NR. 19 anno XXIII DEL 19 MAGGIO 2018
la domenica di vicenza
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”Intrecci Preziosi. La catena tra funzione e ornamento”

Museo del Gioiello
Basilica Palladiana
Orario: martedì - venerdì: 15 – 19, sabato, domenica e festivi: 11 - 19
Chiude il 24 marzo 2018

di Maria Lucia Ferraguti

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”Intrecci Preziosi. La catena tra funzione e ornam

Una lunga catena d’oro, già presente nel titolo della mostra “Intrecci Preziosi. La catena tra funzione e ornamento” lega 400 gioielli, storia e costume nella mostra della catena al Museo del Gioiello in Basilica Palladiana. Il filo aureo si sviluppa lungo quattro secoli, e lega la bellezza della tradizione orafa al mondo della tecnica e della produzione. Lo sviluppo avviene nel seguire il prezioso testo “Catene Chains - Gioielli fra storia, funzione e ornamento” di Alba Cappellieri. In Francia a metà del ‘700 per la comparsa della lavorazione a macchina e la sua successiva evoluzione, nel 1782 si avvia un’ampia produzione della catena. La comparsa nel mondo femminile con il riscoperto piacere e il conseguente nuovo incentivo alla produzione, avvenne nei primi dell’Ottocento, dopo con la proclamazione dell’Impero. In quel tempo per adornare il corpo lo si avvolgeva di lunghe catene. Da collo la moda imponeva catene d’oro corte, chiamate en ensclavage (in schiavitù) unite a catene lunghe d’oro e di princisbecco e catene sui fianchi ornate da grandi croci o occhiali d’oro, lorgnettes o vinaigrettes (bottigliette con sali). Per le acconciature decorate, semplici o prestigiose, l’illustre modello per i vezzi del formalismo sociale era offerto da La Belle Ferronnière di Leonardo da Vinci, interpretato da una catenella che cingeva il capo ornato da un pendente sulla fronte.

”Intrecci Preziosi. La catena tra funzione e ornam (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica)La catena rimase immutata per circa 5000 anni nelle quattro tipologie che la distinguevano, scrive nel catalogo Cappellieri, fatta a mano – la corda, filo incurvato e poi ritorto; la forzatina, anello inserito nell’anello; la coda di volpe, nodo dentro il nodo e la grumetta o corda nel pozzo, formata da maglie rotonde o ovali collocate in obliquo. –

Nuove varianti furono offerte dalla rivoluzione industriale con la distinzione fra il gioiello da giorno e da sera, chiamati –matinée lenght (75-90 cm.) o opera lenght (120-230 cm.).

I gioielli mantengono inalterato il loro significato simbolico e artistico e spetta al diffondersi della catena, favorita dai processi di meccanizzazione e di fabbricazione, il superamento del significato di status sociale attraverso un processo di democratizzazione della gioielleria borghese. Nuove tipologie caratterizzano l’Ottocento, dalla collana lavallière, una catena impreziosita da un diamante o perla pendente, elaborata in negligéarricchita al centro da un motivo decorato che dava origine a due corte e sottili catenelle asimmetriche, decorate alla fine da gemme a goccia. Da qui derivano infinite varianti, dalla lavallièrederivano con il girocollo di maglia con diamante il working-women e i sautoir, lunghissime collane comparse all’inizio nell’Ottocento, decorate da pendagli, libere nel movimento, fissate a piacere sull’abito. Ricompaiono nella moda degli anni Venti rivisitate nell’interpretazione sartoriale ispirata alla verticalità dal couturier Paul Poiret.

Nel progressivo sviluppo delle macchine spetta a Pfozheim il ruolo di capitale della lavorazione delle catene. Tra l’Ottocento e il Novecento i principali centri orafi mondali si trovano ad Arezzo, Vicenza e sempre nella sua provincia, a Bassano.

”Intrecci Preziosi. La catena tra funzione e ornam (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica)Il Veneto appare nella lavorazione della catena fin dal Rinascimento uno dei principali territori della lavorazione. Già nella Serenissima Repubblica di Venezia l’abilità orafa creava catene d’eccellenza, garantite per qualità e complessità. Dai capolavori rinascimentali di Andrea Palladio, al Rococò degli affreschi di Tiepolo, la catena esprimeva vocazione orafa veneta e capacità innovativa sia nella tecnica che nell’espressione artistica del gioiello. La più diffusa catena nel Veneto porta il nome di manin, realizzata da piccole mani, le uniche possibili ad unire in fili i numerosi e minuscoli anelli d’oro. I fili, lunghi anche 50 metri, erano poi divisi, secondo la tradizione, in parti uguali per le figlie come bene dotale. La tecnica, avvolta da un alone di mistero, fu appresa, pare, dai veneziani a Costantinopoli e si sviluppò nei territori dall’epoca bizantina nella Serenissima fino al XX secolo, e la produzione del manin era, come per i pizzi ed i vetri ed altri oggetti, protetta dalla Serenissima.

Due tipologie, il pieno e il vuoto distinguevano i manin. Il primo, risaliva a modelli del ‘300, era costituito da anellini a sezione mezzo tondo pieno, mentre dal ‘600 si diffuse il manin vuoto. Caratterizzava entrambi i modelli una catenella formata da anelli d’oro di 22 carati, una lunghezza fino a 50 metri e la realizzazione ottenuta dall’abilità degli orafi di realizzare 12-15 cm. di catena con un solo grammo d’oro.

Vicenza e Bassano con il sopraggiungere dell’industrializzazione conquistano il primato mondiale nella realizzazione manifatturiera industriale delle catene. Poli d’eccellenza concentrano le competenze degli orafi vicentini che si riuniscono nel costituire FRV, Fabbriche Riunite di Oreficeria Vicentine, uno dei primi esempi, scrive Cappellieri, di distretti industriali del gioiello italiano.

Mostra a cura di Alba Cappellieri.

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