NR. 7 anno XXIII DEL 24 FEBBRAIO 2018
la domenica di vicenza
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Ma cosa hanno in comune Caravaggio e Pasolini?

Intervista a Vittorio Sgarbi, protagonista al teatro Comunale di uno spettacolo-lezione su Michelangelo Merisi. Le riflessioni del professore su simboli della cultura cristiana come crocefisso e presepe

di Elena De Dominicis
elenadedominicis@virgilio.it

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Vittorio Sgarbi

Anna Cappelli (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica)@artiscenichecom

 

La stagione della prosa contemporanea al ridotto del TCVI ha visto come protagonista il Prof. Vittorio Sgarbi in un applauditissimo spettacolo-lezione su Caravaggio. Letteralmente dimenticato e trascurato per secoli per via del suo stile crudo e realistico, Michelangelo Merisi da Caravaggio viene rivalutato nel XX secolo dagli accademici, primo tra tutti Roberto Longhi, docente a Bologna e curatore di una celeberrima mostra del 1951 su Caravaggio e i Caravaggeschi. Roberto Longhi ebbe tra suoi allievi anche PierPaolo Pasolini che fu profondamente influenzato dalla vita e dalle opere di Caravaggio da cercare in tutta la sua vita i volti e la dimensione estetica e significativa che aveva trovato nei dipinti dell’artista lombardo. Il Prof. Sgarbi traccia un parallelismo tra Caravaggio, Pasolini e i codici visuali contemporanei, senza escludere quelli utilizzati dal terrorismo, sottolineando come mettere in discussione segni tipici delle nostra cultura quali crocifisso e presepio significhi negare secoli di arte e di cultura cristiana che determina anche la vita di chi è laico.

 

Abbiamo visto come Caravaggio sia moderno e vicino a noi. Il successo di questo spettacolo è dato dal fatto che Caravaggio è entrato nel nostro immaginario contemporaneo oppure dalla sua fama e capacità di divulgatore che permette alla gente di capire quello che vede quando lei lo spiega? Se avesse fatto uno spettacolo su Andy Warhol avrebbe avutolo stesso riscontro?

Vittorio Sgarbi (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica)Vittorio Sgarbi: “Certamente: Andy Warhol è più facile di Caravaggio perché parla di cose che sono in diretto contatto con noi, partecipando della nostra stessa vita e del nostro stesso tempo. Caravaggio deve essere un pochino interpretato perché alcune cose sono legate al sentimento religioso che oggi piuttosto indebolito mentre la pop art e Andy Warhol son costruiti su materiali che appartengono all’iconografia del nostro tempo, al cinema, alla televisione, ai personaggi della storia e della contemporaneità. La cosa più remota che ha rappresentato è una “ultima cena” di Leonardo interpretata da lui, ma per il resto si è messo davanti ai personaggi del suo tempo, da Agnelli a Mao Zedong; ha raccontato quello che si conosce dai giornali e dalla vita delle persone che fanno la storia contemporanea".

Quando si parla di arte si dice sempre che un artista del passato ha anticipato i tempi e che uno contemporaneo ha ripreso o citato un classico, facendolo suo. C’è qualcosa nel fare arte, un metodo, un’ispirazione, qualcosa che attraversa i secoli e che reincontra gli artisti durante i periodi storici e che gli artisti captano in vari periodi, che è sempre quella stessa cosa lì, che si ripete, per cui un artista antico anticipa e uno contemporaneo riprende rileggendo?

“Beh, esiste la definizione di archetipi: sono talmente perfetti che poi vengono riproposti per cui deriva sia il Rinascimento che la rinascita di qualcosa che è stato concepito nel mondo antico, sia il Neoclassico che riprodurre una stagione classica con un perfezionamento di forme che però erano già arrivate alla loro maturità. La riflessione su ciò che è stato pensato prima fa parte di occhi che mettono in luce quello che stava in ombra: riguardando il Gotico e il Neogotico, tutti i momenti della Storia sono stati ripercorsi sentendo una qualche attualità a seconda della sensibilità di chi li interpretava, per cui mi pare abbastanza naturale che questo avvenga".

Vittorio Sgarbi (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica)Lei ha citato periodi più remoti rispetto a Caravaggio: noi abbiamo la grande tradizione dell’arte greca e romana, un ideale di perfezione. Poi nel periodo medioevale, rispetto al Rinascimento e al Barocco o al periodo caravaggesco dove c’è un ritorno a una ricerca di perfezione, c’è un’espressione quasi imprecisa rispetto al passato romano e classico. Come mai nel Medioevo si perde questa indagine nel confronto della figura?

“Perché l’uomo ha più soggezione di Dio e sente che le forze remote e le presenze divine sono più significative che non la capacità dell’uomo di dominare il proprio tempo e ha bisogno di qualcosa di mistico e di ridotto a una dimensione che non è quella di controllare e dominare le cose ma di essere dominati. Quindi c’è una soggezione, nel Medioevo, che è quella per cui non si può immaginare di governare il mondo ma bisogna obbedire alla legge di Dio".

Nonostante la committenza sia sempre la Chiesa?

“Beh, la Chiesa si applica attraverso i propri dogmi nell’interpretazione degli artisti, poi ogni artista prende qualcosa e la reinterpreta. Qualcuno riesce ad andare molto avanti qualcun altro si ferma prima".

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