NR. 37 anno XXIII DEL 20 OTTOBRE 2018
la domenica di vicenza
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Festival conversazioni 2018 al via al Teatro Olimpico

Monteverdi apre il 71 ciclo di Spettacoli Classici

di Elena De Dominicis
elenadedominicis@virgilio.it

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Festival conversazioni 2018 al via al Teatro Olimp

Anna Cappelli (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica)@artiscenichecom

 

Festival conversazioni 2018 al via al Teatro Olimp (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica)Si apre sabato 22 settembre alle ore 20.30 al Teatro Olimpico il festival Conversazioni- 71° Ciclo di spettacoli Classici con la prima esecuzione dell’opera di Monteverdi “Il ritorno di Ulisse in patria” (1640) su libretto di Giacomo Badoardo, portato in scena dal coro, orchestra barocca e soli Teatro Armonico, diretti dal M° Margherita Dalla Vecchia con la regia di Deda Cristina Colonna. Un passaggio dal teatro classico agli albori dell’opera lirica collocato all’interno del monumento Teatro Olimpico che fa da approdo e ponte tra epoche e generi di cui è esso stesso testimone e protagonista. Si replica domenica 23 settembre alle ore 18.30. Info www.tcvi.it

 

Il periodo in cui viene creata quest’opera è quello della riscoperta dell’uomo, delle scoperte geografiche che influenzano nuove dimensioni sociali. Come si rispecchia nell’arte musicale e teatrale questo periodo di rivoluzione?

Festival conversazioni 2018 al via al Teatro Olimp (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica)Margherita Dalla Vecchia: “Gran parte della scrittura che Monteverdi mette in questo Ulisse si è affermata con il poema epico-religioso de “La Gerusalemme Liberata”. Monteverdi viene attratto, anche da Badoardo, a scrivere questo Ulisse perché sa che trova tutte le dinamiche dell’uomo che sta vivendo li e che sono le stesse che viviamo oggi, che erano così ben definite nell’Odissea; all’inizio del ‘600 è tutto ispirato ai grandi poemi epici".

Quindi è ancora immune dalle rivoluzioni sociali?

“Assolutamente sì: sul 1670-80 è già decaduto perché i teatri a pagamento devono soddisfare la committenza e l’esito del business è assolutamente importante. Monteverdi non voleva scendere a questo compromesso e non aveva bisogno di affermarsi sulla Venezia che lo rispettava e lo considerava il compositore più grande".

Nelle prove ho visto una gestione capillare dei linguaggi: ogni gesto ed espressione, addirittura il suono di determinate lettere, in aderenza con la musica che con accordi e tonalità deve esprimere i concetti espressi da quelle parole e metrica. Un lavoro veramente “certosino”.

Deda Cristina Colonna: “Ci fa molto piacere che si veda. All’allievo medio del conservatorio di oggi si insegna a produrre dei suoni amplificando la voce e trovando delle sonorità che soddisfino criteri estetici che nulla hanno a che vedere col recitar cantando. Laddove mancano delle descrizioni capillari delle regie dell’epoca ci sono però delle fonti che descrivono l’approccio del retore pubblico. Poi c’è un trattato importantissimo, il Corago, del 1620-15, un manoscritto preziosissimo, dove si vede l’attenzione alla natura del lavoro del cantante, che non è semplicemente cantare delle note ma di agire come fa l’attore. Un bravo librettista riesce a mettere nella parola poetica una grande percentuale d’azione. Questo effetto è descritto in tutti i trattati della lunghissima tradizione della retorica che comincia da Quintiliano, che nel ‘600 è ancora in grandissima fioritura e che prevede che nella maniera di pronunciare la parola sia contenuto il seme dell’azione. Ancora nel 1777, Mancini, maestro di canto all’opera di Vienna, scrive il trattato teorico e pratico di canto figurato, nel capitolo sul recitativo dice : “se il recitativo sarà DETTO con il ritmo giusto ma mancherà di gesto, sarà languido e fiacco". Quello che cerchiamo di fare è servire i ritmi monteverdiani, capire se secondo lui in quel momento il cantante stava cantando la parola, se in certi momenti va più nel dare forma a una melodia. Molto spesso una melodia mette ordine in un pensiero, il fluire degli affetti si ferma nel momento dell’arioso. Il ragionamento del personaggio è più tortuoso, interessante, complicato e mentale nel momento del recitar cantando poi quando ha risolto e trovato l’immagine Monteverdi “sfoga”".

