NR. 46 anno XXIII DEL 22 DICEMBRE 2018
la domenica di vicenza
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Pino Sbalchiero

di Alessandro Scandale
a.scandale@gmail.com

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Pino Sbalchiero

C’era una volta un’Isola - Storie della pellagra e altri racconti di Pino Sbalchiero è un volume pubblicato di recente dall'editore vicentino Ronzani che si sta ritagliando uno spazio importante nell'editoria locale e non solo. Con l'introduzione di Ilvo Diamanti e le illustrazioni del noto artista calidonense Vico Calabrò, l'Isola di Sbalchiero è un luogo della memoria che ci riporta nella parte più autentica e profonda della nostra storia in cui la vita dei paesi di provincia e dei suoi protagonisti diventa un piccolo poema epico in prosa.

Pino Sbalchiero (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica)Un racconto popolato dai tipi umani della cultura contadina, alcuni vivono già nella nostra memoria, altri riemergono nella tessitura di una lingua oramai perduta. La spontaneità del racconto e la sorprendente attitudine al cambio di registro, dal poetico al grottesco, dall'ironico al sagace, diventano archetipo di un mondo semplice e trasparente in cui l'Autore riesce a fondere sincera partecipazione e distacco ironico, freschezza della scrittura e pietas per la purezza dei più deboli. In questo microcosmo ancestrale scorrono genuinamente le stagioni della vita, dall'infanzia all'età matura, e s'intravede la bellezza di un tempo irripetibile, forse meno precario di quello di oggi. Nell'introduzione intitolata L’isola che non c’è più, Ilvo Diamanti scrive di aver incontrato e conosciuto Pino Sbalchiero negli anni Settanta, quando da pochi anni era arrivato a Isola, anzi a Castelnovo al seguito della sua famiglia. Mio padre - scrive - militare nella guardia di Finanza, stanco dei continui trasferimenti, da una città e da una regione all’altra, decise di congedarsi. Per rientrare e fermarsi, con la famiglia, a casa. Sua. Perché per me Isola, allora, era un altro mondo. Un’altra storia. Quella che Sbalchiero racconta in questa nuova edizione delle “Storie della Pellagra”. Confesso che per me, trasferirmi a (Castelnovo di) Isola fu un trauma, che faticai a superare. La distanza fra i luoghi della mia vita vissuta, fino ad allora, e Isola era davvero larga. Ben superiore a quella geografica. Perché io avevo vissuto in città relativamente grandi. E in zone molto industrializzate. Vado Ligure, ultima residenza prima di arrivare a Isola, era il porto di Savona. Impegnativo e inquinato, dal punto di vista ambientale. Ma industrializzato, trafficato. Molto di sinistra. Lì avevo formato le mie esperienze personali, le mie relazioni, le mie amicizie. E poi c’era il mare, a poca distanza da casa… Trasferirmi a Castelnovo fu traumatico, per me. E l’esperienza del liceo non mi aiutò molto. All’inizio. Perché il Liceo Pigafetta era (ed è ancora) prestigioso e qualificato. Ma anche ben definito dal punto di vista della classe sociale. Luogo di incontro e di formazione per i giovani della borghesia e dell’aristocrazia vicentina. Soprattutto la sezione A, che frequentai, fino alla maturità. Io non c’entravo nulla con quel mondo. Facevo parte della “quota popolare” necessaria a dare un’impronta democratica alla scuola. Un’esperienza, confermo, preziosa. Che ha contribuito alla mia formazione culturale e personale. Ma allora, all’inizio, ne soffrii. Molto. Vivere a Isola, a Castelnovo. Per me era un tuffo nel passato. Dalle industrie e dal mare alla campagna. Però mi servì molto. Anche perché, proprio lì, avvenne la mia crescita politica. Maturata al Liceo, in quegli anni (70) molto accesi. E turbolenti. L’incontro con Sbalchiero, a questo proposito, per me fu importante. Perché Sbalchiero era importante. La figura più importante di Isola. Tra le più importanti in provincia. Allora: assessore regionale, dopo essere stato sindaco. Costituiva il riferimento politico a livello locale. E non solo. Per questo, divenne fondamentale per la mia formazione. Io, giovane e “attivo”. “Attivista” nell’associazionismo politico e volontario. Coinvolto nei fermenti che attraversavano il mondo cattolico, nella stagione del post ’68. Con Sbalchiero sperimentai la mia capacità polemica. Era l’avversario giusto. Per “crescere”. Per fare la mia esperienza di contestazione.

