NR. 01 anno XXV DEL 01 FEBBRAIO 2020
la domenica di vicenza
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La Banca Popolare: la testa sul ceppo?

di Mario Giulianati

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La Banca Popolare: la testa sul ceppo?

Un tempo, ormai lontano, Vicenza, piccola ma non modesta città di provincia e altrettanto non modesta provincia, aveva un passato legato a un mondo prevalentemente agricolo, artigianale autentico, di piccolissime aziende manifatturiere, qualche, poche, aziende di grande dimensione, un buon corpo di professionisti, alcune scuole di buon livello che risultarono strategiche per il suo sviluppo, e tre banche: la Cassa di Risparmio, la Banca Cattolica e la Banca Popolare di Vicenza. Tre pilastri su cui appoggiava l’economia del tempo e sulle quali si sviluppò la trasformazione del tessuto socio-economico da prevalentemente agricolo- artigianale in industriale e commerciale. Bastava un perito e un ragioniere per aprire una industria oppure un ragioniere e un geometra per mettere in piedi una impresa edile. Per le professioni la base di partenza era il liceo, e il tutto fece si che Vicenza, pur sempre piccola diventasse una delle importanti provincie sia del Veneto ma pure dell’Italia. Un dopoguerra pieno di speranze e di energie, una gran voglia di fare e di costruire e, purtroppo anche qualche ottusità. E così, quasi senza rendersene conto perdemmo sia la Banca Cattolica, sia la Cassa di Risparmio. Qualcuno affermava che le avevamo svendute in cambio di piccoli favori. Ma forse le cose non sono andate proprio così. Con qualche travaglio rimase presente la Banca Popolare. Un motto o slogan che dir si voglia, e il ricordo delle due sconfitte precedenti, fece si che la Popolare, affermò sempre più il suo ruolo, oltre che di motore per l’economia, di “salvadanaio” dei vicentini e anche dei non vicentini. Il motto era attraente “La testa a Vicenza, le gambe per il mondo”- Bello ma fatale. Così, trascorsi alcuni anni inseguendo questo sogno, tra una tempesta e l’altra e periodi di navigazione più tranquilla, si giunge al momento attuale, quando la scure della crisi economica, praticamente mondiale, scende anche sul ceppo vicentino e mette in discussine tutto il sistema economico-produttivo ad iniziare dalla Banca Popolare. Il “salvadanaio” di circa 117.000 soci. Come sempre in questa faccende inizia la caccia alle streghe, che magari anche ci sono. Così come inizia la caccia al tesoro, perché, da che mondo è mondo, la dove vi è un dramma vi sono anche quelli che sanno come sfruttare la circostanza. Ma dal generale scendiamo al particolare. Oggi la Banca Popolare di Vicenza è praticamente sotto vigilanza. Ha un nuovo Amministratore Delegato, venuto di lontano. Un direttore generale ha fatto le valige. Questi e il presidente e alcuni membri del Consiglio di Amministrazione sono indagati dalla Magistratura. Si parla di dimissioni e di licenziamenti. Da mesi, anzi da più di un anno, almeno in teoria, il dare e l’avere societario, è bloccato. La tensione tra i soci aumenta. Si formano gruppi e associazioni con vari obbiettivi. Alcuni per cercare la strada del recupero, almeno parziale, attivando canali giudiziari, altri puntando sulla proposta proveniente dall’ AD di ricapitalizzazione che pare si assesti su una cifra attorno al miliardo e cinquecento milioni di euro. Un salasso che si aggiunge all’altra precedete manovra analoga, avviata lo scorso anno, di circa un miliardo, che però è stata praticamente resa inutile da alcune impreviste, per la maggior parte dei soci, operazioni di riconversione delle azioni di un gruppetto di soci forti e un esercito di soci meno forti ma non certo sprovveduti. Ora come ora si può dividere l’intero corpo dei soci, in attesa dello sbarco in Borsa, in 3/4 settori. Coloro che vanno allo scontro contro la Banca oppure contro singoli dirigenti o ex dirigenti. Poi vi sono quelli che, a diverso livello, puntano alla partecipazione della ricapitalizzazione nella speranza che il titolo possa essere sostenuto nel tempo medio-breve, e quindi recuperare almeno in parte l’esposizione del passato, e magari garantire, in qualche misura il mantenimento di una banca sul territorio. Un gruppo, a mio avviso numericamente notevole che per scelta o per necessità, non partecipa alla ricapitalizzazione, in pratica perché non ne ha i mezzi, e quindi o si mette in attesa di tempi migliori che forse verranno, chissà quando, oppure svende le azioni e questo gruppo, probabilmente numeroso e così rappresenta il terreno di caccia degli speculatori.