State costruendo tenendo ben presente il luogo in cui vi trovate.

M.D.V.: “Il progetto dell’Ulisse all’Olimpico è un’estensione della tragedia classica e mi fa piacere presentarlo in questo ciclo degli spettacoli classici proprio perché voglio far conoscere questa estensione del teatro antico, dall’intonazione greca all’arte agli esordi dell’opera, quindi assolutamente idoneo. Il Teatro Olimpico è un grandissimo monumento, questa è un’opera di eccezionale esecuzione, eseguita molto raramente, perché è molto complessa e ha una dinamica enorme. Il linguaggio di Monteverdi adotta ancora concatenamenti modali in relazioni di rapporti di suoni legati agli antichi toni del canto gregoriano e della modalità medioevali e lui ottiene tutte le temperature degli affetti. I profili che Monteverdi dà sul recitar cantando sono di almeno 4 generi: quello delle divinità, quello della nobiltà( Penelope e Ulisse) , quello per i principi e i popolani (Melanto e Ericlea). È di una grandissima genialità e abilità. Abbiamo tutti gli strumenti per restituire questi monumenti, è un’opera che manca e che forse più di altre è propria: l’Ulisse guarda tutto a un grandissimo passato e il Teatro Olimpico è veramente il suo luogo".

Delle grandi opere del passato si dice sempre che sono ancora attuali eppure le versioni in abiti contemporanei sono sempre molto difficili. Chi come voi fa uno studio approfondito non trova difficoltà a rendere un’analogia: Giunone ha un’impronta di lady. C’è una nuova epicità in certe realtà upperclass?

Festival conversazioni 2018 al via al Teatro Olimp (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica)D.C.C.: “I personaggi allegorici e mitologici sono personaggi alti ma non per questo hanno un eloquio meno concreto. Lo studio della mitologia siamo in pochi ad averlo sulle dita, il cantante del ‘600 arrivava a cantare nell’Ulisse in Patria conoscendo “La metamorfosi” di Ovidio, aneddoti mitologici sul rapporto tra Giunone e Giove. Mi interessa rappresentare il personaggio per quello che è e devo stimolare il cantante in modo che quando vado a proporre un gesto retorico abbia un legame fortissimo con la sua emotività; mi rendo conto che dicendo “sei come una lady dell’Upper East Side che spetta il suo Martini sulla terrazza” creo in lei un’immagine fortissima che si riferisce a un personaggio epico per noi, visto che Giunone non significa più nulla. Bisogna capire se ci stiamo occupando di aspetti formali o contenutistici: non è detto che con abiti moderni si distrugga l’opera. Un’opera è una specie di equazione, una rete di rapporti tra personaggi e drammaturgia, strutture a breve, medio e lungo raggio che sono gli archi portanti del pezzo: chi è Ulisse? Perché torna? In che momento della storia di Penelope? Si rappresenta la storia di Penelope costante che sta per cedere e all’ultimo momento possibile arriva suo marito. L’equazione si deve soddisfare trovando l’incognita e vedere il personaggio coi vestiti antichi non dà nessuna garanzia. È un peccato non poter usare le vie di Tebe perché questo avvicinamento prospettico serve per invitarci dentro lo spettatore, è tipico del teatro antico. Oltre a questo c’erano le macchine sceniche, la grande invenzione della marineria, questo l’Olimpico non ce l’ha perché è una scena senza quinte: noi cerchiamo di supplire portando un aspetto di macchineria con queste cavee lignee mobili fatte con un artigianato molto pregevole ( disegnate da Mauro Zocchetta e realizzate da Adriano Pernigotti ndr) che nel loro alternarsi descrivono nuovi luoghi. Stiamo cercando di capire come possiamo rappresentare oggi la natura di questo pezzo attraverso i linguaggi del teatro antico, non come lo facevano allora perché non sappiamo e credo che non sia possibile".



nr. 33 anno XXIII del 22 settembre 2018

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