NR. 46 anno XX DEL 19 DICEMBRE 2015
la domenica di vicenza
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Stefani ripropone “il martirio di una città”

Ristampa, aggiornata e ampliata, per il libro che riassume la rievocazione storica degli anni tra il ’40 e il ’45 quando Vicenza venne investita da devastanti bombardamenti

di Alessandro Scandale
a.scandale@gmail.com

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Stefani ripropone “il martirio di una città”

Stefani ripropone “il martirio di una città” (Art. corrente, Pag. 2, Foto generica)È nelle librerie in questi giorni la nuova edizione del libro del memorialista e scrittore vicentino Walter Stefani "Vicenza 1940-1945. Il martirio di una città" (Agorà Factory Edizioni), che uscì per la prima volta nel 1988 a cura del Comune e poi nel 2008 su iniziativa della sezione vicentina vittime civili di guerra e della Fondazione Monte di Pietà, e che viene ora riproposto aggiornato e ampliato con una nuova veste grafica, foto d'epoca inedite e un capitolo aggiuntivo. Il libro è la rievocazione storica del periodo in cui il capoluogo e i dintorni vennero colpiti da numerosi e devastanti bombardamenti aerei delle forze alleate. Un tributo che l'autore vuole offrire ancora ai suoi lettori e ai tanti vicentini che lo stimano "per ricordare le perdite in vite umane, i disastri subiti, le sofferenze patite dalla nostra gente nella seconda guerra mondiale. Non è solo un omaggio a quelle generazioni, ma soprattutto, un monito contro tutte le guerre. Chi ha vissuto quel tragico periodo e sofferto in ferite, in invalidità, in perdite e lutti, sente il dovere di ricordarlo sempre".

Stefani ripropone “il martirio di una città” (Art. corrente, Pag. 2, Foto generica)Stefani, lei c'era in quei frangenti: raccontiamo i fatti in ordine cronologico, partendo dal Natale del 1943... «Fino al 1943 si può dire che Vicenza, nonostante le difficoltà della guerra, fosse ancora una città vivibile. Poi la mattina di Natale di quell'anno, me lo ricordo ancora bene... ero tornato a casa in congedo e mi stavo facendo la barba, arrivò il primo bombardamento importante nella zona di San Bortolo, ma qualche bomba cadde anche in centro storico, nei pressi dell'ex cinema Corso. Gli allarmi durarono fino al primo pomeriggio e poi cessarono. Nel frattempo si era creato un serpentone umano di vicentini che andavano a vedere i luoghi bombardati, una lunga striscia di gente che partiva dal centro e arrivava fino alla periferia».

Passarono pochi mesi e il 2 aprile del '44, accadde un altro evento traumatico... «Era in corso la stagione d'opera al Teatro Verdi e quella sera era in cartellone la Madama Butterfly di Puccini... verso le 23 partì l'allarme antiaereo e tutti, pubblico e attori, si rifugiarono sotto il torrione di Porta Castello. Le bombe colpirono sia il Verdi che il teatro Eretenio e anche l'Auditorium Canneti. Al mattino dopo feci un giro in bici per la città e mi resi conto dei danni provocati dalle bombe sganciate dalle forze alleate, che se da una parte dovevano combattere il nemico dall'altra colpivano spesso a casaccio, senza troppo distinguere tra un obiettivo e l'altro. Ma era la guerra e non ci si poteva fare granché... Risultato: i teatri vicentini chiusero e niente più spettacoli per un bel po’».

Lei dedica un capitolo alla vita nei rifugi antiaerei, e allo sfollamento degli abitanti. «La fortuna di Vicenza era di avere una vasta campagna nei dintorni e chi poteva trovava rifugio da amici o da parenti che vivevano fuori città. C'erano due treni, la Vaca Mora e la freccia dell'Agno che facevano la spola tra la città e la zona nord della provincia. Io e la mia famiglia invece trovammo ospitalità per qualche mese, nel '44, a Castegnero. Fu l'unica volta che riuscimmo a scampare ad un bombardamento, era domenica 14 maggio e Vicenza subì il più terribile bombardamento per quanto riguarda i danni agli edifici e alle architetture. Ricordo che arrivai in bicicletta dalla Riviera Berica, ma a Porta Monte la strada era sbarrata e non si passava. Così dovetti fare un largo giro per arrivare in città, passando per Debba e Casale, e vedere la desolazione con i miei occhi. Ci furono una cinquantina di morti, ma la città ne uscì martoriata».

Molte più vittime invece, furono causate dal successivo bombardamento del novembre '44... «Era la sera del 17 novembre e gli inglesi bombardarono pesantemente la zona dell'aeroporto. Per sistemare l'area i tedeschi reclutarono centinaia di persone alla bell'e meglio e proprio mentre stavano lavorando, verso mezzogiorno del 18, gli alleati, vedendo movimento, bombardarono di nuovo la zona: fu una vera e propria strage, furono sganciate le famigerate bombe a spillo e morirono più di 500 persone. Lo scenario era apocalittico: dall'aeroporto al Seminario (la chirurgia dell'ospedale era stata trasferita lì) si formò una colonna umana di feriti e cadaveri, che lasciarono un tappeto di sangue sull'asfalto. I medici si prodigarono oltre ogni limite per salvare vite umane, ma il loro compito era arduo con i pochi mezzi a disposizione. Fu il giorno più duro per Vicenza».

Qualche mese dopo, ne febbraio '45, la città perse un altro pezzo della sua storia... «Era il 28 febbraio e arrivarono altri bombardamenti. Vennero colpiti alcuni luoghi familiari per i vicentini: uno era la vecchia trattoria Garofolin in centro storico vicino al Liceo Pigafetta, luogo che io frequentavo con mio padre. Ci venivano insegnanti e commercianti, anche giocatori di calcio. Da sotto le macerie vennero estratti cadaveri i coniugi Tadiello, proprietari della trattoria. Io per miracolo quel giorno non ero lì, ma vidi le macerie dopo il bombardamento e un avventore che era rimasto immobile ancora con il bicchiere in mano, sotto choc e scampato non si sa come alla morte».

Stefani ripropone “il martirio di una città” (Art. corrente, Pag. 2, Foto generica)

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