NR. 46 anno XX DEL 19 DICEMBRE 2015
la domenica di vicenza
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Un volume su “La droga, una Caporetto italiana”

Scritto da Olga Freschi Dalla Valle raccoglie testimonianze, articoli di giornale e storie di iniziative contro il male del secolo

di Laura Campagnolo

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Un volume su “La droga, una Caporetto italiana”

«Nessuno è più schiavo di colui che si ritiene libero senza esserlo», cita una frase di Goethe Olga Freschi Dalla Valle, scrittrice sensibile ed emotiva, per introdurre al suo libro Droga. Una Caporetto italiana. Una raccolta di testimonianze scritte, articoli di giornale, iniziative. Una battaglia senza resa per sconfiggere la droga e proclamare la vita in nome di suo figlio, mancato nel 1994. «Parlo per bocca di Roberto. Mio figlio cadde nella piaga della droga a causa del suo carattere fragile. Metà dei ragazzi della sua classe, oggi, non ci sono più». Una presenza, quella del figlio scomparso, che la scrittrice sente molto forte dentro di sé e che sfogliando il libro si ritrova nelle illustrazioni che ritraggono alcuni suoi dipinti, segno di una rara delicatezza emotiva. 

Come si vive in famiglia un'esperienza così devastante come la tossicodipendenza?

«Ci sono tre modi per vivere la tossicodipendenza: c'è quello di chi si droga che quando lo fa trae "beneficio" a livello fisico finché la droga fa effetto, c'è l'operatore che, anche se è coinvolto, la notte può dormire i suoi sogni tranquilli, e c'è la famiglia, che non può accettare la riduzione del danno. Se vedo un disperato su un burrone, cerco di buttarlo giù o lo aiuto a salvarsi? Questo esempio spiega la riduzione del danno. Don Ciotti era per la liberalizzazione delle droghe. Nel nostro Paese si vedono troppi cattivi esempi. Basti pensare ad alcune figure di politici: la droga viene usata anche dalla classe dirigente alla Camera e al Senato, e anziché denunciare queste situazioni, si presta solidarietà a chi viene accusato. Se lo stato permette lo spinello, il messaggio sbagliato che passa è che lo spinello male non fa».

Cosa è cambiato rispetto ad una volta?

«Io ero ragazzina quando è scoppiò la guerra. Bisognava fare dei sacrifici per ricostruire quello che era stato distrutto dai bombardamenti e c'era sempre quel senso di attesa verso le cose... Mancava tutto. Dopo la fine della guerra è iniziata la logica educativa dell'accontentare i figli, del non procurare loro il complesso di inferiorità. La mia generazione era stata privata di tante cose che abbiamo cercato di dare poi ai nostri figli. Queste troppe attenzioni e protezioni si sono rivelate pericolose. Quanti genitori si dichiarano amici dei propri figli? Questo è sbagliato. La mamma deve mantenere il suo ruolo di madre, e il papà quello di padre».

E quali valori della società di oggi mancano nei figli? Come scivolò suo figlio nell'incubo della droga?

«Mio figlio è caduto nella droga per fragilità, e per curiosità. Si giustificava dicendo di voler solo provare, convinto di riuscire a controllarsi. Aveva iniziato con uno spinello, si sentiva bene. A scuola aveva iniziato a disturbare, le insegnanti mi chiamavano ai colloqui. Io facevo fatica a credere a quello che mi raccontavano perché Roberto era un ragazzo timido, introverso, come ero io. Da quando aveva iniziato a fumare si sentiva più libero e sfacciato ed era incoraggiato a continuare. Ognuno di noi trova dentro di sé un equilibrio, quella giusta proporzione di sentimenti che in lui mancavano. Il nostro fisico asseconda quello che ci fa stare bene, per questo Roberto non riuscire a smettere con la droga». 

Le cose peggiorarono durante gli anni del servizio militare lontano da casa ...

«L'esperienza del servizio militare fu molto dura. Mio figlio era un ragazzo molto riservato. Lì non esisteva più la privacy, perfino le porte dei bagni erano senza chiave. Per lui era pesante sopportare una situazione del genere. Proprio durante il militare conobbe un "amico" che gli fece provare il primo buco. In quegli anni vennero denunciati due casi di meningite in una caserma dalle parti di Udine, si venne a sapere poi che non si trattava di meningite, ma di overdose. La situazione in quegli anni era precipitata: il 90% dei militari assumeva droghe, ma nessuno aveva il coraggio di parlare».    

Da lì la sua vita fu un inarrestabile declino...

«Roberto entrò in ospedale il 28 maggio, il 30 era l'anniversario del mio matrimonio, il 31 il suo compleanno. La mia disperazione era dover entrare nel reparto AIDS, immaginavo scritti i versi di Dante: "Lasciate ogni speranza voi ch'entrate". Non mi sentivo pronta in quel momento ad affrontare una tale disperazione, desideravo solo rimanere ovattata nel mio dolore, mentre entrare lì significava ogni volta far proprio anche il dolore degli altri. Morirono 20 ragazzi mentre assistevo Roberto».  

Quale fu il percorso di cura?

«Quando cominciarono le prime medicine, l'effetto era terribilmente forte. Roberto arrivava a prendere fino a 20 pastiglie in una giornata, bevendo molta acqua. Chi soffriva di questi disturbi, passava dall'angoscia di morire all'angoscia di vivere: questi ragazzi si ritrovavano davanti una vita che non sapevano gestire: non potevano lavorare, ogni cosa li limitava. Così si sentivano impreparati, senza strumenti per poter sopravvivere».

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