NR. 43 anno XXVIII DEL 23 DICEMBRE 2023
la domenica di vicenza
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“Un’altra vita”, l’ultimo libro di Paolo Ruffilli, presentato a Vicenza alla libreria Mondadori

Una collezione di venti racconti in una sorprendete struttura di incastri che spingono i protagonisti a rinnovarsi nel quotidiano, sovente negli spazi di una stanza

di Gianni Giolo
giolo.giovanni@tiscali.it

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“Un’altra vita”, l’ultimo libro di Paolo Ruffilli,

Abbiamo incontrato Paolo Ruffilli alla libreria Mondadori-Quarto Potere, dove ha presentato il suo libro "Un'altra vita" (Fazi Editore). Una collezione di venti racconti, in una sorprendente struttura ad incastri, "amori dentro altri amori", che spingono i protagonisti a rinnovarsi attraverso un'altra vita, nell'epifania del quotidiano, sovente negli spazi di una stanza. C'è sempre l'attesa e la rivelazione, secondo la migliore tradizione di questo genere narrativo, nei venti componimenti di Paolo Ruffilli, il quale per ognuno si ispira a un autore prediletto, esplicitamente citato in chiusura, in una sorta di squisito gioco letterario, con leggerezza e passione. Ruffilli ha sponsor illustri, fin da quando nel 1977, Montale lo presentava come un autore di talento. Oggi Ruffilli è uno dei maggiori poeti italiani, che ha esordito con Piccola colazione (1987) ed è stato l'unico poeta italiano ad aggiudicarsi l'American Poetry Prize.

Ora con la musica e i ritmi della poesia Ruffilli si cimenta per la seconda volta anche con l'arte del racconto, dopo il primo bellissimo Preparativi per la partenza (Marsilio 2003). Il tema del libro è l'amore, dove Ruffilli racconta in maniera suggestiva le complicazioni di questo straordinario sentimento senza il quale nessuna speranza avrebbe ragione di esistere. L'amore crudele, quello passionale, quello tradito e quello inascoltato ma soprattutto, in questi venti racconti, c'è l'amore messo alla prova dalle contraddizioni della vita con le sue infinite incomprensioni tra gli esseri umani. Ruffilli racconta l'amore al tempo dell'impossibile.

Oggi è impossibile tutto. È impossibile trovare una dimensione, impossibile salvare le cose che amiamo dalla distruzione, impossibile dare ascolto al linguaggio dei sensi nell'amore, che è diventato paradossalmente il legame che divide. È troppo alta l'infelicità amorosa in questo buco nero nel quale siamo precipitati, nel tempo dove l'impossibile sembra essere l'unica condizione alla quale abbiamo affidato il cammino della conoscenza.

Nelle storie di Ruffilli l'infelicità si perpetua perché i protagonisti hanno smesso di fare dei sentimenti uno scopo di vita. Di quanta infelicità siamo portatori nelle nostre azioni quotidiane che hanno aperto le porte a quell'impossibile, diventata la condizione dietro la quale nascondiamo agli altri la nostra anima, e ogni gesto che compiamo nei confronti della persona amata scatena una serie ininterrotta di emozioni ferite.

L'amore, scrive Paolo Ruffilli, andrebbe solo ascoltato, ma non vissuto, perché se lo vivi ti porta all'infelicità. Eppure l'amore dà sostanza alla vita. Giorgio Bassani, nei versi finali di una bellissima poesia, scrive: «L'amore quando succede è sempre / un altro / fatto». L'amore ai tempi dell'impossibile è un abisso, un precipizio dove tutto si perde. Quello di cui si sente la mancanza in questa condizione di estraneità, è quella benedetta reciprocità tra gli amanti che li eleva a esseri speciali, capaci di tenere sempre in vita il legame unico che sfida per vincere quell'atmosfera di odio e d'incertezza che oggi sta mutando tragicamente le nostre coscienze.

Un libro sull'amore, ma l'amore è illusione destinato a durare poco?

«Nessun amore nasce senza l'illusione di durare. Anche la persona più scettica o resa scettica dalla vita, se incappa in un innamoramento, anche se non lo dice, istintivamente è portato verso la durata. Mi hanno sempre intrigato il tipo d'amore della poesia trecentesca del "Dolce stil novo", un amore che prescinde dall'incontro dei corpi, e l'altro tipo di amore che c'è da parte di una persona ma che non è ricambiato. Ci sono degli amori non ricambiati che sono delle costruzioni favolose e straordinarie, rispetto alla propria esperienza e identità profonda, come l'amore di Emily Dickinson o di Emily Brontë, due ragazze vissute dentro a una stanza che hanno saputo far cantare l'amore come raramente succede».

Nel tuo libro c'è la storia di un amore non ricambiato, che si affida a delle lettere attraverso cui chi ama si rivolge e scrive a una donna.

«Normalmente le donne con l'amore hanno molta più pratica, capacità, profondità degli uomini che spesso, sul fronte dell'amore, sono confusi e distratti. La cosa mi è riuscita facilmente anche perché per me il racconto è favola, in quanto descrizione non realistica della realtà. Non l'ho detto io, ma Oscar Wilde. La realtà è così complessa che se uno pensa di catturarla fotografandola si illude , si dà una martellata su un piede. Da che mondo è mondo, attraverso la favola hai la possibilità di succhiare la realtà e nello stesso tempo starne fuori. La favola sembra che ti porti chissà dove, ma in realtà è piena di cocci, di punte che ti si infilano sotto i piedi, delle cose più tremende. Scrittori, come Wilde e Calvino, che si sono sempre dimostrati interessati alla favola, vivevano in quest'ottica. Calvino ha cominciato come scrittore realista con un capolavoro "Il sentiero dei nidi di ragno", ma ha capito che in quel libro ha corso un grandissimo rischio che è quello degli scrittori neorealisti che avevano cominciato a fare i fotografi e gli imitatori della realtà. La realtà per rappresentarla non devi imitarla, devi suggerirla e la favola offre ottime possibilità in questo senso. La favola non è mai buona o solo buona, anche se si conclude con la formula "e vissero felici e contenti", ma prima di arrivare a quel felici e contenti è successo di tutto».

Un libro sull'amore, su un tema che va di moda sempre. Tu segui le mode del mercato?

«Io me ne infischio delle mode e dei consigli degli editori che ti suggeriscono di scrivere su determinati argomenti. Per questo cambio sempre editore, per non legarmi con nessuno. Io non cerco lettori, nel senso che io stimo a tal punto il lettore che non lo prendo mai in considerazione quando scrivo. Io non scrivo mai pensando a un lettore, io scrivo per me stesso. Io non do al lettore quello che lui si aspetta di avere, non devo colmare un suo bisogno, meno che mai un bisogno indotto, se mai un bisogno profondo che gli è ancora ignoto e sconosciuto».

L'amore in te non è mai volgare, esibito, malizioso o maligno.

«Io non tratto l'amore della commedia all'italiana, ma l'amore in un'ottica quasi mistica, cioè l'amore che uno vive da adulto in termini di assolutezza sia pure ridimensionata dall'esperienza».

La tua prosa è musica, è poesia, è lirica

«Io inseguo sempre l'ossessione musicale. Ci sono partiture più distese, come nella prosa, e partiture più sincopate, come nella poesia. Ma sempre di poesia si tratta».

La tua scrittura è autobiografica?

«Io non scrivo mai di me stesso, ma quello che m'interessa è rovesciarmi, raccontare la vita degli altri, non la mia».

nr. 38 anno XV del 23 ottobre 2010

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