NR. 46 anno XX DEL 19 DICEMBRE 2015
la domenica di vicenza
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Paola Drigo, settant'anni dopo

Presentato a Palazzo Costantini il libro in cui si ripercorre la personalità della più grande scrittrice veneta del primo novecento, vissuta a Mussolente nel vicentino

di Gianni Giolo
giolo.giovanni@tiscali.it

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Paola Drigo, settant'anni dopo

È stato presentato, nella sala Dalla Pozza di Palazzo Costantini, il volume "Paola Drigo. Settant'anni dopo" (Pisa-Roma, Fabrizio Serra Editore) che raccoglie gli interventi di insigni studiosi (Giorgio Pullini, Giorgio Barberi Squarotti, Cesare De Michelis, Paola Azzolin, Patrizia Zambon, Francesca Favaro, Rossana Melis, Delia Garofano e altri) al convegno di studi "Paola Drigo. Settantant'anni dopo", tenutosi a Padova tre anni fa. Convegno che ha approfondito gli aspetti rilevanti della personalità e dell'opera della più grande scrittrice veneta del primo Novecento, nata a Castelfranco Veneto nel 1876 (il suo nome è Paola Bianchetti) e morta a Padova nel 1938. Paola Drigo [foto] - ha scritto Adriana Chemello, del CdA Biblioteca Civica Bertoliana - era una donna di carattere - la forza dei due romanzi e dei racconti lo mostra - capace, già in età di andar trottando su un ronzino per amministrare e salvare dalla rovina una sua piccola tenuta, dopo le ruberie di un fattore. Capace di guardare con verità le miserie della gente che le erano attorno. Questa forza della sincerità nell'animo e negli occhi della scrittrice prima che nello stile, ci pare che distingua Paola Drigo dagli scrittori del Verismo nei quali gli intendimenti letterari e la ricerca linguistica trascendono la materia e tengono spesso l'autore lontano dalla vicenda.

UNA RIFLESSIONE CRITICA

A settant'anni dalla sua morte, avvenuta a Padova il 4 gennaio 1938, si è ritenuto che fosse giunto il tempo di svolgere una riflessione critica approfondita sull'opera di questa grande scrittrice di «robustezza di scrittura insuperabile». Il convegno è stato aperto da Adriana Chemello che ha detto che rileggendo alcune pagine del romanzo più famoso della Drigo "Maria Zef" ha sentito riaffiorare nella sua mente la rappresentazione realistica del paesaggio geografico e umano dei racconti della scrittrice friulana Caterina Percoto (1812-1887). La Drigo riprende temi e situazioni che si collocano all'interno del realismo rappresentativo della Percoto dimostrando una straordinaria capacità di descrivere una classe minima e minuta caratterizzata da una povertà molto dignitosa. Un altro aspetto che richiama la scrittura della Drigo è l'esperienza giornalistica trevigiana di metà ‘800 che si intitolava "L'Archivio domestico". Nel 1868 questa pubblicazione, che era una rivista per le famiglie, svolgeva un'inchiesta sui lavori delle donne in Carnia che descrive le fatiche di queste donne che con le gerle scendevano a valle per vendere oggetti di legno che avevano realizzato nelle veglie delle stalle durante l'inverno. C'è un collegamento e una tradizione che continua nelle pagine della Drigo che si ricollega a motivi che appartengono non solo alla terra ma anche alla tradizione letteraria e giornalistica veneta. Un altro nome che si collega alle pagine della Drigo è quello di Luigia Codemo, anche lei trevigiana, una narratrice interessante di fine ‘800, anche se non all'altezza della Drigo, che aveva creato un circuito di lettura e si era impegnata sul piano civile e filantropico a favore dell'istruzione delle donne e dell'assistenza all'infanzia, che ha pubblicato il primo romanzo risorgimentale scritto da mano femminile intitolato "La rivoluzione in casa". La tradizione della Drigo continua con Giovanna Zangrandi e la raccolta dei racconti di Dino Buzzati. La Chemello ha poi presentato le due studiose che hanno curato il volume Beatrice Bartolomeo e Patrizia Zambon, che insegnano all'Università di Padova.

SCRITTRICE RILEVANTE ITALIANA

Quest'ultima ha detto che la Drigo appartiene alla linea degli scrittori rilevanti della civiltà letteraria non solo veneta, ma italiana. Se vogliamo cercare lo scrittore più significativo di area veneta degli anni Trenta lo troviamo in una scrittrice come la Drigo, che ha goduto di un'eco abbastanza sensibile e considerevole presso i contemporanei e un'eco meno significativa nella storiografia e nella critica degli anni successivi. Se vogliamo fare una possibile graduatoria degli scrittori emergenti degli anni Trenta, fra Moravia, il primo Vittoriani, il primo Pavese, la Drigo va posta nello stesso piano. Non si tratta quindi di una dilettante orecchiante le forme della letteratura italiana, ma di una vera e propria scrittrice a tutti i livelli.

La Drigo ha vissuto la maggior parte della sua vita nel Vicentino, nella villa del marito a Mussolente, dove visse a partire dal 1900, conducendovi una vita sontuosa e preziosa di elegante bellezza formale, agiata condizione patrimoniale, corrispondenze, ospiti, visite amicali e occasioni d'ambiente intellettuale, soggiorni a Padova, Roma, Milano, Venezia e Parigi, ma un incendio ha distrutto la gran parte delle carte del suo archivio. Una scrittrice di talento, come testimoniano i suoi romanzi, che ha avuto, forse, una sfortunata coincidenza: quello che sarà considerato il suo capolavoro, Maria Zef, romanzo verista e drammatico, edito da Treves nel 1936, giudicato da Claudio Magris come "un piccolo e vero capolavoro" e uno dei più belli e sottovalutati romanzi del nostro Novecento, nonostante l'immediato successo, non ebbe gli echi aspettati in quanto sommerso dai fragori della seconda guerra mondiale. Questo è il motivo per cui la Drigo è meno nota rispetto alle scrittrici dell'epoca come Matilde Serao, Grazia Deledda e Ada Negri che si rifacevano alla temperie ottocentesca e a quel primo ‘900 così ricco di genio e di fervore letterario.

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