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NR. 11 anno XXIV DEL 23 MARZO 2019
la domenica di vicenza
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Una prospettiva "araba"
al festival Danza in Rete Vicenza

Un viaggio tra la “speranza” e il “dolore”

di Elena De Dominicis
elenadedominicis@virgilio.it

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From alf to … between lam and mem

Anna Cappelli (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica)@artiscenichecom

 

From alf to … between lam and mem (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica)Il festival Danza in Rete Vicenza. Schio questa settimana ha ospitato all’odeo del Teatro Olimpico il danzautore Mounir Saeed, uno degli esponenti di spicco della nuova scena coreutica egiziana, con la sua nuova pièce “From alf to … between lam and mem” prodotta dal festival e in prima nazionale. Lo spettacolo si incentra sul viaggio tra concetto e forma scritta dei due termini “speranza” (in arabo “Aml”) e “dolore” (“Alm”): basta spostare due lettere per cambiare completamente prospettiva e punto di vista. Saeed è stato ospitato a Vicenza grazie alla collaborazione tra Festival Danza in Rete e il progetto internazionale Focus Young Mediterranean Middle East and Asian Choreographers 2019. Per tutte le informazioni sui prossimi spettacoli del festival info www.festivaldanzainrete.it

 

Tu scrivi e disegni queste lettere con la coreografia, sono in caratteri arabi o latini?

Mounir Saeed: “In realtà sono in arabo. Ho scelto queste lettere per i due significati diversi, dolore e speranza: spostando solo due lettere si crea un viaggio tra di loro...”.

L’impressione è di vedere dei movimenti molto eleganti, come un disegno.

“Sì è vero, è come un disegno ma allo stesso tempo non mi sono concentrato sulle forme del movimento ma sull’atteggiamento del movimento stesso perché dando espressività al viaggio tra le due situazioni, chiamiamole così, sul modo in cui questo si crea e si sviluppa nella mia mente e nel mio corpo”.

From alf to … between lam and mem (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica)Abbiamo sentito diversi autori come Maurice Louca, Miriam Makeba, Fever Ray e Johhny Cash. Tradizioni musicali e periodi completamente diversi: Cash il cantautore americano, Miriam Makeba la grande signora dell’Africa, Fever Ray Scandinavia. Hai tenuto conto di ciò che rappresentano e da dove provengono?

“Il punto non erano tanto gli artisti quanto quello che dicevano nei brani che ho scelto: Johnny Cash in questa canzone chiede aiuto e ho sentito come se lui si fosse perso e pregasse Dio di indicargli la strada. Miriam Makeba all’inizio di scegliere la strada è persa. Maurice Louca è un compositore egiziano di musica elettronica, uno dei preferiti ora in Egitto e ha collaborato anche con band molto forti anche all’estero. Ho preso quel brano dal suo album perché era proprio quello che ci voleva in questa pièce”.

Quando noi europei veniamo nei paesi arabi rimaniamo molto affascinati dalle meravigliose decorazioni delle moschee e dall’arte araba. La nostra cultura è legata a una tradizione figurativa del Rinascimento e del Barocco la vostra più a un’estetica geometrica. Immagino che i danzatori arabi possano essere influenzati da questa meravigliosa estetica visto che vedete questi disegni geometrici ovunque.

“Può essere vero, sono d’accordo, ma anche in qualche modo stiamo uscendo dalla cornice dei rituali e dalle tradizioni perché abbiamo bisogno di pensare in maniera più ampia riguardo a ciò che accade in giro. Posso dire di essere egiziano ma posso anche dire che sono un artista e a volte vorrei dire solo che sono un artista, non voglio che sia accostata un’identità perché potrebbe essere un problema e limitare il modo di essere artista. Non vorrei più dire che sono egiziano perché poi la gente dice: “Ah si Egitto! Ah si la rivoluzione!” e cose di questo genere. Allo stesso tempo però vorrei dire che sono un artista che proviene dall’Egitto perché vuol dire che ho un’esperienza che posso condividere con voi. Questo non vuol dire che siccome sono egiziano devo mostrare qualcosa di egiziano, mi piacerebbe mostrarlo ma anche no perché mi piace fondere le cose: il mio pensiero si sviluppa anche in altri modi, non si tratta di viaggiare ma di vedere le cose, di incontrare altri punti di vista. Diciamo che la mia “egizionalità” è come se fosse una maglietta che indosso e quando vado in giro ne trovo di nuove, non mi tolgo la mia ma prendo una parte di quelle nuove e le cucio sopra alla mia egiziana! Non si tratta di rimuovere il passato ma di aggiungere qualcosa alla mia identità”.

