NR. 44 anno XXII DEL 9 DICEMBRE 2017
la domenica di vicenza
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Il soldato del Lemerle
e un lungo mistero

Il libro di Dalle Fusine e Gualtieri sulla Guerra in Altopiano

di Alessandro Scandale
a.scandale@gmail.com

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Il soldato del Lemerle

Il soldato del Lemerle - Un mistero lungo un secolo (Polistampa edizioni) di Giovanni Dalle Fusine e Alessandro Gualtieri è un recente libro che fa luce su una delle più misteriose e controverse vicende della Grande Guerra sull'Altopiano dei 7 Comuni. Le riprese per un documentario storico portano alla luce nell’estate del 2015 il cranio e alcune ossa di un soldato. Al secolo di abbandono nei boschi di una località turistica montana, si sommano mesi di dimenticanza delle istituzioni e degli enti preposti alla memoria di tanti eroi per caso, sepolti tra le linee dell’ex fronte.

Il soldato del Lemerle (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica) Il finanziamento di un privato cittadino, sensibile all’inutile strage di inizio secolo scorso, ha poi restituito i dovuti onori ai resti mortali, che ora riposano nel sacrario militare di Asiago. Grazie alla riesumazione scientifica del caduto e ad un'approfondita ricerca documentale dei due autori, pare che i resti ritrovati fortuitamente nei boschi del Lemerle di Cesuna appartengano al soldato Giovanni Serio di San Cesario, provincia di Lecce, dato per disperso dopo la battaglia degli Altipiani del 1916 e mai ritrovato. Ma il recupero di un così importante pezzo di storia nazionale non si è concluso solamente con due cassettine in zinco avvolte nel tricolore e l’eco del Silenzio in un 4 novembre. Ciò che è stato finalmente sottratto all’oblio di un’abetaia, potrebbe avere un’identità. In occasione del recente ritrovamento di un soldato italiano della Prima Guerra Mondiale sull’Altopiano di Asiago, lo storico e ricercatore Gualtieri ha completamente finanziato l’importante e delicata opera di riesumazione, identificazione e successiva tumulazione di un altro soldato del periodo bellico. Il suo corpo tornò in superficie in maniera accidentale durante le riprese per un documentario su cosa mangiassero i soldati nelle trincee della Grande Guerra. Il programma, commissionato dal network internazionale History Channel, prevedeva di girare alcune riprese sul Monte Lèmerle nella frazione di Cesuna in comune di Roana. Proprio al cospetto della troupe e del conduttore inglese John Dickie avveniva la scoperta dello scheletro, grazie all’ausilio di un metal detector che doveva servire solo a localizzare barattoli e gavette abbandonati tra le trincee dell’Altopiano. I resti mortali del militare venivano subito riconosciuti e contestualizzati, anche per essere accompagnati da reperti metallici quali elmetto e cartucce. Immediata la segnalazione alle forze dell’ordine della vicina stazione che effettuarono i rilievi del caso, ripristinando il terreno dopo il sopralluogo, nell’attesa del nullaosta per la rimozione di quello che, fino a prova contraria di analisi approfondite, si presentava come l’inumazione di un cadavere. Questo tipo di intervento era già stato messo in atto dall’equipe vicentina del dottor Andrea Galassi, anatomo patologo all’ospedale San Bortolo. Lo stesso nosocomio dichiarava, nel novembre 2015, che il recupero dei resti comportava una spesa di circa 4000 euro, pur prospettando una bassa probabilità che le analisi di laboratorio portassero ad informazioni tali da dare una identità al militare.

Il soldato del Lemerle (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica)Leggere il libro di Alessandro Gualtieri e Giovanni Dalle Fusine - scrive Cosimo Ceccuti nella prefazione al libro - mi ha ricordato per certi aspetti Le mie prigioni di Silvio Pellico, allorché ci insegnavano a scuola quanto quel libro, per la descrizione delle condizioni nelle quali erano posti i patrioti nel carcere-fortezza dello Spielberg, fosse “costato all’Austria: più di una battaglia perduta”. Nel caso di questo volume, il senso di responsabilità e di colpa investe ognuno di noi, di generazione in generazione, da cento anni a questa parte, determinato dalla “comoda” dimenticanza dei tanti giovani e meno giovani che hanno sacrificato la vita in trincea, o in sanguinosi assalti e contrattacchi nei quattro anni del primo conflitto mondiale. 650.000 caduti italiani, molti dei quali privi di un’autonoma sepoltura o addirittura del riconoscimento. Un richiamo di coscienza avvenuto casualmente: dalla ripresa di un documentario storico, col metal detector alla spasmodica ricerca di un pezzo di ferro, di un residuo purché sia delle dotazioni militari di un secolo fa, rimasto interrato tutto questo tempo. Ed ecco il colpo di fortuna: il segnale rivela la presenza di un oggetto metallico, a pochi passi dalla strada quotidianamente percorsa, pochi centimetri sotto la superfice, coperta da un folto strato di foglie. Si pensa a una lattina di bibita, gettata via da un escursionista maleducato. Non è così. Affiora del tutto inatteso un elmetto! Ed è sconvolgente scorgere una parte del cranio, o meglio di un cranio, ancora all’interno. Da qui ha inizio la storia, per molti aspetti incredibile e struggente. Sarà un privato cittadino a finanziare – una volta superate le laboriose procedure burocratiche – il recupero dell’oggetto e delle ossa sparse, restituendo i dovuti onori ai resti mortali tumulati oggi nel Sacrario militare di Asiago. Di sorpresa in sorpresa ci si accorge che i corpi, o meglio ciò che resta delle ossa, per quanto scomposte, sono di due militi: non hanno un

nome, forse uno era italiano, l’altro austriaco, probabilmente colpiti nello stesso istante dalle schegge devastanti il campo di battaglia. I due caduti per un secolo non hanno avuto né un fiore né una tomba, né le lacrime dei loro cari.

Abbiamo incontrato Gualtieri e gli abbiamo rivolto alcune domande sul tema.

Il soldato del Lemerle (Art. corrente, Pag. 2, Foto generica)

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