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Campioni del mondo
Questa storia non inizia in una notte buia e tempestosa, ma di giorno, con un sole gentile di primavera. Non è una storia di avventura, di spie e di spionaggi, di traditori e di inseguimenti. Semmai è una storia di carte, documenti, timbri, uffici comunali, ministeri, ambasciate e consolati. Non è una storia di eroi, semmai di antieroi; non ci sono protagonisti, se dovessimo dare un premio, ci sarebbe la gara per l'oscar agli attori non protagonisti. E allora che storia è? Era l'anno dei mondiali, quelli del 2006. L'anno di Calciopoli, uno di quegli anni in cui all'inizio la rosa dei venti decide di soffiare contro gli uomini in maglia azzurra, ma alla fine quegli uomini in maglia azzurra ce la fanno, piegano gli alisei dalla loro parte e vincono e alzano la coppa. Come nel 1982. Come nel 2006. C'era ancora un'Italia che ai mondiali ci andava e li vinceva pure, i mondiali. La grande Francia, la testata del divino Zidane al bullo Materazzi, il rigore di Grosso. Nel nome un destino: proprio in quei giorni Angela Merkel provava a formare il suo primo governo di coalizione. Grosse Koalition, pensate. Memorabile, quel cielo azzurro sopra Berlino. E quell'inno: po-po-po-pò.
Che mondo era quello del 2006? Quando inizia questa storia, almeno in Italia, nessuno sapeva cosa fosse Facebook. Negli Stati Uniti Mark Zuckenberg aveva da poco registrato il dominio per 200 mila dollari e aveva deciso di aprirlo anche ai licei, non solo alle università. Eravamo all'alba dell'era social, ma non lo sapevamo, non potevamo immaginarlo. Non c'era nemmeno l'iPhone, sarebbe arrivato due anni dopo. In tasca avevamo i Nokia, i Motorola, i più smart avevano il Blackberry. Mandavamo email, sms, ma ancora non c'era Whatsapp. Per la verità, ancora non c'erano nemmeno le reti wifi. Internet sì, che c'era, da una dozzina d'anni, con i modem 56k, quelli che gracchiavano, macinando lenti. C'erano le edicole e c'erno i giornali, che ci sono ancora, ma la crisi della stampa non l'avrebbe prevista nessuno, nel 2006.
Era maggio, dunque, e Romano Prodi aveva da poco giurato al Quirinale, per la seconda volta da presidente di un consiglio dei ministri in cui altro che Campo Largo: si andava dal democristianissimo Clemente Mastella, ministro della giustizia, al trozkista Franco Turigliatto. Quel parlamento, durato due anni, fu il primo eletto con il Porcellum: già, fu proprio quello l'anno in cui mise radici il vizietto tutto italiano di cambiare legge elettorale alla fine di ogni legislatura. Quel parlamento fu l'ultimo in cui comparve la parola “comunista”. E proprio in quel maggio venne eletto presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, primo e per ora ultimo Capo dello Stato ad aver militato sotto le insegne rosse con falce e martello. Quel consiglio dei ministri aveva potuto essere formato per un soffio, per appena 25 mila voti di vantaggio sul centrodestra che Silvio Berlusconi aveva trascinato a una incredibile rimonta contro ogni sondaggio al termine del governo più longevo della storia repubblicana. Fino ad oggi, almeno. Affluenza: 85 per cento. Altri tempi. E sapete da dove partì quella incredibile risalita? Indovinato, proprio da qui, da Vicenza, dai padiglioni della Fiera, per essere precisi, dove prima delle elezioni era andato in scena un confronto a distanza voluto da Confindustria. Presidente Luca Cordero di Montezemolo. Il venerdì si presentò Prodi, accolto con un inusuale tepore dai vertici confindustriali. Il sabato era atteso Silvio Berlusconi, bloccato però da una sciatalgia: annunciò che sarebbe stato sostituito da Giulio Tremonti, ministro dell'economia. Colpo di scena, quella mattina gli agenti della questura iniziarono ad agitarsi quando il dibattito condotto da Ferruccio De Bortoli, allora direttore de Il Sole 24 Ore, era già avviato. In un amen si diffuse la voce che il Cavaliere era in arrivo a bordo di un elicottero partito da Arcore. Quando salì sul palco, un'onda gravitazionale attraversò la platea. Berlusconi non aspettò di essere imbeccato da domande, partì a razzo attaccando gli imprenditori che a suo dire si preparavano a votare per i comunisti, per le tasse, per il pessimismo. Attaccò i giornali. All'improvvisò scattò in piedi, curando così la sciatalgia, si diresse verso le prime file puntando il dito: ce l'aveva con Diego Della Valle, di quello scontro rimane ancora il ricordo di quell'invito: “Signor Della Valle, la prego di dare del lei quando si rivolge al presidente del consiglio”. Ho raccontato questo episodio perché ci dice qualcosa sul clima politico di quel 2006, ci racconta di un'Italia bipolare, divisa tra destra e sinistra, tra berlusconiani e antiberlusconiani, senza un centro di gravità permanente, un'Italia in cui arriva allo zenith la Seconda Repubblica: di lì a due anni nasceranno il Pd e il Pdl, i Cinque stelle, spariranno alcuni storici simboli, come la falce e il martello. Ma ci dice qualcosa anche su una città, Vicenza, poco abituata alla luce dei riflettori, testa bassa e bareta fraca', qui si lavora, non c'è tempo per lustrini e paillettes. È ancora una provincia del profondo Nordest, che di Roma non si fida e da Roma vuole essere lasciata in pace. Non sarà così. In pochi mesi, Roma chiamerà Vicenza e Vicenza, volente o nolente, chiamerà Roma. E non una sola volta.
