NR. 38 anno XXIII DEL 27 OTTOBRE 2018
la domenica di vicenza
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Festival Conversazioni
in scena “Falstaff”

di Elena De Dominicis
elenadedominicis@virgilio.it

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Falstaff

Anna Cappelli (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica)@artiscenichecom

 

Questa settimana per il Festival Conversazioni 2018 è andato in scena l’ultima opera di Giuseppe Verdi, “Falstaff”. Realizzata nell’ambito del nuovo Vicenza Opera Festival diretto dal M° Ivan Fischer, che ha condotto l’opera con la sua compagnia Ivan Fischer Opera Company, la Budapest Festival Orchestra e di cui ha curato l’allestimento con il regista vicentino Marco Gandini, artista di fama internazionale che sarà impegnato prossimamente in Venezuela con La Bolivar orchestra per l’Idomeneo, un Gala Concert al Cairo per la Obratsova Foundation e il Rigoletto a Busseto con l’accademia di Belle Arti di Brera, il Museo Tebaldi e la Pavarotti Foundation. Per i prossimi spettacoli di Conversazioni 2018 www.tcvi.it

 

Quest’opera è una commedia presa da “le allegre comari di Windsor”. Come mai Verdi si trova alla fine del secolo e sceglie una commedia con un intreccio di tipo vecchio, con le burle e gli equivoci?

Falstaff (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica)Marco Gandini: “Quest’opera è il frutto della collaborazione di Verdi e Boito, già avvenuta con l’opera precedente, Otello. L’editore Ricordi, per far conoscere queste due personalità grandissime aveva fatto fare una collaborazione col Simon Boccanegra nella seconda edizione; Ricordi vede l’affinità tra i due e vanno con l’Otello e dopo il Falstaff, che deriva sì da “le allegre comari di Windsor”, ma anche dall’“Enrico IV”. Quindi il lavoro di Boito e Verdi e un lavoro dalle fonti, ma ne scrivono uno assolutamente nuovo ed esclusivo e anche i caratteri sono abbastanza diversi dall’originale, da commedia che io vorrei definire molto italiana, che deriva dalla tradizione del comico italiano, che parte dalla Commedia dell’Arte , attraverso l’opera del ‘700 di Napoli e Venezia, il goldoniano, Rossini, Donizetti. Verdi è quasi ottuagenario e scrive un’opera quasi nuova per le sue corde, diversa dalle precedenti e ci si chiede come mai riesce a scrivere il vertice della commedia. La risposta è nel nostro patrimonio conoscitivo, culturale, dove la commedia è assolutamente radicata e quindi Verdi, come Puccini con Gianni Schicchi, benché scrivessero drammi riescono a fare delle opere complete rappresentative dei vertici dello stile commedia. In Verdi poi si intravede questo messaggio grandissimo, all’umanità, al futuro, in questo concetto del “tutti gabbati”, il mondo è una burla, riconosciamo un po’ la sua vita, l’ostruzionismo della censura, le glorie di un artista, le delusioni e proprio quando arrivano i colpi bassi come a Falstaff (ma anche a Ford) bisogna riderci sopra e la tristezza svanisce. È un po’ il messaggio di Chaplin, bisogna sorridere alle sventure e ai colpi bassi della vita. Ho voluto sottolineare al massimo la dinamicità di questa commedia, nella recitazione, espressione delle frasi, portare questo teatro di parola di commedia, nella forma migliore".

Tu lavori moltissimo in Giappone, dove hanno un grandissimo amore per l’opera italiana. Il pubblico che incontri e gli addetti ai lavori che cosa apprezzano dell’opera italiana? Che rapporto hanno col melodramma? Noi siamo famosi per quello, un titolo come Falstaff è meno rappresentato di Traviata.

“Il Giappone è un paese che ha uno spiccatissimo senso del bello e della proporzione, lo vediamo in alcuni aspetti della vita culturale e artistica: nell’architettura sono i numeri uno, nell’equalizzazione, negli anni ’80 il Giappone era il tempio del Hi-Fi, tutti i teatri sono super acustici, nell’industria il senso di trovare la relazione perfetta proporzionale, nell’automobilistica nuove tecnologie e tradizione. Lo vediamo nella moda giapponese, nel cibo: ogni elemento viene scelto con cura e lavorato strato su strato. Il Giappone ha un’ammirazione assoluta per l’arte italiana in generale. Dell’opera italiana apprezzano gli elementi di equilibrio, riconoscono il belcanto e l’emissione del suono bello, vogliono studiare e riprodurre il suono della nostra lingua: il Giappone ha una tradizione fortissimamente melodica: i folksongs sono di natura polifonica e melodica bellissima, molto vicina a una sensibilità musicale dell’opera italiana. Le persone con cui collaboro in Giappone da quasi 20 anni hanno portato l’opera italiana, hanno contribuito all’apertura del New National Theatre di Tokyo dove ho collaborato per l’inaugurazione con Aida, abbiamo costruito il Teatro del Giglio Showa dove ogni anno faccio una produzione di opera italiana spaziando da Bellini, Donizetti, anche opere rare mai eseguite in Giappone come Pia De Tolomei, l’anno prossimo ci sarà un titolo mai eseguito in Giappone. Ho fatto Falstaff, 5 anni fa, una produzione diversa da questa dell’Olimpico, un grandissimo successo del Giappone perché per la prima volta uno spettacolo totalmente giapponese nella produzione è stato noleggiato a Siviglia: nessun allestimento dal Giappone viene in Europa. Questo è avvenuto con Falstaff con la mia regia dal Teatro del Giglio Showa: la capacità esecutiva dei giapponesi è stata tale da poter equiparare lo spettacolo a uno europeo”.

Abbiamo visto una mise en espace con la scenografia costruita intorno all’orchestra: Fischer li coinvolge come se fossero dei personaggi, si travestono, lui stesso interagisce con gli artisti e con i personaggi, come ti sei trovato a lavorare con Fischer direttore e regista anche lui con questa struttura che fa entrare l’orchestra nella narrazione?

“L’orchestra è più che un personaggio: canta le parti del coro nell’atto II scena 2 e nell’atto III scena 2, eseguendo il suono della partitura ne eseguono anche la parte di azione. Questa è la filosofia di Ivan: creare dei musicisti a 360°, che non solo suonano ma che anche cantano, recitano, formare e indirizzare la personalità e l’artisticità di un orchestrale, coinvolgerlo nell’esperienza teatrale: canto, musica di orchestra e azione scenica. Conosco benissimo il Teatro Olimpico, è il tempio della proporzione, quindi abbiamo creato queste pedane con vari livelli e direzioni, rappresentano anche un po’ un teatro elisabettiano senza elementi che non interessano al testo, abbiamo voluto dare uno spazio teatrale della commedia di parola nel rispetto del luogo. I costumi fantasiosi e bellissimi descrivono i caratteri dei personaggi: ho voluto mettere un po’ di clownerie, Falstaff è un pre-buffone con l’arguzia della parola e la vivacità del gesto".



nr. 37 anno XXIII del 20 ottobre 2018

Falstaff (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica)

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