NR. 10 anno XXIV DEL 16 MARZO 2019
la domenica di vicenza
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Da Platone al selfie
tra arte e video

di Elena De Dominicis
elenadedominicis@virgilio.it

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selfie stick

Anna Cappelli (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica)@artiscenichecom

 

Questa settimana al Teatro Astra di Vicenza è andata in scena la performance “SELFIE//STICK” del regista Giulio Boato. Lo spettacolo tra danza e video arte riprende studi di laboratorio sul comportamento animale relativo al bisogno di aggregazione tramite l’attrazione e il rifiuto nelle comunità di mosche, animali molto semplici rispetto all’uomo, per poi applicare l’interpretazione dei risultati facendo riferimento al Simposio di Platone e alla fenomenologia del selfie, come strumento di riconoscimento personale. il regista si è avvalso della collaborazione del ricercatore biologo Tito Panciera e dei ragazzi del liceo artistico Boscardin che hanno partecipato come modelli in una parte di video arte nell’ambito di un laboratorio su teoria della performance e riflessione sull’identità

All’inizio vediamo le due performer che giocano con questo doppio selfie con un doppio segnale: sembra che quello in cui si specchia e si muove guardandosi nel telefono sia dal vivo, invece è riprodotto tant’è che poi va avanti per il suo percorso e la ragazza assume tutt’altra gestualità. Spiegaci questo gioco di specchi.

selfie stick (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica)Giulio Boato: “È vero, assolutamente. Un selfie non è solo una foto di sé, la metti sui social perché tutti ti vedano, è un mettersi in scena e al contempo un vedere come si è. All’inizio, 4 anni fa, quando abbiamo cominciato a lavorare a questo progetto, c’era l’idea del piacersi e non piacersi, dell’accettarsi. Lo specchio è quella cosa che ti trovi sempre là di fronte: oggi ti piaci, domani ti fai “schifo”, per stare bene con te stessa devi riuscire ad accettarti per quella che sei. Lo specchio è quello che ti rimanda a quello che sei, a come ti senti rispetto alla tua immagine: qual è il nostro sentirci? Perché l’immagine è talmente importante? E quindi questa idiosincrasia, questo lottare per accettare quello che gli altri vedono di noi, lo specchio che è anche deformante. Quello che io penso che sono è la stessa cosa che gli altri vedono? Probabilmente no, per questo mi metto in scena quando faccio un selfie: mi metto sorridente quando magari sono triste o con un bel paesaggio dietro per far vedere che sono in vacanza".

Forse più che un farsi vedere dagli altri è un guardarci noi: lo specchio non sempre ci piace e con le tecnologie che abbiamo, miglioriamo. Quindi può essere un modo per scegliere come essere; col selfie cambia completamente la percezione che abbiamo di noi: siamo noi che controlliamo l’immagine e proiettiamo, non necessariamente agli altri, l’idea che vogliamo avere di noi stessi. Nessuno ci fa più un’istantanea mentre stiamo facendo qualcosa senza sapere di essere ripresi, per cui il gesto spontaneo non c’è più.

Non ci avevo pensato ma adesso che me lo dici è vero, totalmente, quando dico “gli altri” intendo il fatto di voler essere in un certo modo, ci vediamo attraverso lo sguardo degli altri e gli altri sono lo specchio".

Ci sono citazioni a studi scientifici pubblicati e viene descritto in maniera molto chiara il risultato di questi studi sul comportamento da un punto di vista animale. Ci sono però dei testi in cui si fa riferimento alla cultura digitale: può essere che uno spettacolo, quanto più il teatro si avvicinerà alla cultura digitale massificata, sarà comprensibile solo a un certo tipo di pubblico?

Beh il rischio c’è: è impossibile usare un linguaggio che tutti capiscano, è chiaro che devi scegliere a chi ti vuoi rivolgere e in che modo vuoi parlargli. In questo caso abbiamo scelto un tema che nasce dal digitale, il selfie, ma che è vastissimo. Se fosse stata una cosa più tecnica sarebbe stato più per addetti ai lavori ma non ci interessava molto in questo caso: il selfie è un pretesto, alla fine, è più tutto quello che dicevi prima, tutto il rapporto che abbiamo noi con la nostra immagine, con il nostro essere che, in questo caso, le tecnologie semplicemente esasperano. Non è che prima di farci i selfie eravamo tutti “giusti” e adesso col selfie abbiamo preso cattive abitudini, le abbiamo sempre avute ma il selfie ce le fa vedere di più , se vogliamo vederle".

