NR. 01 anno XXXII DEL 24 AGOSTO 2026
la domenica di vicenza
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Una pura formalità.
Il caso Dal Molin vent’anni dopo

Seconda puntata: cambia il governo proprio mentre gli americani presentano il progetto per la casera. E la maionese impazzisce

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Una pura formalità.<br>
Il caso Dal Molin vent’an

2.

 

Commedia all'italiana

Una pura formalità.<br>Il caso Dal Molin vent’an (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica)Perché questo titolo? Perché parlare del caso Dal Molin come di “Una pura formalità”? Eh, perché questo era stato fatto credere agli americani: che sarebbe stata una pura formalità. In fondo, molti anni dopo, lo stesso Romano Prodi liquiderà la faccenda come un “modesto problema urbanistico”. Cosa saranno mai questi alloggi per soldati così simili ai condomini di periferia di tante città italiane? In questo, Prodi e Berlusconi si assomigliano: entrambi, per ragioni diverse, hanno considerato il Dal Molin un punto sulla cartina geografica, insignificante, del tutto trascurabile. Così Berlusconi per tre anni, da presidente del consiglio, non farà che tranquillizzare Casa Bianca e Pentagono, impegnati nella guerra al terrore, a Osama Bin Laden, ad Al Qaeda, e bisognosi di portare verso il sud dell'Europa truppe da schierare in prima linea, da paracadutare quando si apre un nuovo fronte, quando c'è necessità di mettere gli stivali sulla terra: boots on the ground. C'è un racconto fedele di quanto la questione abbia il peso specifico di una piuma, fino alla primavera del 2006. E questo racconto è ben descritto dai cablogrammi – sì, cablogrammi, come quelli spediti dai generali al fronte per dare ordini ai plotoni in trincea – che pochi anni dopo verranno resi noti da Julian Assange e dai cosiddetti wikileaks. Fino al 2006 dall'ambasciata di via Veneto i marconisti trasmettono oltre oceano messaggi improntati alla serenità, alla fiducia, persino all'entusiasmo. “Che si dice in Italia a proposito di quel nostro progetto di ampliamento?”, chiedono da Washington. “Qui va tutto bene”, rispondo da Roma: il governo ci è amico, tutti ci dicono che non ci sono intoppi, che si può fare. Yes, we can, per dirla con le parole di un senatore dell'Illinois che proprio in quei mesi stava limando il discorso della sua candidatura alle primarie democratiche per candidarsi alla presidenza degli Stati Uniti. Sì, ce la possiamo fare, ce la dobbiamo fare, in tempi brevi, perché intanto Afghanistan e Iraq mietono vittime, le brigate vanno riorganizzate, va creata una unità di attacco specializzata, il Combat team. I piano è in perfetto equilibrio, i pianeti sono allineati. Ancora da Washington, con quel piglio pragmatico e decisionista che attribuiamo agli americani: se è tutto apparecchiato, cosa serve per avviare i lavori? E da Roma, dove conoscono certi tortuosi cunicoli della burocrazia latina: mah, qui ci dicono di presentare il progetto per l'esame tecnico. E a chi dobbiamo presentarlo? E qui inizia qualcosa in cui siamo maestri: la commedia all'italiana. Già. Quando l'esercito più potente del mondo e della storia decide di presentare quel plico di 500 pagine non gradisce troppa pubblicità e quindi ci fa timbrare sopra ogni singola pagina la scritta “classified”: che equivale a top secret, da non divulgare. Il problema è che quelli sono i giorni in cui in Italia si vota: c'è la campagna elettorale – rispondono dai ministeri – meglio aspettare. Passano le settimane, finché per una manciata di voti cambia la maggioranza e cambia il governo. I cablogrammi dell'ambasciata si fanno più prudenti. Aspettiamo. Ma c'è fretta, gli americani non capiscono questi riti. Così fanno pressione. All'improvviso, quella pura formalità sta diventando un pacco di antrace, una fiala di nitroglicerina, che nessuno vuole trovarsi sulla scrivania. Quando gli uscieri di palazzo Chigi ricevono il plico, ai piani alti segretari e direttori rispondono che lì non hanno tempo, sono tutti impegnati a formare il nuovo governo, mandate questa roba alla Farnesina per competenza. Al ministero degli esteri, in attesa del nuovo ministro, dirottano il faldone alla Difesa. Alla Difesa sanno che con il cambio di governo cambieranno molte cose, a partire dai militari italiani ancora presenti in Afghanistan e in Iraq. Il plico finisce allora al ministero delle infrastrutture, dove quasi si offendono: mica siamo il Catasto, noi. Ed è a quel punto che qualcuno si ricorda di aver fatto incontri e telefonate su un piccolo aeroporto, una storia di caserme, rotte dal Veneto alla capitale, alla Baviera, alla Sardegna, una storia di tangenziali, di campi da rugby, di torri di controllo. Mandate a Vicenza, vedessero loro se questo progetto gli sta bene o no. C'è un vuoto di potere a Roma ed è in quel vuoto di potere, mentre si elegge un nuovo presidente della Repubblica e mentre si forma un nuovo governo, che il progetto della caserma americana prende la via di Vicenza, per finire sul “carrello dei bolliti”, come noi giornalisti chiamavamo il carrello con cui gli uscieri di palazzo Trissino smistavano corrispondenza e documenti. L'allineamento dei pianeti salta. Il piano ormai è inclinato: e quando il piano è inclinato, le cose che ci stavano sopra iniziano a rotolare verso il basso. A cadere. A precipitare. 


