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NR. 19 anno XXIII DEL 19 MAGGIO 2018
la domenica di vicenza
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"Quel tanto che basta"
La storia di Maria Rosa

Una ex professoressa di lettere e il racconto di una vita

di Alessandro Scandale
a.scandale@gmail.com

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"Quel tanto che basta"<br>
La storia di Maria Ros

Maria Rosa Pizzi, ex professoressa di lettere nel Ferrarese e da qualche anno residente a Thiene, ha deciso di raccontare la sua storia nel libro "Quel tanto che basta" nel quale descrive molti personaggi e soprattutto quello del figlio Dario, nato con una disabilità, poi ospite del Centro Diurno di Lugo vicentino e recentemente scomparso. Un libro che fa riflettere profondamente su alcuni temi vitali per la società civile, come quelli della disabilità e del cosiddetto "dopo di noi". Sono proprio i personaggi la vera forza del libro: nonna Telene che rivela un segreto custodito per anni, Mariarosa e Tullio che una novità inaspettata manda nel panico, la loro figlia Silvia, ancora adolescente, che cresce in fretta con una consapevolezza già adulta. E poi lui, Dario, bambino inatteso che, apparentemente chiuso ai rapporti con le persone, riesce a far emergere il meglio da chi gli sta accanto.

"Quel tanto che basta"<br>La storia di Maria Ros (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica)Mariarosa accompagna spesso il figlio Dario alla Bordocchia, la fattoria dove è nata e, in questo luogo sospeso, i ricordi della sua infanzia e delle persone semplici con cui l'ha condivisa si intrecciano con i ricordi dell'infanzia di Dario, ricordi lieti e tristi che la pianura accoglie e restituisce rigenerati. Sullo sfondo i luoghi caratteristici della campagna ferrarese con i canali che l'attraversano, con il Po e le sue golene. E infine le figlie di Silvia, Giulia e Ilaria, che con la loro esuberanza e allegria portano un messaggio di speranza. Una narrazione di grande potenza emozionale e comunicativa, un libro profondo, ricco di interrogativi morali, riguardanti soprattutto la donna, che lasciano il segno, con insegnamenti forti per imparare ad amare la vita e a ritrovare sempre l’amore verso di essa. Il libro, che sarà presentato in marzo al Ceod di Lugo di Vicenza, dove Dario è stato ospitato per qualche tempo, è scandito in ventitre capitoli con due sono le linee narrative: quella riguardante le vicende di Maria Rosa alla nascita di Dario (anni 80 del ‘900) e quella dei suoi ricordi dell’infanzia (anni 50-60). Dalle pagine emergono storie di famiglia e storie personali, al femminile: quelle di Telene e della figlia Maria Rosa, la protagonista, con il marito Tullio e i figli Silvia e Dario. Telene vive l’abbandono da fidanzata incinta nel 1937, un periodo in cui nel territorio ferrarese c’era il record di figli illegittimi e di “mammane” pronte a far abortire clandestinamente le ragazze incinte. Telene però è una persona sicura di sé e decide di tenere il bambino e di presentarsi all’ex fidanzato e alla sua famiglia per chiedere, anzi pretendere, che dia il cognome al figlio e che provveda alla sua vita. La vicenda personale della figlia e del nipote di Telene, Maria Rosa e Dario, è di quelle che commuovono profondamente. Incinta a 44 anni (il marito Tullio ne ha 50 e la figlia Silvia è già adolescente), Maria Rosa è colta dalla gravidanza alla sprovvista e teme di mettere al mondo un figlio con anomalie genetiche, perciò si affida all’amniocentesi per ricevere indicazioni. Data l’età, Maria Rosa sa di correre maggiori rischi, ma il vero problema è se avrà il coraggio di abortire, d’accordo o in contrasto con il marito: dovrebbe interrogare veramente se stessa, come le ha consigliato la madre. L’esito dell’analisi la rassicura che il figlio non presenta anomalie genetiche, e la successiva ecografia compie il miracolo di mettere d’accordo i genitori. Il parto però non è quello naturale, con travaglio doloroso e felicità per la nascita, bensì un parto cesareo d’urgenza. Dopo l’intervento, la mamma trascorre più giorni senza vedere il suo bambino, poi la comunicazione che il bambino appena nato è ricoverato in Neonatologia per compromissioni cerebrali. Dario è nato affetto da una sindrome genetica rara che l’amniocentesi non ha individuato, l'ipotonia al momento della nascita sarà diagnosticata poi come sindrome di Prader-Willi.

