NR. 01 anno XXIV DEL 12 GENNAIO 2019
la domenica di vicenza
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Walter. I boschi a nord del futuro

di Elena De Dominicis
elenadedominicis@virgilio.it

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Walter. I boschi a nord del futuro

Anna Cappelli (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica)@artiscenichecom

 

(copyright foto  Lina Padovan & Eleonora Cavallo)

 

Questa settimana al Teatro Astra di Vicenza è andato in scena “Walter. I boschi a nord del futuro” il nuovo spettacolo della compagnia Fratelli Dalla Via di Marta e Diego Dalla Via, lui sindaco di Tonezza del Cimone. Come spesso accade negli spettacoli dei Dalla Via il contesto è quello della montagna, in cui la relazione di adattamento uomo- natura-tecnologia è raccontata con il dialetto veneto, unico elemento popolare in un ambito di ricerca del teatro contemporaneo. Sul palco vediamo una realtà fantascientifica in cui le persone sono controllate da un chip sottopelle obbligatorio imposto dal regime digitalizzato del Raus, che estende il suo potere ovunque tranne che in alcune zone d’ombra della pedemontana. Marta Dalla Via, autrice del testo, interpreta una donna che cerca il figlio scomparso, Diego Dalla Via il dissidente analogico, Elisabetta Granara la hacker.

Walter. I boschi a nord del futuro (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica)Voi avete un modo di scrivere il testo che gioca con le parole oltre il loro significato e contesto e le battute che reciti tu sono diverse da quelle di tua sorella Marta: il suo ragionamento è più emotivo.

Diego Dalla Via: “In questo lavoro i personaggi hanno ognuno un proprio universo di riferimento: sicuramente il personaggio di Speranza ha l’emotività, la fede, una visione della vita a questo. Chiaramente, poi, c’è l’universo-natura e c’è l’universo-tecnologia, è anche il tema del racconto, il fatto che nessuno di questi universi basti a se stesso e possa reggersi da solo sulle proprie gambe".

Nel contemporaneo e nel Nord Est siete forse gli unici che parlano di mondo alpino, di una natura legata a una realtà geografica: l’unica connotazione popolare è il dialetto ma soprattutto in questa pièce non si può prescindere da una cultura digitale abbastanza radicata.

“Non so se siamo gli unici, noi queste matrici le abbiamo sempre tenute come ambiente di riferimento poi cerchiamo di esplorare, invece, gli argomenti che riguardano il presente: questo spettacolo è ambientato in questo contesto e tempo specifici ma ha l’ambizione di ragionare sul presente. Stiamo ancora scoprendo questo aspetto nel rapporto col pubblico, lo spettacolo è molto giovane: abbiamo fatto una versione estiva e adesso questo è praticamente il debutto in sala. Abbiamo fatto riferimento a dei volumi che abbiamo studiato in questo percorso e uno di questi è una specie di piccola enciclopedia dell’universo digitale. Ed è vero che potrebbe anche essere che una parte del pubblico fatichi a comprendere alcuni degli elementi che riguardano questo universo però è anche vero che stiamo cercando di innescare un dialogo con un pubblico più giovane".

Attirare i giovani a teatro: il problema forse è il teatro. Non è il primo tentativo in cui si cerca di portare la cultura digitale sul palcoscenico, il problema è che non si riesce a portare il palcoscenico nel reale-digitale. L’unico esperimento che ha creato un vero e proprio corto circuito ultimamente è stato il video “Ciao Terroni” di Andrea Pennacchi sui social con un pubblico letteralmente spaccato in due. Ci sono associazioni e istituzioni culturali che cercano di entrare con i contenuti dentro al telefono: quindi forse il problema non è portare i giovani a teatro, ma fargli fruire il teatro attraverso gli strumenti che loro usano per conoscere il mondo.

“Si, diciamo che noi, come compagnia, su questo siamo ancora all’età della pietra perché lavoriamo sulla sala, sul teatro. In generale sul piano comunicativo non abbiamo fatto un gran lavoro in questo senso, però sui tematismi e queste cose c’è un un’apertura di credito significativa, infatti una delle cose che sono emerse nella lavorazione è una verifica se proporlo alle scuole superiori".

Nei centri di montagna come Tonezza molto spesso viene prediletto lo sport anziché la cultura. Come dicevamo, voi siete forse una delle pochissime realtà, o forse l’unica, in cui si fa una cultura del contemporaneo.

“Da noi, nei territori periferici di quest’area geografica, c’è una forte abitudine alla sala teatrale perché c’è un retroterra culturale legato alle sale parrocchiali che hanno fatto cinema dagli anni ’50 e hanno creato queste aggregazioni, queste abitudini di fruizione e su questo è stato anche più facile proporre alcune cose: noi abbiamo risposto a un pubblico non specializzato, che non aveva mai visto testi di contemporaneo. È una questione di credito che danno le persone rispetto alle proposte: in un paese di 500 abitanti tendenzialmente la gente viene anche perché la quantità di proposte è molto relativa, quello che c’è da fare è poca cosa quindi “la sala so come funziona perché a teatro ci sono già stato”, è più facile. In un contesto urbano dove la gente ha un’offerta sterminata di proposte e sceglie quella cucita addosso per i suoi gusti è molto più difficile fare questo".

Walter. I boschi a nord del futuro (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica)Nella pièce dite che la vita è reale solo se condivisa. Oggi è quasi completamente sparito il punto di vista dell’altro: abbiamo tutti selfie però non abbiamo foto di qualcuno che ci ha presi mentre facciamo qualcosa senza essere coscienti di essere fotografati quindi colti nel nostro essere. È quasi scomparsa la spontaneità di ciò che siamo davvero per metterci al meglio. Poi se c’è un problema, blocchi. Tutta una vita senza confronto reale. Anche prima il problema ci veniva creato dall’opinione degli altri, per cui cosa è cambiato alla fine? Lo controlliamo di più ma la preoccupazione è sempre quella.

“Sono d’accordo fino a un certo punto: le questioni e le fragilità umane sono le stesse dall’inizio dei tempi però questi mezzi hanno amplificato in una maniera enorme anche questa cognizione di isolamento che ha l’individuo. Non c’è la figura dell’eremita, è un arroccamento nelle proprie certezze e nella propria visione addirittura di se stessi: ho costruito un ideale di me che utilizzo per stare al mondo. Insomma, credo che ci sia stato un cambio di passo enorme con l’avvento di queste tecnologie; io lo vivo anche con una certa preoccupazione e scetticismo, lo abbiamo messo in scena con punti di vista differenti perché in qualche maniera anche questo racconto vive questa condizione".

Nella pièce parlate di un’ “intercapedine forestale” un cuscinetto nella superstrada pedemontana dove non c’è controllo dei cittadini digitalizzati e il regime del Raus vuole distruggerla. Perché non conquistarla?

“Non vogliono distruggerla. È una provocazione: a Tonezza è arrivata la fibra ottica ma non è mai arrivato il metano. Noi consideriamo il digitale come una cosa per tutti quando è qualcosa che riguarda tutti coloro che vivono all’occidentale, in tutte le aree del mondo, ma le zone forestali…si può estendere questo controllo fino a creare e immettere il chip sottopelle, forse sì. Nella nostra provocazione rimarrà sempre qualche piega; anche la parola “intercapedine”: rimarrà sempre una zona grigia in cui ci si potrà muovere, inventare una ribellione, un pensiero alternativo".



nr. 46 anno XXIII del 22 dicembre 2018

Walter. I boschi a nord del futuro (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica)

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