale.

“In realtà il Purgatorio è una suggestione da cui partiamo e soprattutto è un riferimento ad un’opera che, come dici tu, è nota a 360°, fa parte dell’immaginario collettivo di tutti a livelli diversi e permette di leggere quello che si vede sul palcoscenico attraverso la mediazione di quel titolo. Questo è il lavoro che noi abbiamo svolto, non tanto un lavoro filologico rispetta a Dante".

In scena siamo abituati a vedere qualsiasi cosa, forse il pubblico che viene a vedere lo spettacolo o non conosce Dante oppure se lo conosce mette voi alla prova perché vuole vedere. Può essere che il vero tabù sia il testo intoccabile più dei disabili in scena?

“Mah credo che anche rispetto a Dante siano state fatte le letture più svariate dalle angolazioni più diverse e chi ci conosce di sicuro non viene qui pensando che noi si tenti dimettere in scena la parola di Dante; chi non ci conosce, magari, può avere anche quell’aspettativa poi, nel momento in cui lo spettacolo inizia, si rende veramente conto che per noi non riguarda soltanto la disabilità, togliendo una serie di ipocrisie e di retorica. Dante è un punto di partenza, non viene lavorata la materia della scrittura di Dante perché per noi quello che scrive viene raccontato attraverso un altro tipo di immagine, non attraverso le sue parole".

I ragazzi hanno delle disabilità completamente diverse. Come riuscite a mettere in piedi uno spettacolo con degli “ambienti” umani diversi? Ogni persona porta qualcosa di completamente differente che può, magari, non essere agganciabile a quello che offre l’altro compagno sul palco.

“Questa è stata la sfida di questo lavoro, non dover lavorare per categorie, si fa teatro con le persone: a noi a volte piace fare degli spettacoli che non sono creati con degli attori ma con delle persone, ci piace definirlo così rispettando di ognuno quelle che sono le sue capacità, potenzialità e desideri e si fa incontrandole, conoscendole e facendole conoscere tra di loro, creando un clima di stima reciproca. La sfida ulteriore è stata quella di provare a fare anche un lavoro di gruppo che non sia esclusivamente sul singolo, allo stesso tempo, durante il lavoro, è altrettanto evidente che ognuno porta la sua individualità. È un gruppo totalmente eterogeneo per cui c’è chi, appunto ha una disabilità di tipo semplicemente fisico e chi da un punto di vista intellettivo di sicuro non risponde allo standard della cosiddetta normalità".

Purgatorio (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica)C’è una scena molto bella dove c’è Chiara che interagisce con la sua sedia a rotelle in un momento organizzato molto accuratamente dal punto di vista coreografico. Ha un valore drammaturgico questa scena rispetto agli altri che non hanno un oggetto con cui hanno una tale simbiosi? Chiara interagisce con qualcosa che è parte di lei, gli altri usano oggetti come una discoball, il microfono ecc. non è che in questo momento Chiara è un po’ più protagonista degli altri?

“Sicuramente quella è la scena di Chiara: ad un certo punto ci siamo resi conto che la carrozzina è data per scontata, per noi, quando c’è Chiara, non un tabù ma qualcosa che siamo abituati a vedere ma che ci crea soggezione. Ci siamo chiesti quale fosse la relazione tra lei e la carrozzina e se anche lei si fosse mai posta questa domanda per cui le abbiamo chiesto di lavorare intorno a questo. Poi, lo sguardo di fuori, uno che gira in carrozzina, in qualche modo, è già il suo purgatorio, di non poter camminare, agli occhi di chi guarda e ha le gambe. Abbiamo deciso di fare questo lavoro rispetto al quale poi ognuno dà una sua interpretazione di cosa può voler significare, cosa lei ci vuole raccontare del suo rapporto con la carrozzina e con la sua disabilità".

Con la musica di David Bowie.

“Con le musiche di David Bowie, sì".

Cosa vuol dire soffrire fisicamente e nell’anima, per i Babilonia, rispetto a una sofferenza dantesca dell’anima espressa fisicamente con la legge del contrappasso? Avete fatto una riflessione anche filosofica sulla sofferenza psicologica, fisica e spirituale?

“Mah guarda, Inferno, Purgatorio e Paradiso è un percorso che ha compreso la creazione di questi 3 spettacoli. Abbiamo deciso di lavorare con questo gruppo di persone che fa riferimento a Zerofavole, associazione di Reggio Emilia, un gruppo di persone completamente eterogenee che in qualche modo mette insieme, si può dire, i margini della società. “Paradiso” lo fanno 3 ragazzi che vivono in una comunità in affido. È come se queste persone incarnassero allo stesso tempo nella loro persona l’idea di inferno, purgatorio e paradiso perché poi dipende dal punto di vista con cui tu guardi: una persona che ha un modo di ragionare diverso dal tuo per te è l’inferno. Ti togli da una serie di problematiche e di logiche ma allo stesso tempo tu che guardi, invece, in quella diversità, vedi un inferno. Di sicuro il percorso che facciamo noi non ha a che fare col percorso filosofico di Dante".

Avete incontrato delle persone appassionate di Dante? Avete avuto dei riscontri di qualche tipo?

“Esperti e studiosi di Dante non ne ho conosciuti però è altrettanto vero che molte persone che sono venute a vedere lo spettacolo hanno ritrovato nel lavoro quella che è l’essenza del discorso che Dante fa e qui si fermala cosa".

E qual è secondo voi l’essenza del discorso di Dante?

“Il fatto che comunque si possa tendere a qualcosa che è alto e che ti libera da una condizione strettamente legata a una di tipo fisico".

 

nr. 03 anno XXIII del 27 gennaio 2018

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