NR. 19 anno XXIII DEL 19 MAGGIO 2018
la domenica di vicenza
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L'altra Caporetto
Suore, orfanelle e pazze

Il libro di Albarosa Ines Bassani

di Alessandro Scandale
a.scandale@gmail.com

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L'altra Caporetto

Ha avuto una vasta eco sulla stampa nazionale il nuovo libro della religiosa vicentina Albarosa Ines Bassani, L'altra Caporetto - Suore, orfanelle e pazze di Valdobbiadene profughe nei territori occupati 1917-1918 (Gaspari editore, Udine), che narra l’avventura di alcune suore rimaste sole, con 300 donne e un gruppo di orfanelle, sotto i bombardamenti nei paesi invasi dopo Caporetto.

L'altra Caporetto (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica)Il libro, presentato a Vicenza ad inizio anno in un'affollata conferenza all'Istituto Farina, prende avvio dai fatti storici del 1917, quando l’esercito italiano fu pesantemente sconfitto a Caporetto e molti civili dovettero fuggire davanti al nemico o rimanere nelle zone occupate da tedeschi e austriaci come stranieri in casa propria. Il merito del libro sta nell'aver riportato alla luce uno degli episodi dimenticati di quell'epoca: una storia di donne consacrate a Dio, le suore Dorotee, che si batterono con coraggio per difendere altre donne, e non solo: orfane, malate di mente e ammalati. Come fa giustamente notare nella prefazione Alba Lazzaretto dell'Università di Padova, questa storia cosiddetta "minore" - assieme a tante altre già note e forse ad altre ancora a noi sconosciute - contribuisce in modo autentico a comporre il mosaico della più grande Storia, quella che siamo abituati a leggere sui libri ufficiali e più letti, "perché ci fa capire che non c’è stata solo la guerra sui campi di battaglia, ma anche quella quotidiana per sopravvivere nelle retrovie del fronte e all’interno dei territori occupati dal nemico, lottando per trovare un po’ di cibo, un tetto per ripararsi, qualche cosa per scaldarsi". L'intera vicenda narrata nel libro trae origine dal diario di suor Geltrude Bisson che, con quattro consorelle Dorotee e tredici orfanelle, dovette fuggire da Valdobbiadene, dopo Caporetto, luogo che era ormai diventato invivibile perchè invaso dal nemico e sotto il tiro delle artiglierie italiane che cercavano di riconquistare il terreno perduto. In quell'inferno dei vivi dove piovevano granate e mancava il cibo, tutto era caotico e nessuno sapeva cosa fare. Uniche ad avere le idee chiare sembravano essere appunto le suore: aver cura dei deboli e fare del loro meglio senza abbandonare nessuno.