"Quel tanto che basta"<br>La storia di Maria Ros (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica)Per la famiglia iniziano i pellegrinaggi in centri specializzati. Per la mamma si manifesta chiara la decisione di non abbandonare il suo “piccolo bimbo indifeso”, un bambino che, se non viene nutrito a forza, muore "di fame senza emettere neppure un suono". Nella vita di Maria Rosa c’è un prima e un dopo la nascita di Dario, un figlio speciale. Il dopo comprende anzitutto l’accoglienza calda, fisica, dei familiari, la mamma, il marito, la sorella Rina, il padre, la figlia Silvia, nell’abitazione condivisa. È grande il contributo di una famiglia numerosa, solida e coesa, alla cultura dell’accoglienza e alla custodia di identità e appartenenza dei genitori di un bambino con disabilità. Così si leggono con grande commozione le pagine in cui Maria Rosa riesce a raccontare alla sorella quello che prova, trovando così la forza di risalire da un dolore profondo, da una sofferenza che l’ha quasi annullata anche fisicamente. Ed anche l’angoscioso interrogativo: "Che ne sarà di Dario quando noi non ci saremo più"? Mamma Maria Rosa studia di notte manuali specialistici e ne applica i metodi di giorno per stimolare il suo bambino, con la mente occupata nei progetti derivanti da questo super lavoro e dalla convinzione che Dario non deve essere bloccato di fronte ad un’iniziativa, ma piuttosto lasciato libero. Per lei iniziano anche le scoperte educative: Dario ha bisogno di tempi lunghissimi e pazienti per accogliere una comunicazione. Il viaggio di Dario e Maria Rosa verso le parole inizia in maniera efficace dopo l’incontro con una giovane psicologa di Mestre che spiega il metodo antico delle Canzoncine e delle Filastrocche, da sempre gradite ai bambini. Efficace l’analisi profonda di Maria Rosa su quel periodo così difficile della sua esistenza, gli anni ’80. Anzitutto i costumi, il modo di pensare, la libertà e la responsabilità di decidere della propria vita e di abortire, la competenza professionale umanamente ricca, la capacità di comprensione di alcune figure professionali sanitarie che l’accompagnano nei primi minuti, come l’infermiera pronta a sorreggerla fisicamente nel momento dell’accettazione, la dottoressa della Neonatologia, e il primario che le spiega le difficoltà del suo bambino affinché lei possa compiere fin da subito le azioni giuste e trovare così la forza per andare avanti giorno dopo giorno. Ci si può chiedere il perché del titolo Quel tanto che basta. L'autrice in fondo avrebbe potuto preferire come titolo Quel poco che basta, ma solo dopo aver letto tutto il libro, si può capire la scelta dell’avverbio: esso comprende la capacità di affrontare dolore e difficoltà che ci sembrano insuperabili, e ce ne sono davvero parecchi dopo la nascita di un figlio con disabilità. Come ci sono tanti impegni educativi e scoperte didattiche, tali da rendere questa mamma scrittrice un genitore specializzato, o meglio, preparato e qualificato in un difficile campo, un genitore che ha tanto da insegnare: "ho accettato Dario e so per certo che mio figlio è felice, più felice di tutte le persone che conosco. Ha solo bisogno d’amore, come tutti del resto". Ma l’avverbio "tanto" racchiude anche la facoltà benefica di ricordare quanto di positivo la vita ci ha donato. Per Maria Rosa sono i ricordi dell’infanzia e le immagini della sua terra natale, la campagna vicina al fiume dove "sono stata felice e questa felicità non è andata dispersa".

All'autrice, che presenterà il suo libro in marzo al Ceod di Lugo, abbiamo rivolto alcune domande.

"Quel tanto che basta"<br>La storia di Maria Ros (Art. corrente, Pag. 2, Foto generica)

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