NR. 19 anno XXIII DEL 19 MAGGIO 2018
la domenica di vicenza
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Il tempo di Narciso
e i fili della memoria

di Alessandro Scandale
a.scandale@gmail.com

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Il tempo di Narciso<br>
e i fili della memoria

Presentato a fine gennaio alla Biblioteca La Vigna di Vicenza, il libro di Dino Ambrosini Il tempo di Narciso. Memorie del Novecento veneto (edizioni Biblioteca dell'Immagine) non è la solita pubblicazione dal sapore nostalgico o folcloristico e neppure una storia famigliare, anche se per esigenze narrative Narciso, nonno dell'autore, ne fa da filo conduttore, ma descrive quella che con una felice espressione Dino Coltro aveva chiamato Civiltà Contadina. Ambrosini, nella sua opera prima, narra il vissuto di una corte intrecciato dai grandi eventi della storia: la rivoluzione industriale, il doloroso evento dell'emigrazione, le lotte contadine, la grande guerra, l'avvento del fascismo, la guerra partigiana e infine l'uscita di scena del mondo contadino.

Il tempo di Narciso<br>e i fili della memoria (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica)Lo fa senza salire in cattedra, attraverso il racconto della quotidianità, riannodando i fili della memoria, attingendo notizie da giornali, pubblicazioni e archivi. Ne risulta una narrazione dolce ma anche drammatica, ironica e divertente, certamente appassionante. Il tutto nella cornice di una corte, il palcoscenico dove si rappresentava la vicenda umana dei "siori e dei pitochi", per tanti secoli vissuti in pace nel delicato equilibrio tra capitale e lavoro, temperato dal sentire tipico dell'anima veneta. Qui pulsava la vita con le passioni, le gioie, gli amori e i dolori; in essa germinava quel grande patrimonio della solidarietà e della condivisione che mitigava la fatica del vivere. Ma mi robava le fassine in stala / par darghe on fià de caldo ai pi pitochi, racconta Gian Paolo Feriani, poeta dialettale veronese. Fermarsi ad osservare questo mondo scomparso da un modesto osservatorio come la Corte, oltre a ritrovare le nostre origini, può aiutarci ad individuare i vuoti della nostra società, che troppo frettolosamente ha buttato, come anticaglie del passato, quei valori che erano a fondamento di quel mondo. Un libro dedicato ai nipoti, ma idealmente a tutti i giovani perché si soffermino a confrontare una civiltà decadente, nevrotica ed egoistica nella quale si trovano immerse, con i ritmi pacati, la serenità e la condivisione della Civiltà Contadina. "Il sole al tramonto avvolgeva le case di un oro antico come i raggi dell'ostensorio nella processione del Corpus Domini. La pitara chiamò a raccolta i suoi mostri, Giovanni pastore chiuse nella stalla le pecore, la Menega Moreciolara tirò su l'acqua dal pozzo e il vecchio Sgiavara preparò un po' di legna per il fuoco... Tutti sapevano che nella Corte di Narciso ci sarebbe sempre stato il caldo della stalla e una fetta di zucca cotta e che si poteva bussare per una fascina di legna o una sessola di farina".

Il tempo di Narciso<br>e i fili della memoria (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica)L'autore ha riannodato i fili della memoria famigliare, ha scartabellato archivi e giornali così da accompagnare il lettore nel novecento veneto ormai scomparso. Il tempo di Narciso intreccia vicende quotidiane e grandi avvenimenti storici vissuti dentro una corte contadina veronese, palcoscenico dove si celebravano i riti domestici, le nascite, i matrimoni,l'impasto del pane, il filò e quelli del lavoro dei campi: l'aratura, la semina, i raccolti; le fiere del paese; e infine la guerra e l'inizio di una nuova epoca. La ristrutturazione delle vecchie corti con destinazione residenziale è un esempio di sovrapposizione architettonica che violenta la storia - leggiamo nella prefazione dello stesso autore - . L'immagine patinata ed asettica del prato all'inglese, i vialetti in cotto, i finti infissi d'epoca con le porte blindate le quali più che usci spalancati per accogliere, sono delle insuperabili barriere di difesa, denunciano lo stridente contrasto con la funzione svolta in passato dalla Corte: più in generale evidenziano la discrepanza tra una civiltà decadente, nevrotica ed egoistica e la serenità del mondo contadino. Trasformata in un anonimo e incomunicabile insieme di abitazioni, non è più il luogo di aggregazione sociale, il palcoscenico su cui si rappresentava la vicenda umana dei siori e dei pitochi. Fermarsi ad osservare questo mondo scomparso da un modesto osservatorio come la Corte, oltre a ritrovare le nostre origini può aiutarci ad individuare i vuoti della nostra società che troppo frettolosamente ha buttato come anticaglie del passato, quei valori che erano a fondamento della Civiltà Contadina. Il racconto di alcuni avvenimenti legati alla quotidianità sono l'eco di grandi eventi che hanno attraversato i primi cinquant'anni del novecento (le due guerre mondiali, l'avvento del fascismo, il progresso e i cambiamenti sociali); di questi grandi accadimenti ho tratto spunto da alcune interessanti letture. Il resto è frutto di ricordi dilatati dalla fantasia. Non è una cronaca famigliare, ma vuole essere la rappresentazione di un microcosmo paradigmatico di tanti altri diversamente rappresentati a seconda delle influenze ambientali, ma messi in sintonia da un unico diapason: la coralità.

Il tempo di Narciso<br>e i fili della memoria (Art. corrente, Pag. 2, Foto generica)

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