From alf to … between lam and mem (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica)Che rapporto hai con le altre arti?

“Mi piacciono molto la pittura, sia figurativa che astratta, e le statue. Quando sono entrato qui nel teatro sono rimasto stupefatto da tutte queste statue, dalle dimensioni del teatro: è così meraviglioso che potrei stare 24 ore solo a guardare il teatro e le cose intorno. Poi la pittura mi dà molta immaginazione. C’è un’opera di Albrecht Dürer che si chiama “Il cavaliere, la morte e il diavolo”, è in bianco e nero ed è stupefacente, questa è stata un’ ispirazione per una piè-ce che ho fatto in Egitto chiamata “Prophecy/Submission”. Questo tipo di cose mi danno ispirazione in qualche modo e anche la musica. Mi piace la musica classica e prima di fare la piè-ce stavo ascoltando il Requiem di Mozart. Mi piace la musica sufi tradizionale egiziana che prendo un po’ come un simbolo perché la filosofia del sufismo è molto potente ma ci vorrebbe un’intera vita per impararla. L’opera lirica non mi dispiace ma preferisco musica strumentale come Beethoven, per esempio”.

In Africa in questo momento stanno accadendo un sacco di cose per quanto riguarda la cultura digitale: ci sono molte nuove tecnologie studiate per le grandi distanze, molti giovani startupper, milioni di persone che usano bitcoin. Pensi che questo nuovo stile di vita digitale possa cambiare il modo di concepire una performance anche se si tratta di piccoli spettacoli dal vivo come il tuo?

“Ad essere onesti non mi piace fondere la tecnologia con l’arte e non ci credo molto perché per me la tecnologia è un mondo troppo vasto per poter essere applicato dal’A alla Z in una piè-ce: rende tutto troppo più piccolo. Un videoproiettore o dei sensori di movimento per creare il suono, cose di questo genere, possono essere di sostegno a delle idee ma se si esagera sul palco diventa complicato: alla fine dove sono il movimento, il viso, la recitazione, l’essere umano?”.

Vuoi dire che copre l’esibizione?

“Sì, credo di si. Mi è capitato di essere in una performance molto tecnologica, mi è sembrato che “mangiasse” i danzatori. Di certo non voglio essere l’attrazione principale e questa è la visione del regista e del coreografo ma quando c’è equilibrio vengono le cose migliori. Si può fare qualcosa con una installazione o videoarte ma la performance di danza è una performance di danza”.

From alf to … between lam and mem (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica)Hai visitato molti paesi, qual è quello dove hai visto le cose più interessanti e dove ti piacerebbe andare per vedere come lavorano?

“Non lo dico perché sono in Italia ma mi sembra che qui ci sia un grande interesse per la storia, l’architettura. L’Italia è uno dei paesi più importanti dove ho lavorato; sono stato anche in Francia che è stupenda e meravigliosa per la cultura, anche in Germania, la scena artistica tedesca è davvero molto forte. Sono stato in Olanda, in Svezia, USA. Ma in Italia, se togliamo i problemi, posso dire che è tutto meraviglioso e se si puntasse ancora di più sull’arte questo renderebbe questo Paese superiore e più sviluppato, anche più della Germania. Ci sono tantissimi danzatori italiani che fanno corsi e provini in Inghilterra o Olanda credo che la scena italiana sia molto bella. Io sono molto incuriosito dalla Divina Commedia e ne ho letto un’edizione in arabo, so che la studiate”.

È un testo molto difficile perché è scritto in italiano medioevale e Dante per poter esprimere quello che voleva dire e rimanere nella metrica molte parole le ha dovute inventare. Poi tra noi e Dante ci sono 700 anni di storia.

“Il traduttore arabo ha scritto una biografia su Dante e sulla Divina Commedia e ha messo una lunga premessa su come possiamo comprendere la Divina Commedia e Dante. Credo sia molto difficile, lo è anche nella mia lingua ma stiamo parlando di qualcosa che ha cambiato il metodo linguistico nella storia e non credo ci siano stati artisti che hanno fatto altrettanto, forse Shakespeare e forse Goethe in Germania ma non penso con altrettanto impatto”.



nr. 10 anno XXIV del 16 marzo 2019

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