NR. 22 anno XXIII DEL 09 GIUGNO 2018
la domenica di vicenza
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Una maestra ribelle

La difficile condizione della donna all'inizio del secolo scorso raccontata da Raffaella Calgaro

di Alessandro Scandale
a.scandale@gmail.com

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Una maestra ribelle

Una maestra ribelle (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica)Nella vita non bisogna mai rassegnarsi, bisogna coltivare il coraggio di ribellarsi. Citando in apertura queste parole di Rita Levi Montalcini, tre anni dopo il grande successo di Adele Pergher profuga - storia di una giovane donna strappata agli affetti e alle sue radici cimbre sullo sfondo della Prima Guerra Mondiale - la vicentina Raffaella Calgaro torna in libreria con un'altra storia femminile, Una maestra ribelle (Robin edizioni).

Una maestra ribelle (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica)Una storia che, in modo analogo a quella del precedente libro - al quale si ricollega nel finale, in una sorta di ideale chiusura di un cerchio - racconta la difficile condizione della donna all'inizio del secolo scorso, fortemente penalizzata nei diritti sociali e lavorativi, con tensioni e movimenti che sarebbero poi sfociati in una presa di posizione forte e storicamente significativa. Non c’è posto per la rassegnazione nel mio mondo pieno di vita. Solo cambiando il mio destino sarò libera di agire. È questa la convinzione profonda di Agnese Paresti, la "piccola maestra" di origini cimbre protagonista di questa storia veritiera e avvincente che conquista il lettore e lo rende partecipe di una condizione sociale che ha caratterizzato il nostro Paese fino a pochi decenni fa. Nel 1906 infatti l’Italia stava vivendo una grande trasformazione economica e sociale, ma non per tutti era così. In quel mondo al bivio tra passato e futuro, Agnese Paresti è una maestra che viene chiamata ad insegnare in un paesino di montagna. Qui il tempo si è fermato in un presente quasi irreale ma, a poco a poco, la giovane scopre un terribile segreto che grava sull’intero paese. La maestra che l’ha preceduta si è suicidata e un crudele meccanismo di regole sta triturando la vita di Lena, di Igino e di Ughetto. Sono i diversi, presenze invisibili, vittime di una comunità primitiva e rassegnata. Quando Agnese ne verrà a conoscenza, troverà nella ribellione l’unica risposta possibile all’indifferenza. Particolarmente intensi sono i capitoli dedicati alla realtà dei manicomi, istituti in cui venivano rinchiusi frettolosamente tutte le persone considerate diverse, in una società che non aveva ancora consapevolezza delle dinamiche psichiche e sociali di un mondo in evoluzione.

Raffaella Calgaro ha presentato in anteprima il suo nuovo libro all’Auditorium Fonato di Thiene, in una serata pubblica organizzata dall’assessorato alle Pari Opportunità del Comune di Thiene. A dialogare con l’autrice sul palco c'era l’assessore alla Cultura e alle Pari Opportunità, Maria Gabriella Strinati, secondo la quale "il libro rappresenta uno spaccato della società di inizio '900: la condizione della donna che emerge dalle vicende di Agnese offre spunti di riflessione estremamente interessanti e di grande attualità sulla lotta e la conquista dei diritti fondamentali, e non scontati, per il genere femminile". Un'altra importante presentazione del libro si è tenuta a fine aprile alle Gallerie d'Italia di palazzo Leoni Montanari a Vicenza. Come avvenuto per il precedente Adele Pergher, anche per questo libro l'autrice ha programmato una lunga serie di presentazioni in tutto il Vicentino che testimoniano l'interesse dei lettori per storie ispirati a fatti reali e ad eventi storici.

Una maestra ribelle (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica)È l'autrice stessa, in una nota inserita alla fine del libro, ad inquadrare il contesto sociale di quegli anni. Sul finire dell’Ottocento per moltissime giovani donne fare la maestra rappresentò uno dei primi mestieri femminili che consentivano un’autonomia e una dignità ancora lontane dall’essere raggiunte. Le maestrine, così venivano chiamate, furono le prime donne che con una discreta cultura ebbero il coraggio di allontanarsi dal proprio contesto familiare per lavorare in ambienti molto spesso lontani ed estranei. Non era facile, soprattutto in considerazione della struttura organizzativa scolastica dell’epoca. Non c’era spazio nella legge vigente per la tutela giuridica: il sindaco aveva piena facoltà di sospendere dall’esercizio l’insegnante in maniera arbitraria, senza motivi specifici. Soprattutto nei piccoli paesi di montagna e nei villaggi di campagna, questa forma di diritto aveva generato abusi e ricatti di ogni genere. Lo stipendio che le insegnanti ricevevano, ridotto di un terzo rispetto a quello dei colleghi maschi, era al limite della sopravvivenza. E per un’Italia che, nel 1861, su 22 milioni di italiani residenti registrava ancora 17 milioni di analfabeti, la miseria della maestra era una conferma delle convinzioni diffuse su gran parte del territorio: la scuola e l’istruzione erano superflue e toglievano braccia al lavoro. Nei paesi dove venivano nominate per insegnare, quasi sempre rifiutati dai colleghi maschi, le maestrine venivano catapultate in realtà molto dure e disagiate: esposte a continue osservazioni e critiche, dovevano avere un tenore di vita quasi monacale. A volte non bastava neppure quello e molte, incapaci di affrontare critiche e maldicenze continue, si suicidarono. Nel 1871 le spose che non sottoscrissero l’atto di matrimonio, perché non sapevano scrivere, furono il 76,7 %. Dieci anni più tardi, nel 1881, le donne alfabetizzate a Milano risultavano il 54%, mentre a Cosenza il 6%. Del resto, solo a partire dal 1874 le donne poterono accedere ai licei e alle università; nel 1900 in Italia risultavano iscritte all’università 250 donne e 287 ai licei. Per giunta, anche il voto venne interdetto alle donne, così come agli analfabeti, ai pazzi, ai detenuti in espiazione di pena e agli imprenditori con procedura di fallimento. Ma fino all’unità d’Italia, nel Veneto, nella Toscana e nella Lombardia il Codice austriaco ammetteva la donna alle urne per le elezioni amministrative. Con il nuovo sistema legislativo la donna fu esclusa dalle votazioni e le venne imposta la cosiddetta tutela maritale e cioè l’obbligo dell’assenso del marito per potere disporre dei propri beni. Negli ambienti intellettuali femminili cominciarono a prendere forma diversi comitati e associazioni che cercavano di promuovere e di diffondere una diversa percezione dello status femminile. Una delle prime categorie femminili che si organizzò come associazione fu quella delle maestre. In questo clima, denso di idee innovatrici, si inserì l’azione di Anna Maria Mozzoni; nel 1878 la studiosa rappresentò l’Italia al Congresso Internazionale per i diritti delle donne a Parigi. Numerose le iniziative che avviò a favore delle donne e nel 1906 inviò al Parlamento una petizione per la concessione del diritto di voto femminile. Venticinque erano le firmatarie appartenenti al Comitato pro suffragio femminile e tra queste c'era anche Maria Montessori.

In occasione dell'uscita del nuovo libro abbiamo incontrato l'autrice.

Una maestra ribelle (Art. corrente, Pag. 2, Foto generica)

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