NR. 10 anno XIX DEL 15 MARZO 2014
la domenica di vicenza
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Minimal la scena grande l’esecuzione

Con il Don Giovanni di Mozart è terminata la stagione lirica di Bassano, apprezzato l’allestimento di Federico Bertolani e l’interpretazione musicale del maestro Gianpaolo Bisanti

di Elena De Dominicis
elenadedominicis@virgilio.it

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Minimal la scena grande l’esecuzione

Si è conclusa la stagione della lirica di Bassano del Grappa con un’opera tra le più famose e rappresentate: “Don Giovanni” di Mozart. Una versione assolutamente essenziale realizzata dal giovane regista Federico Bertolani diretta dal Maestro Giampaolo Bisanti, direttore artistico dell’Orchestra del Teatro Olimpico, che in questa occasione ha diretto l’Orchestra di Padova e del Veneto. Abbiamo incontrato il regista e il M° Bisanti per approfondire questa splendida opera anche dal punto di vista tecnico.

Una scenografia assolutamente essenziale dove i colori la fanno da padrone: come hai concepito questa dinamica di colori in cui all’inizio ci sono i freddi, il viola e il blu, per poi arrivare a questo rosso? Una cosa che mi ha colpita è quando Donna Anna racconta della sua violenza: hai messo una luce bianca.

Federico Bertolani: «Io e il mio scenografo Giulio Magnetto, quando ci hanno proposto questo spettacolo, ci siamo relazionati con lo spazio: sapevamo di essere in un palazzetto e di avere un boccascena significativo quindi, piuttosto che provare a riempirlo, abbiamo deciso di svuotarlo e di vedere quello che potevamo raccontare con le luci, i colori e i corpi degli attori che diventano parte della scenografia. Ogni personaggio ha i suoi colori: Don Giovanni ha questo rosso, Donna Elvira ha anche lei dei colori abbastanza carichi perché in realtà, delle donne presenti, è l’unica con lui ha avuto davvero un rapporto ed è anche un po’ il suo alter ego, mentre per i contadini il classico verde. Abbiamo voluto raccontare un mondo totalmente bucolico, e vediamo come il nero di Don Giovanni non vada mai ad intaccare il bianco dei contadini, mentre Donna Anna e Don Ottavio sono colpiti nel loro bianco dal nero e diventano a lutto: la loro sofferenza è più grossa. I colori chiari nel racconto stanno a indicare una certa drammaticità che comunque nel Don Giovanni c’è, perché non è certo un’opera alla Rossini, è un’opera amara».

Minimal la scena grande l’esecuzione (Art. corrente, Pag. 2, Foto generica)Le scene minimal vanno molto: secondo te si sta creando un gusto nuovo nel pubblico? Non siamo più molto più abituati a scene particolarmente sfarzose, che sono bellissime, questo nuovo gusto per l’essenzialità porta anche voi registi a dover scegliere delle soluzioni che si differenzino? Adesso si usano molto i pannelli, le luci di taglio. Eventuali tagli di budget che stimoli vi portano e quali sono invece i limiti?

F.P.: «I limiti di budget li abbiamo, lo sappiamo tutti, non è un gran periodo, ma in realtà questo non è certo uno spettacolo che io non avrei fatto così, magari avrei potuto gestire lo spazio per più pannelli ma per un mia estetica personale. Poi le luci di taglio, i pannelli, i fondali, l’idea di vuoto e pieno nascono con Appia e Craig, due architetti francesi che alla fine dell’800 fanno uno studio sullo spazio teatrale sul palcoscenico; la mia è più una scelta estetica e del mio scenografo e del costumista, nell’essenzialità dei costumi e nella simbologia, non nasce da un limite. Io sono cresciuto con un teatro più nordeuropeo, il realismo secondo me tende ad allontanare, crea sempre un filtro tra lo spettatore e il palcoscenico mentre una sorta di essenzialità, magari anche dei richiami al cinema, possono aiutare il nuovo pubblico ad avvicinarsi».

Vedo che molti registi giovani hanno quasi tutti una formazione nordeuropea, come mai?

F.P.: «Finita l’università mi sono ritrovato per mia fortuna a lavorare con Cesare Lievi, un regista italiano che però ha sempre lavorato molto nel mondo tedesco e ho potuto frequentarlo come suo assistente. Diciamo che il mondo tedesco, a volte prevaricando anche l’opera lirica italiana e con risultati a volte assolutamente discutibili, si è posto molto più la domanda di come mettere in scena l’opera lirica oggi, mentre la nostra scuola, che è assolutamente molto buona, ha sempre cercato di rispondere a quell’idea di barocco che è fondamentale per la nascita dell’opera lirica in Italia».

Come si sta evolvendo il pubblico in Italia e all’estero?

F.P.: «Il pubblico tedesco è quello che io conosco maggiormente, loro il teatro lo chiamano la haus, la casa di ogni cittadino che paga le tasse e ha il suo spazio di cultura e oltre agli altri spazi ha il teatro che aiuta a crescere ed è pare integrante della vita. La differenza è che nei teatri tedeschi il teatro è sempre un po’ una routine anche il fatto che ci siano gli ensemble stabili, una sera una cantate può cantare Aida e il giorno dopo Liù, mentre da noi il teatro è sempre un evento, questo è il bello del nostro teatro: mentre da loro c’è una buona norma, da noi c’è sempre una scoperta. È chiaro che queste modalità creino problemi di gestione e di organizzazione e tutto quanto, però sicuramente ha il suo fascino».

Minimal la scena grande l’esecuzione (Art. corrente, Pag. 2, Foto generica)

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