NR. 42 anno XXIII DEL 24 NOVEMBRE 2018
la domenica di vicenza
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Il vino nella grande guerra

Un fedele compagno

di Alessandro Scandale
a.scandale@gmail.com

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Il vino nella grande guerra

Mentre si stanno per concludere le celebrazioni del centenario della prima guerra mondiale, vogliamo dare spazio ad un bel volume presentato alla biblioteca La Vigna di Vicenza, Il vino nella Grande Guerra – fronte italiano 1915-18 (Antiga Edizioni), pensato dal Consorzio Vini Venezia e realizzato con il contributo di vari storici e specialisti. Una pubblicazione diversa dal solito e molto interessante. Ne è curatore Giovanni Callegari, mentre Carlo Favero, direttore del Consorzio Vini Venezia, ha collaborato alla stesura dei contenuti, che comprendono anche interventi del noto musicista vicentino Bepi De Marzi e del direttore di coro Alessio Benedetti, autore del saggio Combattere e cantare: il vino nei canti di guerra. Raccontare la storia del vino nella Grande Guerra è una sorta di osservazione dell’umanità dei soldati e dei civili coinvolti nel conflitto.

Il vino nella grande guerra (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica)L’ascolto di una specie di rumore di fondo che, riconosciuto, diventa sorprendente e talvolta dominante. Una volta focalizzati, i fiaschi appaiono ovunque: dietro a volti spaventati e tesi nel combattimento, sul ciglio delle trincee tra i fucili appostati, nelle buche delle mitraglie in agguato timoroso. I vigneti e le damigiane diventano bene logistico da controllare e gestire, desiderio di preda oppure oggetto di spoliazione. Il vino è stato un compagno maschio e fedele dei soldati ma anche una morbida compagna, un abbraccio consolatorio che aiutava a superare lo sconvolgimento dei combattimenti e le nostalgie di casa e di pace. È stato un elemento importante nelle tabelle nutrizionali delle armate. È stato un’occasione di affari grandi e piccoli che hanno prefigurato quell’economia del vino che ci permette, a cent’anni di distanza, di ricercarne la storia e coltivare la memoria. Un volume che attraversa l’esperienza del vino bellico con approccio interdisciplinare, cercando le tracce storiche, enologiche, documentali e letterarie con riferimenti archeologici e musicali di inattesa ricchezza.

Da cent’anni - scrive Callegari nella premessa - si susseguono pubblicazioni, convegni, musealizzazioni, produzioni cinematografiche, ricerche, studi, esposizioni e spettacoli che puntano a descrivere, amplificare e in qualche modo sublimare alcuni elementi iconici della grande guerra: trincee, rovine, artiglierie, eroismi, sofferenze civili, virtù e limiti dei comandanti, battaglie.

Tutto, purtroppo, drammaticamente vero. L’enfasi narrativa però ha generato una percezione del conflitto molto spesso orientata all’epica, come se l’umanità moderna avesse bisogno di nuovi miti eroici da sovrapporre agli archetipi ereditati dall’antichità. La Grande Guerra è la prima ed unica guerra della storia ad essere identificata da tale aggettivo. Eppure battaglie ferocissime e guerre crudeli con centinaia di migliaia di vittime si sono sempre combattute nei secoli. L’esperienza di inizio ‘900 è per tutti, senza ombra di dubbio, l’unica davvero grande: non è una pur ragionevole questione di scala ad imporre l’uso dell’aggettivo grande, ma piuttosto una questione di percezione. Una sorta di cesura storica che ha determinato un prima e un poi nella memoria collettiva e probabilmente anche nell’esperienza di chi visse quegli eventi.

Il vino nella grande guerra (Art. corrente, Pag. 2, Foto generica) La Grande Guerra è stata rappresentata come una sequenza di fatti veloci, di una velocità che appare innaturale perché scaturita dal continuo rimbalzare narrativo dall’esperienza soggettiva a quella collettiva. Fu invece un lungo tempo lento con alcuni episodi ad alta intensità: i milioni di ordigni lanciati sono spesso immaginati esplodere in completa sincronia con effetti apocalittici e concentrati, mentre furono i protagonisti di un costante, ripetitivo, snervante gocciolare di morte. In un contesto narrativo simile è assai difficile riportare la percezione del conflitto a livelli basilari di umanità, comprensibili a tutti: ci si aspetta sempre il gesto epico, la frase storica, il totale sconvolgimento dell’umano, il dramma più impressionante, con modalità che potremmo definire filmiche. Fu invece una guerra di tanti uomini contro altri uomini e gli uomini sono tali sempre, in pace come in guerra, cercano sempre e comunque di vivere, di vivere meglio degli altri, di vincere le contese, di godere della vita e di condividere, dove e quando possibile, il piacere dell’esistenza e delle relazioni. Questa attenzione semplice all’umanità in un conflitto disumano è alla base del libro che state sfogliando: non narra di eroi o di generali, non spiega le armi e le battaglie, non si sofferma sulle sofferenze del soldato o sui dilemmi strategici dei comandanti: semplicemente cerca delle tracce di ordinarietà dentro un evento straordinario.

Tra gli elementi di ordinarietà nell’esperienza bellica dei soldati di cento anni fa balza agli occhi il vino: un buon compagno di vita in pace e anche in guerra, a dispetto delle diverse divise, lingue, bandiere e armi tenute tra le mani. Le tracce narrative del vino nella Grande Guerra sono, appunto, ordinarie: celate in qualche parola istintiva e compiaciuta tra le righe di racconti e diari quasi sempre postbellici; ritratte in secondo piano nelle numerosissime fotografie di ogni fronte di guerra; esibite nelle strofe e nei ritornelli dei canti inventati per passare il tempo nelle baracche o per ricordare, addolcendole per i commilitoni e i civili altrimenti ignari, le sofferenze e i drammi patiti negli anni di guerra. Raccontare la storia del vino nella Grande Guerra è quindi un esercizio di osservazione dell’umanità dei soldati e dei civili coinvolti nel conflitto, l’ascolto di una specie di rumore di fondo che, riconosciuto, diventa sorprendente e talvolta dominante. Una volta focalizzati, i fiaschi appaiono ovunque: dietro a volti spaventati e tesi nel combattimento, sul ciglio delle trincee tra i fucili appostati, nelle buche delle mitraglie in agguato timoroso. I bicchieri sono levati per celebrare amicizia, scampato pericolo, ricordo, speranza e vittoria. I vigneti e le damigiane diventano bene logistico da controllare e gestire, desiderio di preda oppure oggetto di spoliazione. Il vino è stato un compagno maschio e fedele dei soldati ma anche una morbida compagna, un abbraccio consolatorio che aiutava a superare lo sconvolgimento dei combattimenti e le nostalgie di casa e di pace. È stato un elemento importante nelle tabelle nutrizionali delle armate, da sempre conscie che il miglior combattente è quello nutrito, protetto e motivato. È stato un’occasione di affari grandi e piccoli che hanno prefigurato quell’economia del vino che ci permette, a cent’anni di distanza, di ricercarne la storia e coltivare la memoria.

Abbiamo incontrato Callegari e dialogato con lui.

Il vino nella grande guerra (Art. corrente, Pag. 2, Foto generica)

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