Quali sono queste cattive abitudini?

Adesso la sto mettendo sul morale e non è giusto, però quello che dicevi prima sul voler modificare la propria… ma ci sta che uno voglia modificare la propria vita per essere felice, meno male! Però adesso tramite le tecnologie abbiamo l’illusione che sia possibile, molto più di prima e molto più facilmente, manomettere la realtà. Questa manomissione è comunque finta e fallace e la tecnologia proprio perché ci spinge a farlo maggiormente ci può far rendere conto di questo e magari agire in contropiede".

Gli studi che sono citati avranno avuto un corredo di immagini: c’è qualcosa che ti ha ispirato? C’è stato un momento in questa ripetizione di immagini che in un gesto mi è parso di vedere la prima fotografia del DNA di Watson e Crick da cui si è intuito che il DNA avesse una struttura a doppia elica.

Tito Panciera: “Quella foto che era la proiezione a raggi X della molecola di DNA era di Rosalind Franklin ed è stata usata da Watson e Crick per riprodurre la struttura. La scoperta originale era di Rosalind Franklin e non è mai stata davvero accreditata nel modo più corretto".

selfie stick (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica)G.B.: “Tito non è solo un biologo ma un grande divulgatore scientifico e quindi questi esperimenti, in realtà, lui ce li ha raccontati a cena poi ci ha mandato dei link per studiare, le immagini non c’erano concretamente però per il suo modo di raccontare sono cose molto visive. È un racconto alla Superquark, abbastanza freddo e divulgativo, che stimola molto l’immaginario, quindi anche se in scena non succede praticamente niente, mentre uno ascolta si vede un po’ questo film senza bisogno di vedere la foto perché è raccontato in un certo modo".

Si parla dell’ermafroditismo facoltativo: animali ermafroditi bisessuali che in mancanza di partner sono in grado di auto rigenerarsi e questo si chiama selfing. È una coincidenza che ci sia un processo naturale che si rispecchia in un comportamento dato da una rivoluzione tecnologica? Senza il telefono che fa l’autoscatto non esisterebbe il selfie eppure in natura esiste un’autoriproduzione di sé.

T.P.: “È chiaro che il nostro assunto di base era un po’ questo: il selfie, diciamo, “social” è in realtà illusorio perché in realtà noi non siamo specie ermafrodite, quello di cui ci dobbiamo occupare è il confronto con l’altro, prima o poi. Mediante la tecnologia uno può farsi tutti i selfie che vuole ma in qualche modo non può mai prescindere dall’altro sesso, con l’altro da sé".

Lo spettacolo finisce con una narrazione epica in cui si parla di un tempo primordiale in cui eravamo un unico essere poi si parla di una divisione tra uomo e donna, in realtà fino ad adesso si è vista una diversità tra due persone “uguali”, non abbiamo visto un uomo per cui potrebbe essere anche superfluo. Perché viene citato il genere maschile che è completamente diverso?

G.B.: “È il mito dell’ermafrodito dal “Simposio” di Platone. Ho tolto la parola “ermafrodito” perché ce l’ha già in testa la gente e non serviva”.

T.P.: “Poi è stupefacente come certi concetti ritornino in modo incredibile: un filosofo antico come Platone che di certo non poteva avere la percezione dell’evoluzione biologica che abbiamo noi; il darwinismo è un concetto ottocentesco eppure c’è questa percezione di un divenire biologico che a lui sembrava già chiarissimo, se lo rileggi con la sensibilità odierna".

G.B.: “Il testo dice che queste metà erano un’unica cosa, e l’importante è trovare un’altra metà a cui attaccarsi quindi il bisogno di amore o di interazione con l’altro di cui dicevamo prima nel selfie. Lo scopo era mostrare come la differenza tra il maschile e il femminile sia molto fluida".



nr. 09 anno XXIV del 9 marzo 2019

selfie stick (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica)

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