NR. 43 anno XXVIII DEL 23 DICEMBRE 2023
la domenica di vicenza
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Le straordinarie raccolte di arte russa in una grande mostra a Ca’ Foscari

Si intitola “Russie” l’esposizione che rimarrà aperta fino al 25 luglio, curata da Giuseppe Barbieri e Silvia Burini. In mostra i capolavori del ‘900 dallo Zar al Comunismo

di Resy Amaglio

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L’arte del Novecento russo

Russie: sin dai tempi dell'antica Rus' la storia di questa immensa terra "madre", dove s'incontrano Europa ed Asia, è plurima, nutrita di ricchezze e miseria, pietà e ingiustizie, poesia e violenza.

Intitolata esemplarmente RUSSIE!, con l'esclamativo in funzione non semplicemente ornamentale, la mostra aperta a Ca' Foscari fino al 25 luglio per la cura di Giuseppe Barbieri e Silvia Burini, si dà il compito non facile di proporre attraverso l'arte un'organica visione d'insieme di un frastagliato e drammatico periodo storico, il Novecento russo, secolo che si radica negli ultimi anni dell'impero zarista per giungere a conclusione deflagrando nel post stalinismo e nella frammentazione politica attuale. Nel cuore di anni segnati da rivoluzioni e carestie, conflitti interni e guerre mondiali, connotati da grandi aspirazioni alla libertà e al rinnovamento ma in egual misura dagli orrori dei gulag, l'arte nelle sue molteplici accezioni si intreccia alla volontà dei potenti, fino ad esserne a volte asservita.

Ricca e molto articolata, l'esposizione affronta implicitamente, con l'attenzione scevra da cedimenti sentimentali propria dell'impostazione storiografica e senza pretendere risposte definitive, i quesiti generati dal rapporto tra la creazione artistica e il potere, di qualunque natura esso sia. Un chiaro suggerimento critico è tuttavia intuibile a partire dal sottotitolo, memoria mistificazione immaginario, come dal coinvolgente allestimento, che prescinde dall'ordine cronologico e procede per temi. Il percorso offre perciò suggestioni del tutto particolari, in una sorta di andirivieni nel ventesimo secolo, altalenante tra riflessioni e piacere visivo.

Accoglie il visitatore la sezione dedicata al realismo socialista, quando all'impegno degli artisti si impone l'invenzione celebrativa dei nuovi orizzonti aperti dalla Rivoluzione d'ottobre. Agli anni dell'impeto rivoluzionario succedono così quelli della mistificazione, alimentata nelle arti visive dal doppio gioco tra l'apparenza delle immagini evocative di gioia e libertà e la crudezza della vita reale, repressa e costretta al silenzio, tanto estranea all'esultante coscienza collettiva propugnata dall'ufficialità.

Negli anni Trenta si sciolgono le associazioni degli artisti, viene abolita la ricerca e resa impossibile ogni sperimentazione. Il governo di Mosca dà allora avvio alla politicizzazione dell'arte in senso meramente propagandistico, inneggiante al regime. Il perfetto esempio di tale clima culturale è espresso dai manifesti, fondamentale veicolo di diffusione ideologica. La mostra consente una lettura critica approfondita di un genere di creazioni cui si sono applicate anche personalità di alto livello, per necessità, obbligo o convinzione: i manifesti esposti sono in vario modo tutti importanti e storicamente significativi, ad illustrare eventi o personaggi politici, soprattutto Stalin, figura di culto e riferimento obbligato. È ininfluente la rispondenza della rappresentazione alla realtà, lo scopo essendo ovviamente altro, volto a celebrare il partito e chi lo impersona. Esemplare risulta in questo senso il falso storico di Stalin raffigurato in atteggiamento amichevole accanto a Lenin. Tra illusione e retorica si avalla l'inganno con un linguaggio magniloquente, fondato su immagini grandiose e fortemente condizionato dalle esigenze della politica. Uno speciale rilievo assumono le illustrazioni dei progetti di architettura, ai quali lo stesso Stalin attribuisce un valore primario all'interno del proprio programma di trasformazione radicale degli assetti urbani, per una città del futuro in netta contrapposizione al passato.

Il sentiero della memoria riconduce invece il visitatore al tempo del simbolismo e delle avanguardie d'inizio secolo, con un campionario di autori e opere scelto con cura specialistica, da Chagall a Kandinskij, a Larionov, alla Gončarova. Il Novecento si apre con i nomi degli artisti rifiutati in seguito dallo stalinismo, ma che il fil rouge della storia lega indissolubilmente alla cultura novecentesca dell'intera Europa.

Il ventaglio dell'esposizione è vasto e complesso, strutturato per differenti passaggi argomentativi, idonei a mettere in luce le peculiarità sovente problematiche di decenni di creatività artistica, che sebbene non priva di discontinuità, evolve verso la libera espressione.

I primi incerti barlumi di libertà affiorano timidamente negli anni Sessanta, in coincidenza con le aperture consentite dal governo di Krušcev. Con il disgelo l'arte si anima di qualche autonomia, indirizzandosi a forme espressive autenticamente sentite e svincolate dagli obblighi ai quali soggiace la produzione ufficiale: nasce e si sviluppa nel sottosuolo della cultura russa l'arte underground, oggetto nel 1977 della veneziana Biennale del dissenso, parzialmente ricostruita a Ca' Foscari.

Pur confinata ancora nella clandestinità, dopo la morte di Stalin l'espressione artistica riacquista dunque una certa indipendenza, mentre riprendono, tra gli ostacoli, alcuni contatti con gli artisti ad ovest della cortina di ferro.

L'immaginario emerge pienamente nel decennio conclusivo del Novecento ed è una ripresa irta di difficoltà e disagi, aggravati dal profondo iato lessicale da colmare nel confronto con l'Occidente. La più efficace testimonianza dei molti dubbi che accompagnano la rinascita sociale russa è sintetizzata nell'inquietante dipinto Dove? di Achmed Kitaev, nel quale un disparato gruppo di personaggi accomunati da un'evidente tensione interiore va fuggendo in lunga fila verso la medesima, ma ignota, destinazione.

Infine, l'arte dei nostri giorni riconsegna all'immaginazione creativa il doveroso bagaglio di libertà, in sostanza e metodo. Si chiude con gli artisti di oggi un percorso espositivo reso possibile dai prestiti delle collezioni Sandretti e Morgante, straordinarie raccolte alle quali si è attinto pure per la storica biennale del 1977. Oltre alle opere d'arte, non mancano in mostra testimonianze accessorie al progetto espositivo; non soltanto vengono proiettati brani di film, ma sono in visione anche lettere di bambini allontanati dalle famiglie per ragioni agghiaccianti, insieme ad oggetti di uso domestico d'impressionante povertà, prove dei mali che hanno colpito la società russa lungo il secolo passato, e dall'infanzia alla vecchiaia.

Il lavoro di studio e ricerca sfociato nell'operazione di Ca' Foscari è documentato da un interessante catalogo, edito da Terra Ferma.

 

nr. 21 anno XV del 5 giugno 2010

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