Cast
In questa storia entrano tutti in scena senza volerlo, spinti dagli eventi, dalle notizie, dai ruoli. A rileggerla, sembra davvero di stare dentro uno psicodramma pirandelliano. Il primo personaggio in cerca di autore non può non essere Romano Prodi. In quel 2006 ripete l'impresa compiuta dieci anni prima, nel 1996, quando il suo Ulivo sconfisse il Polo delle libertà di Silvio Berlusconi. Il professore concede il bis ponendosi alla guida di una armata che tiene insieme pezzi di scudocrociato con falce e martello, cattolici con progressisti, gente che nella Prima Repubblica aveva flirtato più con Mosca che con Bruxelles o Washington con cattolici moderati, liberaldemocratici, riformisti che invece si sentono più a loro agio sotto l'ombrello atlantico della Nato e quindi dei marines. La satira della tv di Stato, orchestrata da Serena Dandini e dai fratelli Guzzanti, dipinge in quei giorni Prodi come un semaforo: fermo, immobile, al centro della strada, nella nebbia della pianura padana, spaventato dalle conseguenze di ogni singola mossa, perché ogni singola mossa può scontentare qualcuno, al centro o a sinistra, di una coalizione extralarge, appesa ai raffreddori e agli umori di un paio di senatori. Quando giura al Quirinale, tra ministri e sottosegretari batte ogni record: nella foto di gruppo sono più di cento, per accontentare ogni anima, ogni gruppo, ogni sigla. Tutti gli osservatori pensano che non durerà cinque anni, il tempo di una legislatura, ma nessuno sospetta che la crepa che farà crollare il castello di carte è già in atto, proprio in quei giorni di sorrisi a beneficio di fotografi e cameraman: la bomba è già innescata, ora è solo questione di tempo. E la bomba è il caso Dal Molin.
Glossario minimo
La prima parola che ci serve in questo viaggio è “servitù”. La troviamo, nella formula “servitù militare”, nei documenti, nei comizi, nei titoli dei giornali di quel 2006. Detta in modo piuttosto grossolano, le servitù militari sono aree del demanio destinate a caserme. La caserma Ederle è una servitù militare: formalmente la base è italiana, tanto che il comandante è un militare italiano, concessa in uso agli americani in virtù degli accordi bilaterali tra Italia e Stati Uniti sottoscritti nel 1954. Quegli accordi sono ancora oggi secretati: sappiano che esistono, che da quegli accordi derivano una serie di impegni e di regole nell'uso delle basi Usa in Italia, sappiamo soprattutto che da quel testo discese il via libera del governo Prodi all'amministrazione Bush, ma non sappiamo di preciso cosa ci sia scritto. Quella era un'Italia ancora immersa nelle macerie di una guerra che aveva perso, un'Italia liberata grazie al determinante contributo degli alleati angloamericani, un'Italia che si stava rialzando grazie agli aiuti del piano Marshall, un'Italia che aveva deciso di ripudiare la guerra e che non aveva più un esercito capace di difenderla, un'Italia che era posta alla frontiera con l'Europa dell'est, in un mondo diviso in blocchi, su cui era calata la Cortina di ferro. Le servitù militari servivano agli americani, certo, ma erano utili anche a una giovane democrazia che si stava lasciando alle spalle un ventennio di dittatura e la vergogna di una sconfitta umiliante. Quell'Italia era ancora viva e attuale nel 2006? Quegli accordi avevano ancora un significato vincolante nel 2006? E in fondo, la domanda potremmo farcela anche oggi, vent'anni dopo il caso Dal Molin, settant'anni dopo la firma di quei trattati: le basi americane servono ancora all'Italia e agli Stati Uniti?
La citazione
«La sera del 13 aprile arrivarono quasi senza farsi sentire. Lunghe colonne di camion scesero da nord silenziose come un fiume lungo strade alberate, costeggiando bianche ville deserte ignorate nella notte, aprendosi un varco tra le lucciole».
Goffredo Parise, “Gli americani a Vicenza”
Pop
E quindi l'inno azzurro di quel 2006 faceva così: “poo-po-po-po-poooo”. Ve lo ricordate, vero? Era una versione da curva di un pezzo rock inciso da una band americana, gli White Stripes, e inserito in un disco, Elephant, uscito tre anni prima di quei mondiali. La leggenda vuole che prima di un Milan-Bruges i tifosi fiamminghi l'avessero sentita per la prima volta in un pub, gasandosi a mille per quel riff molto diretto e riconoscibile. La partita finì con una vittoria, abbastanza sorprendente, del Bruges a San Siro e nello spicchio di stadio riservato ai tifosi ospiti si levò per la prima volta quel coro. Due anni dopo toccò alla Roma sfidare e battere il Bruges, così i tifosi giallorossi, per irridere gli avversari, si appropriarono dell'inno, cantandolo uscendo dallo stadio e poi riproponendolo per tutto quel campionato, al punto che Francesco Totti lo accennò persino sul palco del festival di Sanremo, stonando fino a renderlo irriconoscibile, ma seminando il contagioso virus che sarebbe deflagrato durante i mondiali tedeschi per accompagnare le imprese sportive della Nazionale di Marcello Lippi.
Credit
I primi ringraziamenti vanno a Videomedia, la società editrice di TvA e di Tele Chiara, e al Comune di Vicenza: insieme hanno organizzato la conferenza del 25 settembre al Parco della Pace.
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