NR. 12 anno XXIV DEL 30 MARZO 2019
la domenica di vicenza
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Cima Grappa, l'architettura
e la memoria

di Alessandro Scandale
a.scandale@gmail.com

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Cima Grappa

Cima Grappa - Architetture della memoria è un bel volume illustrato a cura di Giovanna Frene con testo di Paola Sozzi e fotografie di Giuseppe Dall’Arche (Zel edizioni). "Come per l’individuo ricostruire la propria storia è un modo per conoscersi e per creare un’immagine di sé, altrettanto avviene per il gruppo sociale, che grazie al ricordo degli eventi passati crea un’identità e un sistema di valori in grado di compattarlo e di farlo funzionare. L’iscrizione del proprio passato nello spazio è quindi una modalità di conservazione della memoria, pratica presente e centrale in qualsiasi gruppo sociale".

Cima Grappa (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica) Con queste parole Paola Sozzi introduce quello che è il primo studio semiotico della Zona Monumentale di Cima Grappa, che con il complesso architettonico composto dal Sacrario italiano, dalla Via Eroica, dal Portale di Roma e dall’Ossario austro-ungarico rappresenta uno degli esempi più emblematici della selezione e della manipolazione della memoria storica operata dal regime fascista. Se la memoria collettiva, infatti, ha bisogno di tradursi in discorsi o luoghi, quella che prende le forme di un sacrario militare trasmette una precisa immagine degli eventi bellici passati. Il Massiccio del Grappa fu nell’ultimo anno della Grande Guerra teatro di tre grandi battaglie che portarono alla vittoria finale italiana contro gli austro-ungarici: di quei fatti così sanguinosi quale memoria è stata trasmessa, e come è stata rappresentata? Quale immagine della guerra si è voluto rimandare, e mediante quali percorsi si è pensato di coinvolgere il visitatore di allora? Che cosa può davvero comprendere invece il visitatore di oggi, di fronte a questa soverchiante opera in pietra, che per lui rischia di rimanere silenziosa? E infine, come mai il Monumento al Partigiano, successivo di qualche decennio, non po’ dialogare con il vicino Sacrario? A queste domande risponde in maniera organica ed esaustiva il bel volume, grazie anche alle pregevoli fotografie inedite realizzate appositamente dal fotografo Giuseppe Dall’Arche, proprietario del copyright e che ne ha gentilmente concesso l'uso per questa nostra recensione.

Nell'introduzione intitolata La memoria è qui e ora, Giovanna Frene scrive che un giorno di alcuni anni fa, avendo sconfinato in territorio sloveno dalla zona di Doberdò, si era imbattuta in un cimitero austro-ungarico della Prima guerra mondiale, vicino a Gorjansko, dove erano sepolti 6.015 soldati di varie nazionalità; pur avendo conservato la sua fisionomia originaria, risalente al 1916, non era praticamente più possibile trovare la maggior parte dei nomi dei soldati, mancando molte lapidi o essendo quelle superstiti smangiate dal tempo; la natura aveva preso il sopravvento, intercalando agli ampi rettangoli in pietra sull'erba una grande quantità di alberi dai fusti bruni e ruvidi. Il cimitero era diventato anche un boschetto. A questo che potremmo definire 'grado intermedio della memoria storica', dove rimane in pratica una traccia, come una mappa, ma con parti mancanti importanti, corrisponde da un lato il suo occultamento, o grado zero, in quello che Martin Pollack chiama "paesaggio contaminato", dall'altro il grado di massima visibilità e costruzione, come possono essere i Sacrari della Grande Guerra, di cui quello di Cima Grappa è un formidabile esempio: l'Europa è disseminata di luoghi, più o meno nascosti, dove sono avvenuti massacri, crimini, stermini, che a tutt'oggi non sono segnalati, ma che 'contaminano' il paesaggio; di contro, forse mai come per la Grande Guerra l'Europa sentì la necessità di segnare il territorio, spesso nei luoghi stessi che videro le battaglie, con cippi, monumenti, cimiteri, ossari e sacrari – i cosiddetti luoghi della memoria collettiva. Questo 'culto della memoria' trovava le sue radici già durante la guerra nel 'culto del soldato caduto', per cui "organizzazioni incaricate della progettazione e della manutenzione dei cimiteri militari furono create in tutte le nazioni belligeranti": vi era da un lato la volontà di preservare intatta la "comunità dei soldati", per garantire la loro efficienza in guerra; dall'altro, si doveva gestire una imponente quantità di morti, della cui memoria si doveva tra l'altro dare conto alle famiglie. Quando negli anni Trenta del XX secolo il fascismo in Italia "attinge a piene mani dalla Grande Guerra", non fa che sfruttare la necessità di perpetuare la memoria dei caduti, cosicché il lutto dei singoli viene inglobato nel lutto collettivo, e il lutto collettivo viene 'presentificato' nel marmo dei sacrari per costruire l'idea di una nazione forte e nuovamente belligerante. Come afferma Emilio Gentile, "giunto al potere, il fascismo si impegnò molto per sviluppare il mito della guerra, trasfigurandola in una epopea di eroismo e di martirio consacrata alla divinità della patria.

Cima Grappa (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica) L'Italia aveva pagato alla storia il tributo di un copioso sacrificio di sangue, in una guerra mondiale che aveva legittimato le sue aspirazioni di grande potenza. E il Pantheon della sua storia sacra si arricchì di caduti, di eroi e di martiri". Del Monte Grappa, quando era non lontana a venire l'attuale zona monumentale, si parlava in questi termini: "Il Grappa, la montagna santificata dal sangue e dal martirio, la soglia inviolata, la Termopili d'Italia. (...) e nelle valli scoscese dove anche oggi affiorano le tracce dell'epica lotta, sembra talvolta al visitatore raccolto e commosso di udire ancora il sibilo dei proiettili, il crepitare delle mitragliatrici, il fragore degli scoppi, l'urlo possente e feroce degli assalti". Tutti noi, abitanti della Pedemontana, conosciamo a memoria l'attuale sacrario. Ma siamo davvero sicuri di aver visto ciò che abbiamo sempre guardato fin dall'infanzia, quando la salita a piedi al Sacrario era una sorta di rito d'iniziazione? Abbiamo davvero riflettuto sul significato profondo dell'iscrizione che sovrasta il sacrario, quel "Gloria a voi soldati del Grappa"? Quanti sanno che il Monumento al Partigiano, realizzato negli anni '70, non è posto dentro la zona sacra della Cima? Il complesso monumentale, dunque, ci dovrebbe apparire per quello che è: un luogo dove è avvenuta un'immane tragedia umana – perciò un luogo di silenzio, di meditazione, da attraversare non da turisti, ma da cittadini. A chiusura delle celebrazioni per il Centenario della Prima guerra mondiale, rifletto sul fatto che la mia generazione è anche l'ultima ad avere avuto un bisnonno o un nonno soldato nella Grande Guerra, quindi un grado di parentela che spesso ci ha fatto toccare con mano i testimoni; la mia generazione è l'ultima ad avere cioè una memoria tramandata a voce dai protagonisti. Questa pubblicazione, nella quale l'innovativo studio di Paola Sozzi è corredato da eccezionali fotografie realizzate appositamente da Giuseppe Dall'Arche, vuole essere un testimone ideale e concreto da trasmettere alle nuove generazioni, e non solo della Pedemontana del Grappa, perché la memoria della sofferenza di tanti uomini non vada perduta.

Abbiamo incontrato Giovanna Frene rivolgendole alcune domande sul libro.

Cima Grappa (Art. corrente, Pag. 2, Foto generica)

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