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L'editto di Bucarest
Le cose iniziano a precipitare dopo Natale. Il governo è assediato. In un'intervista, il ministro degli esteri Massimo D'Alema fa intendere che sarebbe da pazzi dire sì, perché la maggioranza potrebbe andare in pezzi e il governo liquefarsi; ma sarebbe da pazzi anche dire no per gli equilibri delle alleanze e delle relazioni internazionali. Un altro post-comunista, Giorgio Napolitano, avvisa Prodi: i patti vanno rispettati. I giornali di sinistra soffiano sul fuoco. Il piano non solo è inclinato, ma oscilla paurosamente, il governo fatica a dettare l'agenda, non si parla d'altro che del caso Dal Molin: Vicenza arriva a comparire in mille lanci Ansa al giorno, prima e dopo la media è di una decina, a volte meno. A Vicenza decide di fare un tour l'ambasciatore Ronald Spogli, che va in visita dal sindaco, in Provincia e in via Battaglione Framarin, che oggi non dice più nulla a nessuno, ma vent'anni fa era il quartier generale dell'uomo più potente e rispettato: Gianni Zonin, presidente della Banca popolare. È la mossa che cambia l'inerzia della partita. Il giorno dopo a Roma scende una delegazione del comitato del Sì, composto più che altro da dipendenti della Ederle, preoccupati per i loro posti di lavoro. Vengono scortati da Gianni Letta, il grande tessitore del centrodestra berlusconiano, che li invita a citofonare a Palazzo Chigi, dove risponde un altro Letta, Enrico, nipote di Gianni, sottosegretario alla presidenza del Consiglio e futuro premier. Letta, Enrico, li ascolta e poi si limita a dire: tra poche ore avrete novità, ci sarà un annuncio. È ormai sera quando le agenzie battono i primi lanci da Bucarest. Sì, da Bucarest. Romano Prodi ha deciso di liberarsi di questa zavorra non a Roma, ma in trasferta, a margine di un vertice internazionale. E per farlo ricorre a una formula che conferma i timori di D'Alema: è da pazzi dire sì, ma è da pazzi anche dire no. E così, Prodi annuncia che il governo non si opporrà al progetto americano. Non no. Un capolavoro di politichese e di ipocrisie. Dice no al no, quindi è sì. In piazza Colonna i Sì Dal Molin ballano e cantano in una festa improvvisata sotto lo sguardo morbido dei carabinieri. Clemente Mastella, ministro della Giustizia, si lascia andare a un'analisi distaccata: “Questo governo ha dimostrato di avere le palle”. I leader della sinistra radicale restano spiazzati e si uniscono in coro alla delusione per il leader del governo di cui fanno parte. A Vicenza i No Dal Molin occupano i binari della stazione e annunciano una grande marcia di lì a un mese. L'appuntamento è fissato per sabato 17 febbraio: il giorno dei 100 mila. Con l'editto di Bucarest, Prodi innesca la bomba a orologeria che farà implodere il suo stesso governo. Quattro giorni dopo il grande corteo la sua maggioranza va sotto acqua nell'aula del Senato. Si vota una risoluzione sulla politica estera e sulle missioni italiane nelle basi Nato. Il caso Dal Molin ha logorato i partiti, Fernando Rossi e Franco Turigliatto non votano, la risoluzione affonda, Prodi va a dimettersi da Napolitano. Il governo è durato meno di un anno. Il presidente prende tempo e lo rimanda a chiedere la fiducia al Senato. Per un anno ancora il Prodi bis resterà appeso ai voti e ai raffreddori dei senatori a vita, ma di fatto sarà paralizzato nella palude scavata dal caso Dal Molin. Prodi arriverà boccheggiando al 2008, per poi farsi licenziare dalle inchieste giudiziarie che colpiscono il suo guardasigilli Mastella e da Walter Veltroni, che rompe gli indugi e lancia la fusione tra Quercia e Margherita: nasce il Partito Democratico. Tramonta così l'ultimo governo di centrosinistra eletto alle urne. Meno di due anni. Rivincerà Berlusconi, che rimetterà il caso Dal Molin sui binari che aveva immaginato fino al 2006: nel settembre 2008 decolla dalla pista dell'aeroporto l'ultimo Cessna. Finisce così una storia durata ottant'anni. Per non sbagliarsi l'area cambierà anche nome: da Tomaso Dal Molin a Renato Del Din, partigiano bianco, un capolavoro di toponomastica militare.
