NR. 43 anno XXVIII DEL 23 DICEMBRE 2023
la domenica di vicenza
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Dall’Argentina a Yerevan passando per l’emigrazione vicentina

Mentre viene pubblicata la storia tormentata di Veron, una giovanissima armena dei primi del Novecento dalle città della Palata parte una spedizione di una sessantina di boy scout che dopo una sosta nella nostra provincia raggiungeranno la capitale armena alla ricerca delle loro radici più lontane

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Dall’Argentina a Yerevan passando per l’emigrazion

(g.ar.) - Da Yerevan al Mar Nero, all'incrocio tra Iran, Azerbaijan e territorio dell'attuale Turchia: la storia dell'Armenia e del popolo armeno oscilla lungo una tragedia che data qualcosa come 5000 anni, partendo dal 3000 prima dell'era moderna, ed arrivando fino ad oggi. Come altri territori contesi o ritenuti attraenti per questioni strategiche o per le ricchezze delle risorse naturali, quello armeno ha sempre mantenuto questa sua croce permanente, esposto alle invasioni e alla persecuzioni come pochi altri fino alla cancellazione di fatto dell'identità geografica e di quella etnico-culturale, tentata ai primi del Novecento proprio dalla Turchia. Una delle pagine più oscure, ed al tempo stesso meno divulgate, della storia del XIX secolo é quella del genocidio perpetrato dall'Impero Ottomano prima e dai Giovani Turchi poi, ai danni delle popolazioni armene stanziate da sempre sul territorio che comprendeva la parte nord-orientale dell'attuale Turchia e sulle terre a nord dell'Impero Persiano su fino alle cime del Caucaso. Ed infatti la storia ci racconta di una nazione eternamente contesa e frazionata tra molti grandi imperi, Persiano, Ottomano, Russo e continuamente devastata ed angariata da frotte di invasori quali i Turchi Selgucidi o i Mongoli. Come i kurdi, gli ebrei della diaspora, i tanti popoli purtroppo ancora titolari di quella disgraziata eredità che si chiama "persecuzione a tutto campo e ad opera di molti nemici giurati, senza un perché vero che sia almeno riconoscibile", gli armeni stanno ora recuperando qualcosa della propria indipendenza e della propria cultura. E dall'Argentina, passando per le comunità italiane e venete di Buenos Aires, Tucuman, Rosario, la nuova generazione degli armeni odierni va alla scoperta delle proprie radici proprio in direzione di Yerevan. Anche se le radici nel frattempo sono diventate multiple, si sono diversificate, si sono trasformate in racconti, analisi storiche e libri.

L'occasione di "Lontano da casa. Storia di una ragazza armena" è sotto questo aspetto esemplare. La ragazza è Veron e la sua vicenda ruota tutta attorno ad una storia di esodo ed esilio che trova pace solo lontano dalla terra di origine. Proprio come quella di Guillermo Akaramanian Bordin, nipote di vecchi emigranti di Zanè, che con altri e diversissimi presupposti, e senza alcuna tragedia personale in corso, guida a Yerevan un drappello di una sessantina di boy scout che proprio nell'origine armena trovano il denominatore comune. La storia del "vicentino" Guillermo non è quella della giovane Veron, ma lo sfondo culturale e di tradizione è tale e quale.

 

Come passare da un'infanzia spensierata alla tragedia di una vita perseguitata

La coincidenza di questa pubblicazione con il viaggio pellegrinaggio dei ragazzi argentino-vicentini in Armenia pare davvero troppo curiosa e stimolante per non coglierla nel senso che pare più opportuno e meritevole per lo sfondo tragico che accompagna la storia del popolo armeno ormai da millenni.

La persecuzione degli ottomani è forse la più significativa e tragica di questa storia così tormentata, ma c'è anche un leit motiv che pare condotto da un filo più che occasionale o fortuito.

Come dice la giovanissima Veron (Lontano da casa. Storia di una ragazza armena - Guerini e Associati, 2010, pp.190), passata dalla spensieratezza della bambina alla sofferenza dello sradicamento, la tragedia di un rifiuto e di una espulsione si misura con grande difficoltà e forse il parametro più comprensibile è proprio quello del prima e del dopo: quando vivevi solidamente agganciato a una realtà comune e senza scosse, per trasformarti poi in un oggetto di persecuzione. Ecco cosa dice Veron: «Fin da quando riconoscevo il cielo e le nuvole, abitammo nella nostra casa intonacata di bianco nel quartiere armeno di Azizya, in Turchia; ma quando la grande volta celeste s'infranse e crollò sulle nostre vite, e noi fummo abbandonati dal sole e dispersi nel deserto arabico come semi nel vento, nessuno tornò indietro tranne me».

La donna armena che rievoca questa odissea era bambina all'epoca del genocidio, le sue traversie umane e affettive si identificano con quelle del suo popolo. La storia inizia nel 1907, con la nascita di Veron, l'io narrante, che racconta la sua vita quotidiana fino al 1914. È il tempo dell'esistenza serena e agiata nella grande famiglia patriarcale dei Dumehjian, ad Azizya. Tradizioni, abitudini, aneddoti, giochi e cibi sono raccontati non con il rimpianto per un mondo affettivo scomparso, ma con la volontà di preservare la memoria di un'identità nazionale dispersa dall'odio etnico. Quando nel 1915 iniziano le deportazioni e le stragi, Veron è obbligata con la famiglia a lasciare la città e a iniziare una marcia verso il deserto, dove i turchi confinano gli scampati ai massacri perché muoiano di sete, di fame, di colera. Gli esuli sono decimati e Veron vede tutta la sua famiglia sparire progressivamente. Una tenace voglia di vivere e il desiderio di tornare un giorno a casa, dove si trovano ancora la nonna e una zia, custodi della memoria familiare, aiutano la bambina a sopravvivere, a imparare a leggere e scrivere nella lingua del suo popolo, a rifiutare un'adozione conveniente, che però la allontanerebbe dalla propria storia.

Il ritorno a casa, nel 1919, si rivela una delusione, nulla è più come prima e quando, nel 1921, la guerra greco-turca riaccende l'odio contro i cristiani, Veron, gravemente ferita, deve di nuovo lasciare la casa. A Smirne, nel 1922, riesce ancora una volta a salvarsi dal massacro dei turchi, che spingono verso il mare gli armeni, bruciando tutto, uomini e cose, sotto l'occhio indifferente di inglesi, francesi e americani che fotografano la strage dalle loro navi. Solo la fuga in Grecia e poi un matrimonio combinato secondo la tradizione armena portano finalmente Veron al sicuro, in America, ma per sempre lontano da casa.

Un diario per la memoria di tutti a cominciare da quelli che non c'erano; un diario che anche i boy scout argentini ripercorrono magari senza volere, ma portando con sé i ricordi personali e familiari che approdano in Armenia, ma anche in quel mondo complesso e popolatissimo di nomi, cultura e legami con la terra d'origine che è ancora oggi a distanza di oltre cinque generazioni il mondo dell'emigrazione vicentina.

 

nr. 27 anno XV del 17 luglio 2010

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