La citazione

Una pura formalità.<br>Il caso Dal Molin vent’an (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica)“Piuttosto che una guerra, è meglio una grande crisi per stravolgere un po’ il mondo, per metterlo un po’ sulla strada giusta, per far capire che non è più la borsa che deve governare”
Mario Rigoni Stern 

 

 

 

 Glossario minimo

Una pura formalità.<br>Il caso Dal Molin vent’an (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica)Sì, a Vicenza c'era un aeroporto. Era intitolato a un pioniere dell'aviazione, Tomaso Dal Molin, nato nella Valle del Chiampo e celebrato per le sue imprese a bordo di aerei che erano poco più che lattine con le ali. L'aeroporto ebbe una storia durata un'ottantina d'anni, iniziata sotto il Fascismo e conclusa nel settembre 2008 con l'ultimo decollo di un Cessna. Durante la seconda guerra mondiale fu duramente bombardato dagli alleati con le famigerate bombe a spillo o a farfalla. Durante la Guerra fredda su quartier generale della Quinta Ataf, che sta per Allied Tactical Air Force: era un importante comando aereo della Nato operativo dal 1956 al 1999, che coordinava le forze aeree alleate nell'Europa meridionale. Il Dal Molin era quindi un aeroporto militare a uso civile: il lato militare è oggi occupato dalla caserma americana, mentre il lato civile era affacciato su strada Sant'Antonino. In mezzo la pista di volo, di cui oggi rimane un moncone nella pancia del Parco della Pace, lungo la recinzione della base Del Din. Quando si chiuse l'esperienza della Quinta Ataf il grande dibattito in città era trovare le risorse per gestire la torre di controllo. Per qualche mese fu cullato il progetto di salvare capra e cavoli: far costruire agli americani la loro caserma sul lato est, quello di strada Sant'Antonino, per preservare a uso civile la pista di volo. Non a caso la prima versione del progetto americano, quella emersa nel 2006 da cui prese il via il movimento contrario alla base, era ritagliato su misura per il lato est. Questa ipotesi tramontò definitivamente due anni dopo, con la gestione del commissario Paolo Costa, che per limitare l'impatto urbanistico e visivo della nuova caserma suggerì al governo e agli americani di costruire la base sul lato ovest, dove un tempo era attiva la Quinta Ataf. Questa scelta fece scorrere i titoli di coda sulla storia dell'aeroporto, di cui oggi rimangono alcuni hangar, l'edificio dell'aviostazione, una lapide a ricordo di Dal Molin, i nomi di alcune strade di Vicenza che celebrano grandi aviatori come Arturo Ferrarin e i nomi delle vie di Rettorgole, frazione di Caldogno, dove un ragazzo nato negli ullimi vent'anni, ignaro della storia che precedette la caserma Del Din e il Parco della Pace, potrebbe aggirarsi interrogandosi su una scelta apparentemente bizzarra: cosa c'entrano gli aeroporti in un luogo in cui gli aeroporti non ci sono?