Che fine hanno fatto?
Silvio Berlusconi vincerà le elezioni nel 2008, per l'ultima volta diventerà premier. Il suo ultimo governo cadrà travolto dallo tsunami dello spread e del rischio default, ma verrà minato dagli scandali del Bunga bunga e da una serie di inchieste. Una di queste accenderà i riflettori sulla presunta compravendita di senatori. E il nome più croccante è quello di Sergio De Gregorio, che lascerà Italia dei Valori e con Turigliatto si sfilerà dalla maggioranza al Senato proprio sul caso Dal Molin. Presidente della commissione Difesa del Senato, verrà in sopralluogo a Vicenza. Di quella commissione faceva parte anche Lidia Menapace, staffetta partigiana, prima donna eletta nella provincia autonoma di Bolzano. De Gregorio racconterà ai giudici di aver ricevuto tre milioni da Berlusconi per passare dall'Italia dei Valori di Di Pietro a Forza Italia. E così fece, risultando decisivo per la caduta del governo. Volete sapere chi farà da ponte nelle trattative segrete? Un aiutino? Ne avete letto anche di recente, con la definizione di “faccendiere”. Bravi, proprio lui: Walter Lavitola.
Il governo di Romano Prodi non si riprese più dopo il via libera agli americani. Per un anno tirò avanti grazie ai senatori a vita, ma a palazzo Madama non aveva più una maggioranza. Non tornerà più a Palazzo Chigi. Il suo nome tornerà in ballo per la presidenza della Repubblica nella drammatica primavera del 2013, l'anno della non vittoria del Partito democratico di Pierluigi Bersani. La candidatura di Prodi verrà impallinata dai franchi tiratori in un parlamento che chiederà in ginocchio a Giorgio Napolitano di restare presidente per un secondo mandato. Romano Prodi non verrà mai a Vicenza da presidente del consiglio: non andrà alla Ederle né al Dal Molin, non accetterà gli inviti a venire a rendersi conto del progetto. Nel suo libro di memorie, proverà a derubricare il caso Vicenza come una modesta questione urbanistica. Tanto modesta che gli costò il governo.
Il Movimento del No proverà a resistere anche dopo la marcia dei centomila. Occuperà simbolicamente la Basilica palladiana, e passi. Poi tenterà il bis in prefettura, ma questa volta non passerà. Quella catena umana costerà denunce e fastidi giudiziari. Cinzia Bottene si porrà a capo di una lista per le amministrative del 2008: Vicenza Libera. E ce la farà, verrà eletta in consiglio comunale. Il tendono del Presidio a ponte Marchese verrà smontato quando il Comune offrirà l'ex Bocciodromo ai Ferrovieri. Ma questa è un'altra storia. Dopo il mancato referendum del 2008 il movimento si affievolirà fino a spegnersi. All'ex aeroporto resteranno soprattutto i comitati coordinati da Giancarlo Albera, per vigilare sul Parco della Pace e sui processi di partecipazione rispetto al progetto.
Dopo il nulla osta, Romano Prodi nominerà commissario per il Dal Molin un ex ministro del suo primo governo, il veneziano Paolo Costa. E Costa proverà a mediare per abbassare la tensione e consentire la costruzione della caserma. Il progetto verrà portato dal lato est al lato ovest, mettendo fine a ogni ipotesi di utilizzare la pista di volo, ma aprendo all’idea di un grande parco, il Parco della Pace, anche per mettere a tacere ogni tentazione di speculazione urbanistica. La base verrà inaugurata nel 2013. Non ci sarà il sindaco Achille Variati e il suo vice Jacopo Bulgarini d'Elci parteciperà alla cerimonia senza fascia tricolore.