La Banca Popolare: la testa sul ceppo? (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica)La vicenda ora si articola su tre binari.

Vi è un tema-problema di ordine generale: l’esistenza della banca. Non solo comprensibile ma forse sostenibile e comunque apprezzabile: cercare di mantenere, almeno in parte, la banca su territorio quale pilastro insostituibile per lo sviluppo economico locale è cosa lodevole.

Un tema-problema di ordine individuale. Il singolo socio è, in pratica, l’agnello sacrificabile, e in gran parte già scuoiato, e quindi debolissimo. Il suo capitale, quasi sempre frutto di risparmio, si è volatizzato. Non ha i mezzi per cercare di contenere il danno. Oppure ha degli aggravi derivanti da mutui accesi con la Banca che deve rinegoziare. Ha difficoltà di sopravvivenza anche famigliare, insomma è una foglia in balia del vento e della tempesta. Non garantito e tanto meno protetto. È la preda.

Il terzo tema-problema è di carattere estetico. Ovverossia etico e morale. Vi sono nella struttura della banca delle situazioni che avrebbero dovute essere affrontate, pur tardi, con atteggiamenti diversi, senza scarico di responsabilità, ma assumendosele e quindi comportandosi di conseguenza, strada che non è stata minimamente percorsa dai vertici sia amministrativi sia dirigenziali. Eppure questi atteggiamenti hanno recato, negli anni, non solo i danni che oggi appaiono evidenti, ma anche costruito e perseguito strategie prima e tattiche recenti che hanno, al di la del rumore mediatico, causato pesanti fessurazioni nel sistema e nella struttura portante della banca. Fessure con grande probabilità causate dalla presunta falsificazione dei bilanci e delle relazioni ai soci, oggi alla valutazione della Magistratura, accompagnata da possibile incapacità, cosa non accettabile e scarsamente credibile visto il livello degli incarichi occupati e le indennità percepite, oppure da carenza di sensibilità professionale e mancanza di etica.

Vi è anche un altro problema, talmente incerto e confuso che risulta difficile anche individuarne i confini. Quale futuro vi sia per la banca in quanto tale, per tutti coloro che vi lavorano, e ancora una volta per tutti coloro che vi hanno profuso il proprio denaro. A chi verrà affidato il compito di traghettatore tra l’attuale regime cooperativistico e il prossimo affidato a una società per azioni? Da qualche settimana i mas media hanno informato circa la possibile soluzione riferendo di un nominativo di un personaggio di tutto rispetto dell’industria vicentina. Persona indubbiamente per bene, capace e priva di “scheletri nell’armadio”. Sicuramente una personalità in grado di diffondere fiducia. Ma con un punto debole che con ogni probabilità non lo riguarda personalmente. L’interrogativo al quale non è stato dato risposta, e che avrebbe dovuto, a mio avviso, precedere l’indicazione e non essere un fatto successivo alla esposizione mediatica è proprio da chi e da quale settore proviene la designazione per questa nuova possibile anche probabile, presidenza? Assegnarsene la paternità allorquando già il Consiglio di Amministrazione della Banca, in scadenza, ha dichiarato il suo consenso alla cooptazione e alla conseguente elezione al vertice della banca, non è per nulla ne elegante ne rassicurante.

Se l’operazione, interessante e importantissima, di riconquista del territorio da parte della banca, obbiettivo che passa per la ricucitura del tessuto societario storico con la futura prospettiva di ripresa, ha una qualche possibilità di riuscita questa può realizzarsi solo sul terreno della piena e incondizionata riconquistata fiducia. La fiducia è una cosa seria e nessun gruppo può pretenderla senza chiarire da chi è composto, dove vuole arrivare, e soprattutto se ha forza finanziaria per raggiungere l’obbiettivo. Il nome del candidato è l’ultimo dei problemi. In mancanza di ciò sarà una operazione esclusivamente verticistica e molto parziale, magari apparirà inizialmente come una operazione utile ma lo sarà per pochi e non realizzerà affatto, seppur limitatamente, lo spirito del motto storico della banca “La testa a Vicenza e le gambe, se non nel mondo, almeno nel Veneto”.

 

nr. 42 anno XX del 21 novembre 2015

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