Cast

Una pura formalità.<br>Il caso Dal Molin vent’an (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica)Probabilmente nessun altro presidente della Repubblica ha tatuato il suo nome e il suo cognome sulla pelle di Vicenza come Giorgio Napolitano. “Re” Giorgio entra al Quirinale proprio nei giorni in cui la bomba Dal Molin deflagra, almeno in piazza dei Signori, con la prima pentolata. Ex comunista, dell'ala migliorista, Napolitano fiuta per primo e più di altri la carica politicamente distruttiva di questo progetto per l'alleanza di centrosinistra. All'inizio del gennaio 2007, quando il bilancino di palazzo Chigi per alcuni, lunghi, densi giorni farà intendere alla stampa nazionale e internazionale che l'Italia può dire anche no agli americani, Napolitano interverrà per ricordare a Romano Prodi che i patti vanno rispettati. Quarantotto ore dopo quel richiamo, da Sofia Prodi concederà il via libera alla Casa Bianca. Ritroveremo Napolitano nel settembre 2008, per l'avvio delle celebrazioni di 500 anni di Andrea Palladio. Ai giornalisti che lo incalzano durante la passeggiata in Corso con la moglie Clio, Napolitano dirà che gli interessi nazionali devono essere contemperati con le esigenze locali. Tradotto: la caserma sarà costruita, ma sarà prestata attenzione alle compensazioni per il gran sacrificio richieste dalla città. E Napolitano riappare alla fine di questa storia. È novembre, sono passati 4 anni, il presidente sale su un piccolo palco in piazza Matteotti: Vicenza è ancora una volta, suo malgrado, sotto i riflettori. Il governo è guidato per la quarta e ultima volta da Silvio Berlusconi, gli scandali del Bunga Bunga sono già sui giornali, nel giro di un anno scoppierà la bolla dello spread e del debito pubblico, l'Italia a rischio default costringerà il Cavaliere alle dimissioni per lasciare spazio al governo tecnico di Mario Monti e dei professori. Quel governo si mostrerà distratto e poco sintonizzato con il dolore di Vicenza e del Veneto. Ci penserà allora Re Giorgio a mostrare la vicinanza dell'intero Paese, indossando la pettorina gialla degli angeli del fango e ringraziando la popolazione che senza piangersi addosso ha ripulito strade, case e negozi dal fango, rimettendosi in piedi in pochi giorni. 


Pop

Una pura formalità.<br>Il caso Dal Molin vent’an (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica)Il 2006 è l'anno del maglioncino ceruleo. Proprio così: non azzurro, non turchese, non lapis, ma ceruleo. Che ci crediate o no, vent'anni fa facevamo la fila al cinema per vedere “Il diavolo veste Prada”, che proprio nel 2026 è tornato in sala con il sequel, baciato dagli incassi, meno dalla critica. È l'anno del Codice da Vinci, con Tom Hanks nei panni del professor Robert Langdon: un film che farà incassi da capogiro, non meno del libro, ma che darà la stura a una certa tendenza che non si è ancora spenta vent'anni dopo: il complottismo, il cospirazionismo, il “non ci dicono tutta la verità” che ha inquinato il dibattito pubblico. I social saranno il detonatore di questo fenomeno carsico che finalmente erompe in superficie. Oscar per il miglior film straniero va invece al crudo e commovente “Le vite degli altri”: il mondo ai tempi del Muro, nella Germania dell'est, regno degli spioni e della paranoia da controllo della Stasi. In Italia fa rumore “Il Caimano”, firmato da Nanni Moretti, che prova a ritrarre l'Italia berlusconiana, i suoi tic, i suoi vizi, le sue posture. È ambientata in Provenza, invece la commedia che fa innamorare Marion Cotillard e il gladiatore Russel Crowe: “Un'ottima annata” sarà il primo di una serie di pellicole che celebrano l'amore e il buon vino.


Credit

Ci voleva la mano geniale di Ale Giorgini per dare un volto e un abito a questo racconto. Lo ringrazio per aver accettato di essere della partita e di aver avuto la pazienza di ascoltarmi, di leggere, di ricordare. Una foto non avrebbe avuto la stessa forza narrativa. E certo non sarebbe riuscita a dire tutte le cose che stanno in questa tavola.

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