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NR. 43 anno XXIII DEL 1 DICEMBRE 2018
la domenica di vicenza
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"Viaggio di Sgarbi
nel Rinascimento"

di Elena De Dominicis
elenadedominicis@virgilio.it

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Sgarbi

Anna Cappelli (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica)@artiscenichecom

 

Sgarbi (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica)Tutto esaurito al Comunale di Vicenza questa settimana per la lezione spettacolo del prof. Vittorio Sgarbi dedicata a Leonardo Da Vinci. Dopo il successo di due anni fa al TCVi con lo spettacolo dedicato al rapporto tra Caravaggio e Pasolini, Sgarbi è tornato per illustrarci l’attività pittorica di Leonardo, accompagnato dalla musica dal vivo dell’applauditissimo violinista Valentino Corvino e le affascinanti immagini digitali di poliedri in movimento create da Tommaso Arosio. Le conferenze spettacolo dedicate ai grandi artisti del Rinascimento fanno parte un progetto di Sgarbi per le celebrazioni di questi artisti ( Lenardo è morto il 2 maggio del 1519). L’anno prossimo sarà la volta di Raffaello Sanzio e nel 2021 il professore farà una “deviazione” verso Dante Alighieri , a 700 anni dalla morte, per uno spettacolo che promette rigorosamente “anti-Benigni”. Nello spettacolo Sgarbi ha ricordato con molto affetto e orgoglio quando era sovrintendente ai Beni Culturali qui in Veneto e a Vicenza, per occuparsi di Palladio e ha citato gli intellettuali vicentini: il prof. Cevese, Virgilio Scapin, Neri Pozza, il Marchese Roi e anche l’architetto Flavio Albanese, già presidente della Fondazione Teatro Comunale di Vicenza.

 

Durante lo spettacolo lei ha detto che abbiamo una documentazione relativa riguardo a come gli artisti gestivano le loro opere. Nel teatro non sappiamo come fosse la drammaturgia di alcuni artisti o come suonassero alcuni musicisti; quindi anche noi giornalisti e fruitori che andiamo a teatro abbiamo una lacuna di documentazione nel percepire esattamente un’opera come poteva concepita dagli artisti. Anche voi critici di arte visiva, che in teoria dovreste avere tutta la documentazione che vi serve, avete il problema di ricostruire la concezione di un’opera com’era così come ci è arrivata?

Vittorio Sgarbi: “Generalmente parlo per me perché non so cosa facciano gli altri: io non sono un esperto o uno studioso di Leonardo per cui mi limito, diciamo, a fare il saggista che dalle opere di Leonardo ricava una serie di sensazioni che non sono necessariamente legate alla ricerca filologica e alla ricostruzione di quello che le fonti ci dicono, che in questo caso può determinare curiosità per il leone che ha fatto per il Duca di Milano. Le opere parlano come parlano i testi poetici e ci sono degli interpreti che le interpretano, per l’appunto. Quindi la mia è un’interpretazione di Leonardo, non una ricostruzione, né storica, né filologica né un saggio specialistico che debba chiarire: essendo a teatro devi illustrare, raccontare e spiegare attraverso l’interpretazione, che in questo caso è la mia, quello che le opere di Leonardo ci dicono. Per cui non so cosa facciano gli altri e non sono interessato a saperlo ma certamente; come ho detto all’inizio, mi sono applicato agli studi di alcuni artisti poco conosciuti, uno dei quali appunto Giovanni Demio, che in questo momento è in mostra a Schio: è quello che ho fatto seguendo lo schema critico di metodologia più tradizionale. Io guardo le opere di Caravaggio, di Michelangelo e di Leonardo come poteva fare Liszt quando traduceva in musica: la mia è una traduzione in parole di quello che le opere dicono a me. Poi non mi interessa sapere quanto questo corrisponda a una ricostruzione più o meno precisa di quello che non solo Leonardo voleva dire e mi pare di capirlo interpretandolo e di quelli che erano gli strumenti. Sappiamo che, tecnicamente, il suo esercizio della pittura era sperimentale: non praticava l’affresco, per esempio, e questo è un dato che comunque si può raccontare come curiosità ma, poi, non è che io debba fare la diagnosi di Leonardo per vedere, invece, quello che ha pensato di utilizzare; questo è un altro mestiere ancora".

Sgarbi (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica)Lei è molto attivo anche online, sicuramente avrà notato che sui social, soprattutto quelli un po’ più “colti” come Twitter, girano tantissime immagini di arte e c’è moltissimo retweet anche di pittura dell’800. Da una parte vediamo un grande analfabetismo funzionale, molte persone poste davanti a un testo anche semplice non sono in grado di capirlo, però da un’altra parte c’è un grande interesse verso ciò che è cultura. C’è una divisione sempre maggiore di pubblico oppure si sta perdendo una coscienza di ciò che è l’arte e si ritwitta perché semplicemente è una cosa bella che piace?

“Beh non può che farmi piacere che ci sia attenzione per l’arte. Poi non facendo il sociologo non mi voglio preoccupare delle ragioni che muovono in una direzione o nell’altra. Certamente questo è il momento in cui le immagini e l’immagine, anche l’immagine delle persone, hanno un maggior risalto rispetto al passato: difficile immaginare nel 1950 una giornalista che avesse le unghie come le tue, per esempio, il che fa pensare che una giornalista è cambiata anche nel modo in cui si mostra perché gioca con il proprio corpo come un’opera d’arte. Quindi ci sono linguaggi conviventi: convive sia una dimensione di analfabetismo difficile sia un entusiasmo per l’immagine. La quantità che tu dicevi prima io non la conosco perché non frequento i social passivamente, li frequento attivamente, cioè dichiaro io e non guardo quello che dichiarano gli altri. Però se è come dici tu non posso che esserne soddisfatto".

Lei diceva che l’esperienza dell’arte è un’esperienza diretta con l’artista che ha dipinto. Oggi c’è molta arte digitale.

“Anche quello: tutte le esperienze artistiche assumono tecniche che i tempi consentono quindi non c’è dubbio che l’arte digitale, e in generale la capacità di elaborare immagini, al di là della tradizione normale, sia una forma espressiva rilevante".



nr. 42 anno XXIII del 24 novembre 2018



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