NR. 43 anno XXVIII DEL 23 DICEMBRE 2023
la domenica di vicenza
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La musica… impaginata

Impressioni di settembre, il famoso brano della PFM ha ispirato il libro scritto da Stefano Ferrio

di Pietro Omerini Zanella
pedro-zanna@hotmail.it

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intervista a ferrio

Autore, professore, giornalista, front man della paltan blus band, Stefano Ferrio è un uomo eclettico osservatore curioso di quel filo continuo d'immagini che normalmente chiamiamo vita.

Da una settimana si trova in libreria il suo secondo romanzo: Impressioni di Settembre (Aereostella 2010) opera ispirata all'omonima canzone della PFM.

Nell' intricata trama in cui le vite di molti personaggi si intrecciano, talvolta scontrandosi, alla ricerca di una collezione di schede telefoniche di inestimabile valore, protagonista è quel bene immateriale chiamato musica. In primis, ovviamente visto il titolo, molti brani della premiata Forneria Marconi, ma anche Frank Sinatra, Bob Dylan e molto altro.

Il suo primo romanzo, il giallo "L'odore del diavolo", aveva toni molto diversi da "Impressioni di settembre": il sangue scorreva a fiumi e le atmosfere erano molto più macabre, mentre qui la protagonista è la musica " leggera".

Come mai questo salto?

«Per scrivere questa storia c'è voluto tempo, ho dovuto lasciarla riposare per un bel po'. Il tratto comune è l'immaginazione, nel mio romanzo precedente la mia immaginazione si era fermata su elementi più tenebrosi, mentre per "Impressioni di settembre", sono stato più lirico. Si potrebbe dire che in qualche modo mi sono ispirato a Dante, ma non voglio esagerare. Un personaggio e qualche piccola citazione dell'odore del diavolo, però, li ha inseriti... Sir Raymond, un lord inglese, c'era anche nel primo libro e ho citato anche un episodio di quel racconto, anche se solo in qualche riga. Sono due finestre che mi piaceva tenere aperte, lo trovavo divertente, è un gioco che mostra le due maschere dello scrittore».

Torniamo ad "Impressioni di settembre", perché, tra tante possibili, proprio quella canzone?

«Tutto partì una sera del 1998 quando raggiunsi Franz (Di Cioccio ndr.) della PFM, al telefono per un'intervista e iniziammo a parlarne. In seguito andai a sentire un loro concerto e scoprì che volevo sentire certe canzoni. La pfm lascia "Impressioni" come penultimo brano dei loro concerti, l'ultimo è il pescatore. Quella sera vidi che la musica parlava a persone di età diverse ed è qualcosa che mi piace molto. C'erano i quarantenni che conoscevano molte canzoni a memoria accompagnati da teen ager, generazioni unite dalla musica».

Ma cosa serve a rendere una canzone parte del nostro vissuto?

«Mah, non saprei. Ci posso essere vari motivi. "Impressioni" aveva un particolare arrangiamento iniziale tipico del rock progressivo e questo strumento, il mug, un po' strano che in Italia si sentiva per la prima volta».

Proviamo a fare una play list di canzoni che hanno segnato un tempo?

«Oltre a "Impressioni" ce ne sono tantissime. Non so, mi viene in mente " Io che amo solo te" di Sergio Endrigo o "Se telefonando". Le più classiche: "Sapore di sale" di Gino Paoli, "Azzurro" di Celentano, poi Battisti, Paolo Conte...».

Tutte canzoni italiane...

«Si, perché richiamano memorie più ancestrali, le capiamo più istintivamente, richiamano la radio sulla tavola a casa dei nonni o il mangia dischi. Le canzoni straniere arrivano dopo, nell'adolescenza».

Torniamo al libro, i suoi personaggi sono individui un po' particolari, poco attaccate all'ambiente in cui vivono, ricordano un po' le pietre rotolanti di Like a Rolling Stones di Bob Dylan. È d'accordo?

«Sì, sono tutti un po' nomadi. Non hanno casa o posti molto precari ed è un po' il segno dei tempi. Giorgio e Camilla (due dei protagonisti) non hanno Casa, Enrichetta e Teo vivono con le famiglie, ma in stanze che diventano tane. Nemmeno Aldo pur essendo un prete».

La figura di Don Aldo, un prete che lavora in una radio, vive una delle scene più forti del libro. Al momento di assolvere il malavitoso della storia in punto di morte esita. Secondo lei anche i cattivi vanno in paradiso?

«Non lo so. E se lo chiede anche Don Aldo nel racconto. Mi intrigava scrivere di un prete che mi piacesse, molto umano, perché non ce ne sono tanti. Per il suo personaggio è come se avessi preso parti di alcuni preti che conosco, o forse ho idealizzato, come avrei voluto essere io se fossi stato prete. Un altro personaggio fuori dal comune è quello di Aurelia, una madre tossica che muore all'inizio del racconto ma che, nei ricordi degli amici e della figlia, scopriamo molto più pura di altri, sebbene abbia vissuto una vita difficile. Quel personaggio ha qualcosa di autobiografico, una ventina di anni fa, molti amici finirono nella droga. In particolare ricordo un'amica, una fattona, che incontravo la notte in centro quando lei tornava dai suoi giri di tossica, ed immagino che fossimo curiosi l'uno dell'altra. Non ci fu mai una storia, solo una strana amicizia. L'ho rivista tempo fa, dopo anni, sta bene in qualche modo. Non voglio fare un elogio ai tossici, però, credo che compiere certi percorsi porti a delle scelte radicali per cui si può essere puri ed avere una certa, strana, coerenza».

Ultima domanda: Lei nelle sue lezioni all'università invita i suoi studenti a ragionare per immagini, e lo fa anche nei suoi libri, che, però, sono, appunto, scritti. Non è una contraddizione?

«Sì, però è divertente, inoltre, si può scrivere anche avendo in mente dei film o delle colonne sonore. In "Impressioni di settembre" ad esempio c'è un finale spettacolare, con due personaggi che rompono il silenzio, poiché nel libro non li ho mai resi partecipi di un discorso diretto, per incontrasi, roba da film».

nr. 36 anno XV del 9 ottobre 2010

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