NR. 07 anno XXI DEL 27 FEBBRAIO 2016
la domenica di vicenza
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Tra silenzio e luce e tra suono e silenzio

Un parallelo per spiegare il legame tra Caravaggio e Gesual da Venosa, il compositore a cui è stato dedicato il concerto Tenebrae che ha visto come protagonista all’Olimpico il maestro Sollima

di Elena De Dominicis
elenadedominicis@virgilio.it

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Tra silenzio e luce e tra suono e silenzio

foto di Luigi De Frenza (Arna Meccanica)

 

Prosegue la rassegna di musica “Settimane musicali al Teatro Olimpico” con un appuntamento molto interessante che si è tenuto questo week end e che ha avuto come protagonista il violoncellista palermitano Giovanni Sollima. Al concerto è stato dato il titolo “Tenebrae, il principe dei musici” poiché il musicista ha voluto dedicarlo al compositore Carlo Gesualdo Da Venosa. Pubblico attentissimo in sala, moltissimi giovani e anche bambini hanno poi tributato al M° Sollima lunghissimi applausi e richieste di bis in un’atmosfera da concerto rock. La rassegna con l’opera lirica “Le nozze di Figaro” di Mozart in una rara versione di un manoscritto del 1814 trovato nella biblioteca del conservatorio San Pietro a Majella di Napoli e mai più eseguita dopo questa data. Si replica domenica 9 giugno alle 18 e martedì 11 e giovedì 13 alle ore 20, regia di Primo Antonio Petris.

 

Tra silenzio e luce e tra suono e silenzio (Art. corrente, Pag. 2, Foto generica)Abbiamo ascoltato un programma molto variegato: musica del ‘500, del 600 napoletano, musica tua, Arvo Pärt, D’Avalos. Come hai composto il programma della serata?

Giovanni Sollima: «Variegato ma c’è un filo rosso che lega tutto anche se è pieno di smottamenti temporali però il filo è forte. Intanto tra Gesualdo da Venosa c’è un legame di sangue per via della moglie con Francesco D’Avalos, nobile napoletano, lei era Maria Davalos per cui c’è un legame genetico anche se distante diverse generazioni. il resto dei contemporanei di Gesualdo: c’è questo rapporto con questi musicisti che hanno, in modo visionario, lavorato sul cromatismo, un modulo musicale molto molto ardito soprattutto per l’epoca e c’è questa parte anche un po’ edonistica di mostrare questa ipertecnica espressiva. L’altro legame, che sembrerebbe solo apparente, è con Caravaggio: gli anni sono più o meno quelli, le vicende umane e personali sono quasi simili, il rapporto con il silenzio e la luce è uguale a quello del suono col silenzio o più o meno in parallelo. Caravaggio lavora sulla luce basandosi sulla taratura del nero piuttosto che sul bianco; Gesualdo fa sprofondare l’armonia nel silenzio e la fa riapparire dal silenzio come altra armonia, senza tutto il passaggio di transizioni».

Ma non è più immediato il linguaggio visivo rispetto a quello musicale?

«In superficie è più leggibile, in superficie soltanto perché se guardi con attenzione Caravaggio cominci anche a perderti negli aspetti in profondità. Però il suono solca ancora di più, a volte, perché ci torni, perché sei costretto a tornare a girarti, a riguardare Gesualdo e a dire: “Cos’è quella cosa lì? Quella frase musicale che potrebbe essere stata scritta nel 2012 o ancora scritta chissà quando?” Non è neanche moderno, è a temprale, c’è un rapporto con l’architettura, con la fisica».”

Questa musica che tu hai scritto per “Caravaggio”…

«Un balletto».

Tra silenzio e luce e tra suono e silenzio (Art. corrente, Pag. 2, Foto generica)Come si traduce in musica il linguaggio pittorico per poi adattarlo a quello visivo in movimento della danza o la fiction o il cinema?

«Step by step. Non so esattamente cosa voglia dire perché si potrebbe dire la stessa cosa con la poesia e la narrativa. È un campo minato perché si rischia la retorica e il naturalismo in musica e diventa facile ma ha la durata del burro, scade molto presto. In realtà, l’immagine in musica viene evocata soltanto, la musica non descrive, può evocare e quindi può andare a prendere solo la cellula emotiva e sai benissimo che un’emozione puoi visualizzarla ma anche non visualizzarla e ti provoca una forte sensazione, questa è la musica. L’immagine che traduci nel momento in cui ti stacchi dall’immagine ti rimane, l’emozione di quell’immagine e lì è lo stadio, il momento, in cui subentra la musica in quello spazio interstizio».

Il concetto di rock e classica: all’estero sono la norma qui no. Al primo maggio hai messo insieme 100 violoncellisti avete fatto “Bella ciao”, “Pierino e il lupo” e “Smell like teen spirit” dei Nirvana. Cominciano a entrare anche nei cartelloni della sinfonica le colonne sonore. Qualcosa si sta muovendo?

«Si, ma bisogna distinguere le operazioni di marketing e il crederci veramente, per questo mi piace fare queste cose fuori dai territori istituzionali, alle molte è bello incontrarsi per strada o in un teatro occupato e viene fuori spontaneamente tutto. Le istituzioni possono pensare di farlo però è anche giusto che conservino e preservino. L’importante è che la musica non diventi un oggetto fermo e inanimato, morto, perché la musica è un organismo vivente, in qualsiasi epoca: quando la prendi deve vivere e rianimarsi».

Ma l’operazione di marketing può aiutare?

«Può aiutare ma può anche essere deleteria perché può congelare un’opera d’arte, la standardizza e ne fa un oggetto che non puoi più toccare e il marketing si sa benissimo che crea, distrugge, crea e ha una vita a termine. Lì è un’operazione delicata però è chiaro che non è tanto su questo quanto la comunicazione col pubblico, perché il pubblico è molto aperto oggi, molto più di quanto lo siano alcuni che gestiscono il potere. Spesso mi chiedono di fare il direttore artistico di qua e di là ma rispondo sempre di no perché io voglio stare dall’altra parte».

continua »

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