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NR. 44 anno XXIII DELL'8 DICEMBRE 2018
la domenica di vicenza
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"I Villani” di Don Pasta
contro il cibo 3.0

Cibo e vita rurale a Venezia 75 dalla terra al piatto

di Elena De Dominicis
elenadedominicis@virgilio.it

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I Villani

Anna Cappelli (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica)@artiscenichecom

 

Questa settimana al cinema Araceli è stato proiettato il documentario “I Villani” con la presenza del regista Daniele De Michele, più noto come Don Pasta. Celebre in tutto il mondo per i suoi cooking dj-set dal vivo in cui si esibisce cucinando e offrendo il cibo preparato al pubblico, accompagnato da musica dal vivo e dischi, collaboratore di Repubblica, ha realizzato un grande progetto audiovisivo con Casa Artusi, centro di cultura gastronomica domestica appartenente all’associazione Case della Memoria, entrando nelle cucine della gente comune e documentando l’autentica tradizione regionale tipica. Con questo film presentato all’ultima Mostra del Cinema di Venezia, De Michele dà voce ai contadini e i pescatori di Trentino, Sicilia, Campania, Puglia indagando il rapporto uomo –natura che viene poi tradotto nel cibo che tutti noi mangiamo.

 

I Villani (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica)In questo film vediamo gente nata e cresciuta nel posto che ci viene mostrato, mangiano quello che coltivano. Il nuovo interesse verso il cibo genuino lo vedono come un appannaggio di “alieni”. Da parte di noi “alieni di città” c’è una grande divergenza tra il prodotto biologico, termine che loro ridicolizzano, e la diffidenza sulla sicurezza: se è del supermercato è controllato, se è del contadino o del pescatore può essere pericoloso. Loro dicono che se è illegale è sano perché è fatto in casa.

Daniele De Michele: “Il film utilizza paradossi per porre delle questioni: la cucina italiana si basa su un artigianato di piccolissime dimensioni, così è stato per secoli e così si è sviluppata. Le normative, legittime, di sicurezza sono arrivate negli ultimi 30-40 anni insieme a 2 fenomeni: uno è il grande commercio e l’ingrandimento delle società di produzione e vendita. Due: che queste regole sono costruite per i grandi produttori ma non includono il nocciolo della questione cioè che la cucina italiana è per i piccoli fatta dai piccoli. È una legge che non tiene conto della maggioranza delle persone che producono cucina italiana".

Però è anche vero che queste normative, che in Italia sono le più rigorose, sono quelle che hanno salvaguardato da epidemie e hanno evitato fenomeni che nel resto d’Europa hanno fatto danni.

“Quei fenomeni sono successi dove la globalizzazione della produzione era arrivata a livelli insensati. La produzione agro industriale è per sua natura pericolosa: l’alimentazione umana ha a che fare con qualcosa di più delicato e se tu utilizzi la variabile del business nel produrre carne, tu ammali la bestia con molta più frequenza e pericolosità che se lo fai in modo naturale. I fatti che dici tu sono legati a produzioni di grande capacità: nel momento in cui vengono a inserirsi in un sistema piccolissimo dal Veneto alla Sicilia, rischi di inficiare i meccanismi di produzione stessa. Sono leggi corrette per l’agroindustria ma nel momento in cui le applichi a tutti distruggi l’80% dei piccoli produttori".

Nel film vediamo vita contadina: queste persone hanno una grande consapevolezza di quello che rischiano, sono orgogliosi di quello che fanno e ci trasmettono la loro passione Al Sud studiare era la moneta del grande riscatto e oggi c’è un ritorno di ragazzi che studiano con voti alti che poi si trasferiscono non più a Vicenza ma direttamente in Danimarca ecc. A parte il pescatore che dice di essere contento che le figlie studino, sembra quasi che si colpevolizzi la persona che cerca il riscatto intellettuale.

