NR. 07 anno XXV DEL 23 MAGGIO 2020
la domenica di vicenza
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La speranza è che il domani sia migliore, non solo a Napoli

Intervista a Luigi De Filippo, figlio del grande Peppino, protagonista al teatro di Arzignano con “La Fortuna con la F maiuscola”

di Elena De Dominicis
elenadedominicis@virgilio.it

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Luigi De Filippo

Mercoledì 17, al teatro di Arzignano è andata in scena la commedia di Eduardo "La Fortuna con la F Maiuscola". Una pièce brillante, ricca di equivoci e intrecci macchinosi e strutturati, come vuole la migliore tradizione della commedia napoletana, in cui si raccontano le vicissitudini di una famiglia povera che abita in un condominio popolare. Il padre di famiglia viene contattato da un avvocato, che gli propone di riconoscere come figlio, in cambio di soldi, un baronetto che ha bisogno di presentare qualcuno come genitore al matrimonio d'interesse che sta per contrarre con una giovane ereditiera. L'anziano accetta e mentre si assenta per andare a firmare le carte, si presenta a casa un notaio, esecutore testamentario del fratello, morto, emigrato in America. Il defunto lascia al capofamiglia un ingente patrimonio in soldi, ville, gioielli e altri beni, con la clausola che in caso di figli, tutta la ricchezza passerebbe direttamente a loro. A casa il notaio trova un ragazzo non molto intelligente e squinternato, che vive in famiglia come figlio, pur non essendo riconosciuto, e che deve riferire la notizia al protagonista. Il notaio cercherà poi di sistemare le cose facendo firmare al baronetto un documento in cui lui dice di rinunciare all'eredità del neo-padre, senza dirgli, però, altro. L'orfano elencherà tutti i beni in arrivo dall'America e il giovane nobile si rifiuterà di firmare, dicendo di attenersi alle volontà del defunto. Il capofamiglia decide quindi di costituirsi dai carabinieri, dichiarando di aver firmato i documenti solo per interesse, per poter andare in galera, dove avrà almeno il vitto gratis, approfittando del fatto che durante il periodo dell'istruttoria i beni verranno congelati e dopo la galera ritorneranno a lui. Quando il carabiniere gli dice che il carcere non è un hotel, il protagonista risponderà che la miseria è il vero carcere, la morte civile che ti fa passare tutte le fantasie e che la fortuna e il destino te la fanno sempre pagare e così facendo, quando uscirà di prigione, lui avrà già pagato in anticipo. La regia di Luigi De Filippo è ritmata e comica: non solo la velocità e la parola ma soprattutto la gestualità e la mimica diventano linguaggio verbale assolutamente irresistibile. Abbiamo incontrato Luigi De Filippo col quale abbiamo parlato anche di suo padre, Peppino, del quale ricorre quest'anno il trentennale della morte.

Una commedia degli equivoci in cui la ricchezza piove dal cielo e può essere goduta solo a certe condizioni. L'idea di partenza ha un che di truffaldino e anche di faustiano. Perché nel teatro e nella cultura napoletani ricorre spesso questo binomio inscindibile riscatto-ricatto, molto legato alla fatalità?

Luigi De Filippo: «A Napoli, come dappertutto, il senso della vita di oggi è che c'è la speranza che il domani sia migliore dell'oggi tanto ingrato. Questo è il DNA della commedia».

In questa commedia, il personaggio del ragazzo è stralunato e non molto intelligente. Nel teatro comico succede spesso che tutta la comicità ruoti attorno al "tipo" scemo e che uno o più coprotagonisti più svegli e brillanti risultino come spalla. Questo tipo di equilibrio è il più efficace per suscitare l'ilarità?

«Le commedie di noi De Filippo non sono fatte per essere gradite e farsi quattro risate: per questo basta la televisione di oggi, che produce spettacoli stupidi, volgari e inutili. Questa dei De Filippo è una comicità intelligente, che certamente diverte ma che fa pensare e riflettere: c'è, quindi, la componente dell'intelligenza e dell'umorismo. L'umorismo è la parte agra e amara della comicità».

Lei con la sua compagnia non porta in scena solo opere di famiglia ma anche rivisitazioni di grandi nomi della letteratura mondiale come Gogol', Pirandello, Molière. Quali sono le caratteristiche delle opere di questi autori che si differenziano di più da quelle scritte da lei e dalla sua famiglia e che attirano di più la sua attenzione, sulle quale preferisce lavorare?

«Mah, io voglio lavorare con tutto quello che mi dà gioia, piacere e interesse. Io rivisito i classici perchè mi danno delle sensazioni bellissime: sono opere con le quali è bello mettersi a confronto ed esercitarsi, questo migliora se stessi».

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