NR. 12 anno XXIV DEL 30 MARZO 2019
la domenica di vicenza
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Sarajevo, la strage
dell'uomo tranquillo

di Elena De Dominicis
elenadedominicis@virgilio.it

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Sarajevo, la strage<br>
dell'uomo tranquillo

Anna Cappelli (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica)@artiscenichecom

 

Sarajevo-la strage dell’uomo tranquillo (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica)Un’altra prima nazionale a Danza in Rete Festival Vicenza_Schio con il danzautore Gennaro Lauro, esibitosi a Palazzo Chiericati con la sua opera prima “Sarajevo- la strage dell’uomo tranquillo” co-prodotto dalla compagnia Sosta Palmizi e sostenuto da numerosi enti internazionali di danza contemporanea. Avvicinatosi alla danza in età adulta Gennaro Lauro ha presentato un solo densissimo di espressività corporea, una riflessione sulla solitudine come guerra interiore e la diffidenza verso gli altri in cui il ritrovarsi è un ricostruire come avviene nei dopo-guerra. Come in quasi tutti gli spettacoli del festival, dopo la performance c’è stato un incontro con l’artista in cui il pubblico ha avuto la possibilità di fare domande ed esprimere riflessioni. Il prossimo appuntamenti di danza a Vicenza sono Sabato 23 marzo nella sala grande del Teatro Comunale lo spettacolo “Les nuits barbares” della compagnia Hervè Koubi, in prima regionale. Per tutte le informazioni sul festival www.festivaldanzainrete.it

Questa è la prima nazionale del pezzo completo e durante l’incontro col pubblico dicevi che si chiama “Sarajevo” perché nasce da un sogno che tu hai fatto che era ambientato e che ti ha colpito.

“Mi chiedevano del titolo: in realtà le cose sono sconnesse, è un sogno che ho fatto tanti anni fa, c’erano due eserciti, c’era il bambino, che ero io, ed era ambientato a Sarajevo, semplicemente da lì nasce questo titolo e quando sono andato in sala, molti anni dopo, ho cominciato a lavorare per altre esigenze non sapevo di star lavorando sulla guerra né questo sogno era in prima linea, nel mio immaginario di lavoro, però sapevo che si sarebbe chiamato Sarajevo. Non c’è una connessione narrabile. La cosa mi ha sorpreso in generale è che tutto ha preso una forma abbastanza coerente rispetto al contenuto, alla narrazione del solo, rispetto al fatto che avessi deciso preventivamene di chiamarlo Sarajevo”.

Questo sogno lo hai fatto mentre e rincorsola Guerra nei Balcani?

“No, era il 2012,ho cominciato a lavorare sul solo nel 2017. Il sogno non è il motore del solo, ma del titolo”.

Come alcune persone del pubblico hanno notato, c’è quasi una negazione dell’individuo, come avviene nelle guerre. Noi vediamo il tuo viso solo alla fine e c’è un gioco continuo di equilibrio e staticità anche con l’assenza di suono, quindi ci sono tante negazioni.

Sarajevo-la strage dell’uomo tranquillo (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica)“Non so se è una negazione dell’individuo. È un individuo che, diciamo banalmente, si rimette in questione fisicamente. Cosa significa: smontarsi, fondamentalmente, che sia il volto o il corpo. Quindi per me è proprio questo smontarsi per poter ritrovare una verticalità più appropriata a se stesso e probabilmente la mia è una verticalità storta, in questo senso non è una negazione perché nella negazione c’è un elemento di cancellazione e io non ho voluto cancellare niente: vedere un processo in cui qualcosa deve essere sottratto per poter svelare, un po’ come in archeologia, che qualcosa deve essere tolto per svelare qualcosa”.

Un solo per non essere solo”; tu ti confronti anche con la solitudine dell’oggi, una cosa di cui si parla molto: siamo tutti connessi ma nel momento in cui ci confrontiamo con gli altri siamo diffidenti. Lo dici: “la nostra vita quotidiana è piegata a una silenziosa allerta e circospezione”. Questo riassume tutto: c’è una società assolutamente fluida però alla fine parliamo tutti di noi stessi e forse questo è molto rappresentativo della solitudine. Tu in questo spettacolo parli di te stesso o di tutti?

“Non posso parlare di tutti, parlo ovviamente di me stesso; quello che oggi esiste è la questione che ognuno racconta la propria biografia,la propria storia più che per vivere le cose perché in realtà la vita richiede di stare con gli altri mentre la biografia richiede degli spettatori, dei lettori, quindi c’è questa differenza. Invece se parlo di me stesso parlo della mia esperienza. Un elemento importante che mi ha spinto a fare il solo è che non è stato facile mettermi in sala da solo, continuare e da solo presentarlo. Essendo anche il primo lavoro è stato il fatto di avere proprio un ruolo d’incontro: alla fine quando io apro lo sguardo cerco l’incontro con le persone, non cerco solo spettatori, per me questo è importante”.

Hai studiato lingue e filosofie orientali: i tuoi studi quanto ti hanno influenzato nella scelta della gestualità? Sicuramente sarai entrato in contatto con forme di arti performative o cinema estranei alla cultura occidentale.

“No non direi che c’è una connessione o una influenza diretta, soprattutto dei miei studi orientali. Per quanto riguarda la filosofia è diverso: non c’è una influenza, il fatto di dire. “Questa è la causa e questo è l’effetto”ma la filosofia, di fatto, rimane il mio modo di pensare, sono proprio cresciuto con questo e sicuramente la mia maniera di approcciarmi a determinate questioni, benché attraverso il corpo,c’è qualcosa che frulla proprio a livello filosofico.

Cosa ti ha spinto ad esprimerti con la danza? Ci sei arrivato tardi, immagino che ci sia tutto un percorso creativo dietro.

“È stato un altro particolare della mia vita: mi è stato dato il contatto di un laboratorio molto particolare, durava 5 mesi, con lo spettacolo finale, tenuto da Giorgio Rossi ( Sosta Palmizi ndr) e Ivan Truol, a Roma, era un laboratorio multietnico e mi ricordo che avevo partecipato pensando che fosse una cosa di quartiere e invece erano proprio delle audizioni e mi ricordo che avevo capito che ci sarei rimasto molto male se non mi avessero preso perché mi ero sentito bene, avevo sentito che c’era qualcosa che si dischiudeva. Quindi per me il movimento è stata una scoperta e una scoperta molto importante perché è un canale di comunicazione che invece non ho con la parola e con la filosofia”.

Sarajevo-la strage dell’uomo tranquillo (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica)Però c’è della parola nello spettacolo.

“Sì sì, assolutamente, però messa nella drammaturgia teatrale, non è messo in un trattato di filosofia in cui le parole sono concatenate razionalmente, non sono evocatrici, è questo quello che mi ha spinto: il movimento è stato una grande scoperta e non avendo una formazione io non posso essere arrogante perché non parto da un linguaggio tecnico abbastanza solido, non ho il virtuosismo, è quello che mi richiede più sforzo”.

E quindi ti misuri più con te stesso.

“Probabilmente, mi chiede distarci dietro”.



nr. 11 anno XXIV del 23 marzo 2019

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