NR. 15 anno XXIV DEL 20 APRILE 2019
la domenica di vicenza
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Paesaggi della Resistenza

C'è anche Meneghello

di Alessandro Scandale
a.scandale@gmail.com

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Paesaggi della Resistenza

Nonostante editore e curatori provengano da altre regioni, non era possibile per noi trascurare in questa rubrica il libro Paesaggi della Resistenza nei romanzi di Calvino, Fenoglio e Meneghello (Pubblinova Edizioni Negri, Varese), essendoci accorti già dalla copertina della presenza, all'interno del bel volume di immagini in bianco e nero, di uno dei più importanti scrittori vicentini - e italiani - vale a dire Luigi Meneghello. È bastato questo importante “dettaglio” a convincerci a sfogliare il libro, ad apprezzarlo per le fotografie di Carlo Meazza e i testi di Enzo Laforgia e a decidere infine di segnalarlo ai lettori de La Domenica per il suo indubbio valore.

Paesaggi della Resistenza (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica)Tre storie di Resistenza, tre scrittori, tre partigiani, tre diversi paesaggi. Il fotografo Carlo Meazza è ritornato, a settant'anni dalla fine della Lotta di liberazione, sui luoghi in cui si svolse l'esperienza partigiana di Italo Calvino, Beppe Fenoglio e Luigi Meneghello. Quella loro giovanile avventura è stata riversata nei loro romanzi ed elevata a grande letteratura: Il sentiero dei nidi di ragno; Il partigiano Johnny; I piccoli maestri. Leggendo questi romanzi abbiamo imparato a conoscere e ad amare le Alpi liguri di Calvino, le Langhe di Fenoglio, L'Altipiano di Asiago di Meneghello, gli ambienti cioè, in cui uomini e paesaggio, nel corso di quella esperienza storica, giunsero a fondersi. Il fotografo, con quei romanzi in tasca, si è messo alla ricerca dei luoghi in cui quelle storie si svolsero e sono state poi raccontate. Li ha trovati, li ha fatti uscire dalla pagina scritta, li ha fissati in immagini in bianco e nero, elevandoli a veri protagonisti. Le immagini possono ora dialogare con la parola letteraria, suggerendo nuove riflessioni e stimolando relazioni nuove tra passato e presente, tra memoria e immagine, tra parola e fotografia. Enzo Laforgia, con i suoi testi e le didascalie che accompagnano le immagini, ripropone una lettura di quei romanzi, alla luce del ruolo che ebbero i loro autori negli anni della guerra, facendo emergere la forte relazione, che è all'origine di ogni storia, tra un pugno di uomini ed un pezzo di terra.

Leggiamo, nel capitolo dedicato a Luigi Meneghello e l’andare in montagna, che è capitato sovente, leggendo o ascoltando i racconti e le storie dei nostri partigiani, di imbattersi nell’espressione andare in montagna. Queste tre parole, nella varia letteratura resistenziale, segnano il confine tra un prima e un dopo. Fissano il momento solenne della scelta ribellistica, la presa di posizione di un individuo di fronte alla storia; marcano l’assunzione individuale di responsabilità rispetto ad eventi che si sono abbattuti su di un’intera comunità; gravano come un’ipoteca sul futuro, sui sogni, sui progetti dei protagonisti. L’«andare in montagna» sta ad indicare letteralmente e metaforicamente il momento dell’abbandono della pianura, con tutto il suo corredo di abitudini, sicurezze, affetti. È l’espressione che dà inizio all’avventura, che rappresenta il momento in cui l’eroe abbandona il noto per l’ignoto, immergendosi totalmente in un ambiente estraneo, di cui deve lentamente prendere possesso, e caratterizzato da situazioni estreme. E così, alla fine dell’avventura, ripercorrendo il viaggio in direzione inversa, il narratore dei Piccoli maestri, ridiscendendo verso la pianura nei primi giorni del luglio 1944, potrà dire che «dopo i mesi selvaggi in montagna», la guerra che continua sulla soglia di casa «s’incivilisce». Tutto questo lo spiega bene Luigi Meneghello, pur nell’apparente semplicità del suo racconto: alle parole, andare in montagna, corrispondono punto per punto le cose; a un dato momento, dopo gli approcci con mezzi civili, ci si trova letteralmente ai piedi di un monte, gli accompagnatori dicono “ciao allora” e vanno via; e così si resta lì davanti a questo monte, e dopo un po’ si fa un passo, fuori della pianura clandestina, e s’incomincia ad andar su. Quel primo passo, che segna il principio della salita, nel racconto del partigiano Meneghello corrisponde ad una sua seconda andata in montagna. Ma per la prima volta sente quei monti veramente familiari e suoi. Nella nota introduttiva, che accompagnò l’edizione dei Piccoli maestri del 1976, Meneghello dichiarò che questo suo libro era stato sollecitato da un’istanza «anti-retorica e anti-eroica». Lo scrittore voleva «rendere giustizia» ad un’esperienza vissuta e condivisa con i suoi amici, quel «piccolo gruppo di partigiani vicentini» formatosi alla scuola di Antonio Giuriolo. Si trattava di studenti accomunati non dall’aver condiviso gli stessi banchi di scuola o di università. Erano tutti giovani cresciuti culturalmente e formatisi moralmente alla scuola di quel «nobilissimo esempio di educatore senza cattedra», come Norberto Bobbio ebbe a definire Toni Giuriolo. Più che ad un romanzo, lo scrittore pensava ad un resoconto dall’interno, dettagliato, sostenuto dall’autorità del testimone, senza alcuna pretesa di voler elevare il racconto della sua particolare esperienza a paradigma della Resistenza in Veneto o della Resistenza italiana. La materia gli sarebbe stata offerta dalla «verità stessa delle cose», con la precisa indicazione di luoghi e persone, gesti e parole.