Pino Sbalchiero (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica)Negli anni seguenti, i rapporti cambiarono. Perché entrambi cambiammo atteggiamento. Dall’antagonismo alla distinzione. Dalla polemica alla critica. Nel rispetto reciproco. Ricordo ancora le discussioni da Gasparella, dove lo incontravo, a volte, quando andavo ad acquistare i giornali. Ma, per me, divenne fondamentale, la lettura delle sue storie. Perché lo Sbalchiero “narratore” è quello che preferisco. Tratteggia un paesaggio che ho conosciuto anch’io, in un tempo di profonda trasformazione. Un mondo dove le persone avevano nomi, cognomi. E soprannomi. Piero Bélo, Bepi Tinassa, Giia Bombola, Nane Siola… e tanti altri. I soprannomi sono importanti, perché marcano legami di complicità. Di comunità. In un mondo dove non c’erano periferie e centri. Perché tutti i luoghi erano “centri”, per chi ci viveva. E “periferie”, per chi ne stava fuori. Comunque, tutti i luoghi partecipavano a un’identità che si rafforzava attraverso il contrasto fra campanili. Castelnovo contro Isola. Unite dal torrente la Giara. Uno dei pochi “canali” di comunicazione capaci di unificare i due “centri” principali del Comune. Castelnovo e Isola. Ebbene, ancora oggi, leggere e rileggere le storie narrate da Sbalchiero, attraversando luoghi e tempi diversi, mi aiuta e mi conforta. Perché è vero: raccontano di un’Isola che non c’è. Più. Trasformata dall’industrializzazione dall’urbanizzazione. Dalle migrazioni. Un’Isola che ha perduto gran parte dei suoi confini e dei suoi paesaggi. Interni. Però queste storie ne ri-costruiscono la memoria. Che è la base dell’identità. La nostra storia, la nostra memoria: ci permettono di rammentare chi siamo. Da dove veniamo. E rileggendo le storie di Sbalchiero è forte la tentazione di aggiungere altre storie, altri personaggi, altri nomi e altri soprannomi. Per allargare la biografia di Isola alle generazioni seguenti. Almeno: fino alla mia. E così, oltre a una lettura piacevole, suggestiva anche se talora malinconica, le storie di Pino Sbalchiero aiutano quest’Isola che non c’è a ritrovarsi. A riconoscersi. E possono risultare utili a chi - come me e molti altri - ci ha vissuto, a chi ci vive ora e ancora. A chi si è trasferito qui negli ultimi tempi. Perché possono servire a ritrovar se stessi. Noi stessi. Dentro a un’Isola che non è certo “isolata”, ma, al contrario: rischia di perdersi in un mondo globalizzato. Le storie di Pino offrono un’occasione, un riferimento: per fermarsi un momento. Per gettare lo sguardo altrove. Alle nostre spalle. Per ricordare e, soprattutto, per guardare avanti. Comunque, per guardare oltre. Alla ricerca della Stella Boara, evocata da Pino. Una stella che guidava e accompagnava i contadini, nel corso delle giornate di lavoro duro. Di fatica. La stella della memoria e della speranza.

A Stefano Messuri, tra i fondatori dell'editrice Ronzani, abbiamo rivolto alcune domande sul libro.



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