NR. 43 anno XXVIII DEL 23 DICEMBRE 2023
la domenica di vicenza
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“Erodiade”: un evento di portata nazionale con la sua rappresentazione all’Olimpico

Una memorabile edizione del capolavoro di Giovanni Testori su un ampio palcoscenico allargato fino a coprire la buca dell’orchestra in una scenografia essenziale

di Mario Bagnara
mario.bagnara@fastwebnet.it

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“Erodiade”: un evento di portata nazionale con la

Una prima di interesse nazionale quella di Erodiade del 14 ottobre scorso, con presenze al Teatro Olimpico di critici di importanti quotidiani.

In effetti le condizioni per una memorabile edizione del capolavoro di Giovanni Testori ci sono state quasi tutte: sull'enorme palcoscenico, ampliato fino a coprire la buca dell'orchestra, una scenografia essenziale (di Francesco Ghisu), costituita da una cruciforme pedana trasparente, illuminata da sotto (forse a simboleggiare la prigione sotterranea del Battista) e al centro un trono molto spoglio che per la forma stilizzata suggeriva anch'esso fin dall'inizio l'idea della croce, come è divenuto effettivamente nella seconda parte, il gioco drammatico delle luci essenziali (di Pasquale Mari), i pochi, ma espressivi interventi musicali (di Francesco Forni) e, per un monologo originale, da tempo assente dai teatri italiani, un'affermata e pluripremiata interprete, Maria Paiato, particolarmente seducente nella sua tunica di colore rosso sanguigno, in grado di esprimere, anche con la pregnante fisicità del corpo e l'allusiva gestualità, le caratteristiche psicologiche del problematico personaggio descritto dagli evangelisti Marco e Matteo e dallo storico romano di origini ebraiche Giuseppe Flavio.


Un po' problematica la percezione acustica alla prima serata

Ma la sua recitazione, a mio giudizio, almeno alla prima delle tre recite, non è stata all'altezza delle attese: anche se non sono mancati i toni vibranti e irruenti, troppo deboli, in alcuni passi, il volume e il timbro della sua voce (frenati forse "da una lucida sottomissione al destino", come ha scritto Renato Palazzi su Il Sole 24 Ore?), al punto che in certi momenti è risultata problematica la percezione acustica anche per gli spettatori più vicini. Inconvenienti, abbastanza ricorrenti al Teatro Olimpico, ai quali il bravo regista Pierpaolo Sepe potrebbe però aver già rimediato nelle altre due repliche e sicuramente vi rimedierà per le altre riprese previste a Roma, Padova e Venezia.

Personalmente, avendo letto attentamente e commentato in anteprima su questo giornale la versione originale di Testori, molto incisiva nei contenuti e vibrante nella forma espressiva, non ne ho avvertito la stessa intensità e drammaticità; ma, si sa, non sempre la conoscenza del testo recitato favorisce l'immedesimazione nell'azione teatrale. Nel mio caso però mi ha permesso di cogliere appieno la validità di una produzione teatrale che, riprendendo il testo originale del 1969, preferito alle versioni del 1984 e del 1994, ne ha proposto una versione sfrondata, per esigenze drammaturgiche, da Francesca Manieri e opportunamente pubblicata, con saggi introduttivi di Riccardo Brazzale e Giovanni Salviati, ne I Quaderni del Teatro Olimpico, colmando così il vuoto editoriale esistente.


In buona evidenza i passaggi fondamentali

Ben accentuati comunque nell'interpretazione della Paiato tre passaggi fondamentali: anzitutto il suo dramma d'amore per il Battista. Anche in questa edizione olimpica si è compreso bene che la causa principale del suo rabbioso rapporto con il profeta/predicatore Jokanaan è l'amore rifiutato che ella però, tormentata, ancora dimostra di nutrire. Questa la sua confessione: «Perché io t'ho amato. Mi senti, martire senz'amore? T'ho amato così come potevo; così come dovevo; affinché il tuo martirio potesse verificarsi tutto e intero e io fossi trascinata qui, in questa recita infame e in questa infame tentazione».

Da questo "osceno rifiuto" è derivata la sua vendetta, perpetrata con la complicità della figlia Salomé che ora, divenuta amante del suo ex amante Erode Antipa, odia come rivale in amore. E dopo aver chiesto all'impassibile "povera testa" di Jokanaan: «Sai dov'è, adesso, mia figlia; adesso che noi stiamo svolgendo questo confuso e insensato sproloquio?» ...ammette: «L'ho odiata, sì, è vero, come la odio ancora, stasera, qui. Benché sia mia figlia. Benché sia nata da un uomo che, almeno per il potere, m'aveva affascinata quanto Erode».

Ed ecco allora il terzo passaggio fondamentale: una specie di sfida contro Dio che le ha sottratto il Battista. E prima di procedere all'atto finale, mentre ricerca il pugnale ("il pugnale della mia vittoria!" lo definisce), si rivolge direttamente a Dio: «Ti chiedo quest'ultima prova, Dio di Jokanaan e del Cristo! Se esisti veramente dammi col pugnale l'ultima vera prova!». E dopo una pausa d'inutile attesa: «Jokanaan? Lo vedi, Jokanaan? Il tuo Dio è un'atroce fandonia». E alla fine morente, suicida, ancora riesce a proclamare la sua fierezza: «Adesso, finalmente, sono la regina che volevo. Il tuo Dio l'ho bestemmiato; ma se queste sono veramente le ultime parole che posso pronunciare, devono essere la musica delle notti che non abbiamo mai avuto. Ho voluto morire perché tu non c'eri più e perché, per me, senza di te non c'era più nessun senso, nessuna luce, nessuna speranza. Io non sono più Erodiade e nemmeno la sua parola. Sono, adesso, veramente e per sempre, l'ombra; anzi, per te e con te, sono l'umana bestemmia, l'inesistenza, la cenere, il niente».

Espressioni toccanti, proprie di una grande tragedia che all'Olimpico ha trovato un'adeguata location.

nr. 38 anno XV del 23 ottobre 2010

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