“Mostrare questo non è dire che loro hanno ragione: significa che qualcuno si è dimenticato di queste persone. Che i figli dei contadini vadano a laurearsi, che la società li sviluppi, che il mondo rurale si emancipi dalla povertà è la cosa giusta della modernità. La modernità ha cancellato, o quantomeno dimenticato,dei meccanismi educativi e cognitivi di produzione, di rapporto uomo-natura, che probabilmente non hanno più ragione di esistere e che sono irrilevanti per molti ma che se li vai a guardare “scientificamente” e antropologicamente hanno una loro valenza nel mostrare tutta la loro “nobiltà”. Certo che c’è un atto d’accusa non al fatto di studiare, ci mancherebbe, però al fatto che chi ha studiato e doveva fare un’analisi del mondo rurale, dello sviluppo dell’economia ha pensato che per andare avanti bisognasse cancellare i retaggi. Totò, il contadino, lo dice: la modernità va benissimo però tu non la puoi costruire dimenticandoti di quello che è stato fatto. Io faccio quello che facevano Soldati, De Seta, Veronelli, Olmi: gente che comunque pensa che non puoi andare avanti a pensare che la cultura o l’economia la debbano farle solo gli acculturati".

I Villani (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica)Secondo te, i cooking show hanno portato consapevolezza o hanno creato un corto circuito? È una grandissima operazione di marketing.

“Teoricamente, anche loro, Slow Food, la Clerici, comunque servono: meglio questo che solo i grandi supermercati e basta a cui eravamo destinati prima che arrivasse questa moda. Effettivamente adesso la gente si rende conto che cucinare è un piacere benché sia un fenomeno di marketing. La mia contestazione è che questa attitudine dimentica la cucina italiana e nel momento in cui tutto fa sì che ciò che è imperante è una cucina da spettacolo significa che tu dimentichi come hanno mangiato bene, per secoli, milioni di persone che non vengono rappresentate. Se tu mi dici che l’impiattamento con lo scalogno e la frittura… cioè… stai dicendo una cosa senza storia, che può andare bene ma se mi rappresenti il mondo senza storia, la storia muore".

Avresti potuto fare un film uguale in Nord Europa dove ci sono una socialità e un’affettività completamente diverse dalla nostra?

“Effettivamente mi sono occupato prevalentemente di cucina del Sud perché probabilmente concepiamo il cibo come un atto identitario e culturale prima ancora che un fatto tecnico. La cucina popolare è uguale in qualsiasi parte del mondo: la gente che aveva fame aveva poco però aveva la curiosità di inventarsi, con quel poco, insieme alla sua comunità, un piatto che in genere è molto complesso ed elaborato. Prendi il baccalà alla vicentina: un piatto nato con 3 ingredienti che a pensarlo ci è voluta una comunità intera che si è voluta autorappresentare attraverso una dimensione collettiva. Questa cosa puoi trovarla in un posto rurale, remoto che non ha perso la connessione con la storia perché la modernità ha fatto credere che la storia non serve a niente. i luoghi che sono più a rischio sono effettivamente quelli del Nord, la differenza già tra Nord Italia e Sud è enorme, a Napoli tutti sanno come si fa una genovese di cipolle (ragù bianco con cipolle che si sciolgono in cottura,specialità napoletana assolutamente sconosciuta a Genova, ndr): hanno conservato l’idea che il cibo sia un fatto identitario collettivo e qualsiasi classe sociale sa mangiare bene perché sono state conservate le ricette come qualcosa di intimo".

Ci sono delle generazioni che si sentono più rappresentate da altro: ai nostri empi era l’hamburger, oggi è il sushi.

“Ho un figlio e non gli nego le mode ma è fondamentale l’infrastruttura di quello che dai: una delle forme migliori di raccontarsi, vivere e vendere il Made in Italy può esistere solo se uno ha un sostrato solido. Non puoi vendere la pasta se la farina non sai più di che forma sia fatta, presentarti come brand commerciale e come cultura se non sai che storia c’è dietro. A quel punto non ti imporrai più perché la gente fa gli spaghetti col ketchup e non capirà la differenza con la pasta col sugo di pomodoro fresco".



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