NR. 43 anno XXVIII DEL 23 DICEMBRE 2023
la domenica di vicenza
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La crisi finanziaria è crisi dei musei

Nei dati del Museo Diocesano emerge la nuova situazione determinata anche dalla manovra del governo - Francesco Gasparini: “Una follia penalizzare la cultura che fa da asse portante della nostra più importante industria nazionale, il turismo” - Non sono i frequentatori quelli che calano, ma le risorse a disposizione per le iniziative

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La crisi finanziaria è crisi dei musei

(g. ar.) - Non era difficile immaginare che l'erosione provocata dalla crisi finisse con l'intaccare anche la base economica già abbastanza vacillante su cui si reggono i musei. Ma questo colloquio con Francesco Gasparini, direttore del Museo Diocesano -istituzione che dopo i primi cinque anni di attività continua a fornire nonostante tutto statistiche molto positive e di interessante prospettiva- fa emergere una realtà ulteriore che affonda le sue radici in qualcosa di più della molto più generica crisi globale. Il vero problema, dice il prof. Gasparini, si sta delineando ora in tutte le sue proporzioni preoccupanti dal momento dell'ultima manovra finanziaria. È la cultura ad esserne intaccata fortemente; come dire che anche non ne avesse alcuna necessità, la cultura paga doppio una volta di più con un tributo davvero ingeneroso. Mons. Gasparini dice anche di più: «Trovo che scelte di questo tipo siano al limite della demenzialità, passatemi il termine. Il turismo italiano è la più grande industria nazionale, decretarne questa ulteriore punizione non giustificata ha il significato di rimettere ancora di più tutto in discussione». Non si tratta di teoria, ma di pura pratica. È la cultura infatti la prima voce a subire tagli e decurtazioni di varia entità appena si alza la bandiera dell'allarme economico. Cultura vuol dire tutto e di più: vuol dire scuola, formazione, manutenzione e conservazione delle opere d'arte e dei monumenti. Ma vuol dire anche contribuire alla vita dei musei che proprio in tema di opere d'arte sono quelli che si debbono impegnare di più per questioni istituzionali. E il lavoro costa. Quando si penalizza la cultura perciò non si vanno a tagliare spese extra di consulenza, ma si intacca direttamente la cassa da cui tutti gli attori culturali ricavano le loro risorse. Fin che i biglietti dei musei continueranno ad essere venduti si può fingere di non vedere. Ma quando caleranno ad esempio per difetto di servizio? È la domanda chiave.


E si risparmia sul biglietto unico: meglio 5 euro invece di 8


L'ipotesi di un collasso dei servizi museali non è più così campata in aria. Le spese sono soprattutto di personale e naturalmente il personale serve per tenere aperti i musei. Non ci si scappa: nel momento in cui si tagliano i rifornimenti fino al punto da rendere incerto anche lo stesso domani, ecco che il problema si pone prepotentemente e il quesito su fino a quando si potrà tenere aperto secondo quella che continua ad essere una domanda specifica e precisa degli utenti è senza dubbio un quesito più che ragionevole.

In questo quadro peraltro il Museo Diocesano sembra sostenere almeno fino a questo momento un'esistenza in quasi completa controtendenza se si considerano anche semplicemente i numeri. Dopo cinque anni di apertura e attività caratterizzate anche da interessanti iniziative culturali, il Museo Diocesano registra nel 2010 fino a tutto maggio 9355 ingressi, 5037 dei quali rappresentano la quota occupata dalle scuole da una parte e dai centri Grest delle parrocchie dall'altra. Come dire che gli altri quattromila biglietti sono stati comprati da visitatori estranei al mondo giovanile e perciò da far rientrare nella categoria turismo.

Già questo è un bel successo, dice il prof. Gasparini, secondo il quale è appunto il trend positivo degli ingressi a testimoniare che l'apertura del Museo Diocesano ha avuto quel seguito che ci si aspettava in realtà.

Difatti il problema non è questo, almeno qui. Gasparini spiega: «I nostri visitatori ci sono, in parte sono turisti, in parte sono le scuole e le parrocchie al seguito di quei percorsi didattici che abbiamo organizzato e che vengono seguiti con molto interesse, come dimostrano i numeri. Il problema che vedo anche incontrando gli altri direttori è che i musei stanno risentendo fortemente della crisi e risentiranno ora ancora di più del taglio di spesa ordinato dalla manovra finanziaria. Non so che senso abbia tagliare i rubinetti degli introiti per la cultura quando il nostro patrimonio nazionale più importante è proprio fondato sulla cultura. Fatto sta che i segnali si vedono chiaramente e non si possono equivocare. I visitatori del Museo Diocesano non sono calati, ma sono sicuro di un fatto: sono sempre più numerosi i visitatori che comprano il biglietto di ingresso qui, direttamente, a 5 euro, anziché utilizzare il biglietto cumulativo per i musei di Vicenza che costa 8 Euro. Vuol dire che importa anche risparmiare 3 euro e se questo non è un segnale...».

Il nodo dunque sta proprio nel calo precipitoso e ormai ben visibile che viene imposto alle riserve a disposizione della cultura e quindi dei musei.

D'altra parte anche la cultura ha un suo costo: pretendere di avere mostre bene ordinate e sale museali ben sistemate o ben restaurate e risistemate è un'illusione se si pensa davvero di poterci arrivare senza spendere meno di niente.

Così come non si può sperare che un museo viva e paghi i suoi dipendenti attingendo ai ricavi degli shop interi o agli incassi del botteghino.

Così acquistano maggior spessore quei colloqui che si intrecciano tra i direttori dei musei per vedere di rimediare fino a dove sia possibile: unendosi e lavorando assieme ad iniziative oppure collaborando nello scambio di materiali laddove ci siano vicinanze di patrimonio storico/culturale. Difficile, a giudizio unanime, che la questione possa gestirsi da parte di una amministrazione o di un singolo museo. Il problema è troppo allargato oltre che ormai cronico.

Una via potrebbe essere quella dell'intervento dei privati, ma gli ultimi due anni hanno testimoniato di una crescente difficoltà nel trovare sponsorizzazioni. Chi rimane? Le banche. Ammesso che continuino a rendersi disponibili.


nr. 26 anno XV del 10 luglio 2010

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