Paesaggi della Resistenza (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica)Meneghello, dispatriato in Inghilterra tra il 1947 ed il 1948, iniziò a scrivere della sua avventura partigiana subito dopo la guerra e nei primi anni Cinquanta, senza tuttavia mai pervenire ad un testo compiuto ed organico. In seguito, ritornò più volte su quei primi abbozzi, su quei frammenti, e solo dopo la pubblicazione di Libera nos a malo (uscito nel 1963), l’occasione di risiedere per un breve periodo sull’Altipiano di Asiago, lo spinse a ritornare con la memoria agli avvenimenti vissuti in quegli stessi luoghi una ventina d’anni prima. Solo in quel momento si accorse di aver raggiunto quella giusta distanza, rispetto alle vicende vissute, che gli consentiva di guardare al suo passato con maggior chiarezza: «finalmente ci vedevo abbastanza chiaro, era nato il distacco, l’intera faccenda di quei nostri dolori di gioventù si schiariva, potevo scriverla». Così, per un anno, si applicò alla stesura del nuovo libro, che uscì nel 1964. Questa prima edizione fu poi sottoposta ad una profonda revisione, pubblicata nel 1976, a sua volta rivista per l’ultima versione a stampa uscita dieci anni dopo. Il racconto, scritto in prima persona, si apre con il ritorno in montagna del narratore-protagonista qualche settimana dopo la fine della guerra. Ritorna con una compagna, Simonetta, sugli stessi luoghi dell’Altipiano di Asiago dove aveva combattuto tra l’inverno del 1943 e l’estate del 1944, quando dalla montagna, come si diceva prima, ridiscese in pianura.

Il paesaggio subito si impone non per l’asprezza dei luoghi e del momento (i due giovani, sotto una tenda, sono colti da un violento temporale), ma perché anche quel paesaggio, come le vicende che lì si erano svolte e di cui Meneghello era stato testimone e protagonista, poteva essere osservato nella corretta prospettiva, poteva ormai essere definitivamente archiviato nel passato: un momento della sua storia e un momento della più grande Storia si erano finalmente conclusi ed ora se ne poteva cogliere l’intera trama, quasi l’intima struttura razionale. Di questo, il protagonista ha improvvisamente coscienza. Preso da gioia improvvisa, esce dalla tenda nel buio della notte, mentre piove a dirotto, e spara al cielo col mitra ritrovato: In questo modo finì la guerra per me, perché fu proprio in quel punto che la sentii finire. Così, tutto bagnato, con la Simonetta precariamente al mio fianco, entrai nella pace. Alla sua uscita, il romanzo I piccoli maestri non riscontrò il favore dei critici. Fu Alessandro Galante Garrone, dalle pagine della Stampa, a sottolineare come la vera qualità di questo racconto risiedesse proprio nel modo in cui Meneghello aveva scelto di restituire una vicenda vera, l’esperienza realmente vissuta da un gruppo di studenti vicentini.

A Enzo Laforgia abbiamo rivolto alcune domande sul libro.

 

Paesaggi della Resistenza (Art. corrente, Pag. 2, Foto generica)

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