L'altra Caporetto (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica)Seguendo il racconto di suor Geltrude - scrive Lazzaretto - l’autrice racconta le vicissitudini delle suore, delle orfane, dei malati, e insieme tutta l’epopea di un popolo in fuga, agli ordini del nemico, bisognoso di tutto. Si serve, per suffragare la sua fonte, anche di altre testimonianze: diari, memorie, carte geografiche, reperti fotografici, cartoline d’epoca, che aiutano a comprendere meglio la vita di quella povera gente. Ne nasce un libro di storia vero e proprio, che però sembra raccontato con la vivacità della testimonianza di suor Geltrude, in uno scambio continuo, come un dialogo a distanza nel tempo, tra la voce narrante di suor Geltrude, e quella di suor Albarosa, che a quella voce ha voluto prestare la sua, non solo per toglierla dall’oblio, ma anche per rendere lo stile adatto ai lettori contemporanei. Un’operazione ardua, che tuttavia segue i canoni dello storico, ma vuol farsi leggere come appassionante letteratura. Il filo narrativo si snoda lungo il calvario dei profughi, costretti a continui trasferimenti secondo gli ordini delle autorità tedesche, e segue il percorso dei due gruppi di suore, quello che deve lottare per sfamare e difendere le orfane, e quello delle infermiere, le sole rimaste ad occuparsi delle pazze e degli ammalati, lasciati nell’ospedale sotto le bombe. Per tutti le religiose cercano cibo, medicine, o un mezzo di trasporto per fuggire. Dunque una storia illuminata da straordinari atti di generosità. Una storia in cui protagonista è la fame, quella vera, che spinge le religiose a cercare tutti gli espedienti per sopravvivere, giungendo a scambiare rocchetti di filo e biancheria con i soldati invasori, per ottenere farina o medicine. Sembra di vederle, le suore dell’ospedale, mentre prestano le cure ai malati, incuranti dei calcinacci che piovono sulle loro teste, schivando per miracolo le granate che cadono sull’edificio. Sono donne che sanno anche prendere decisioni difficili, come quella di non obbedire alle autorità locali, che le volevano far rimanere all’ospedale di Valdobbiadene – quando ormai era stato evacuato – solo per custodire l’edificio. Tra tanto soffrire la generosità della povera gente veneta e friulana sembra riscaldare il gelo di quei duri mesi invernali: donne che offrono alle suore quel poco che possiedono, famiglie che dividono la misera polenta con le orfane, gente che incoraggia con la parola, quando non può dare altro. Tra i vinti che soffrono c’è spesso empatia, e si percepisce nettamente, tra le righe del diario, il legame profondo che esisteva tra suore e popolo: la gente ammirava queste donne perché sapevano sacrificarsi, le rispettava, offriva aiuto se poteva.

È anche il ritratto di un popolo operoso, che non è domato dalla sconfitta, che si affatica, che non depone le armi. I Friulani usano l’intelligenza come strumento di lotta senz’armi e riescono ad esempio a costruire tutta una rete di spionaggio per dare informazioni sul nemico all’esercito italiano, usando i piccioni viaggiatori come messaggeri. È un popolo che fa la sua guerra sotterranea, sotto gli occhi dei Tedeschi e con gravissimo rischio, contribuendo a costruire quella che in fondo sarà anche una vittoria corale, preparata da una specie di Resistenza ante litteram. Anche le suore fanno la loro resistenza civile, e si prodigano – in mezzo a tanta desolazione – per organizzare la scuola per i fanciulli, per insegnare loro a leggere e scrivere, o anche solo per farli giocare. Sembra proprio una lotta per la civiltà contro la barbarie della guerra, e davvero ci si commuove leggendo dei davanzali trasformati in banchi di scuola, delle famiglie che raccattano qualche libro e lo portano alle suore, perché lo possano leggere ai loro piccoli. Sono proprio suore “Maestre”, le Dorotee, in tutti i contesti, fedeli alla loro missione, sempre. La scuola diventa anche luogo di condivisione della povertà e dell’ingegno per farvi fronte e, per sfamare le orfane, le suore-maestre decidono di chiedere a ogni scolaro di portare una patata: in fondo cosa da poco, per una famiglia, ma tanto, messe tutte insieme le patate, per la fame delle fanciulle. Sullo sfondo della narrazione l’autrice è attenta a non trascurare il contesto degli eventi militari, con il tuonare dei cannoni durante la battaglia del solstizio, nel giugno del 1918, o con l’arrivo degli Alpini del Battaglione Bassano che per primi entrano a Valdobbiadene, tra il tripudio della folla, e infine con la vittoria nella battaglia di Vittorio, che da allora si chiama “Veneto”. Ecco allora che cosa fu “l’altra Caporetto”, quella dei civili, degli umili, dei malati, delle pazze, delle donne coraggiose, come le suore Dorotee, che non hanno pensato a salvare se stesse, ma gli altri.

A Ines Bassani abbiamo rivolto alcune domande.

L'altra Caporetto (Art. corrente, Pag. 2, Foto generica)

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