NR. 01 anno XXV DEL 01 FEBBRAIO 2020
la domenica di vicenza
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Un volume su “La droga, una Caporetto italiana”

di Laura Campagnolo

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Un volume su “La droga, una Caporetto italiana”

Arrivò poi quel tragico 1994...

«Sì. Il 1994 è l'anno in cui è morto mio figlio. Mi sono fermata con la mia attività di scrittrice per  gravi motivi: dovevo accudire Roberto. Ho passato al suo capezzale 42 giorni e 42 notti. Ogni tanto mi dava il cambio mia figlia per lasciarmi andare a casa il poco tempo necessario. Ero sempre in ospedale con lui, mangiavo e dormivo là: a casa non sarei stata in grado di bere nemmeno un bicchiere di acqua! Mentre gli ero vicino gli leggevo le storie, ma lui non poteva rispondermi. La malattia lo aveva colpito al cervello, a malapena riusciva ad aprire e a chiudere gli occhi. Se ne andò in un soffio, con in sottofondo solo il rumore dalle macchine cardiocircolatorie. In quel momento me lo sentii entrare dentro, mi sentii avvolta in un manto leggerissimo, ma caldo, come se lui fosse stato accolto da qualcuno che lo amava più di me».

Come può una madre reagire alla una morte così tremenda del proprio figlio?

«Non lo so. La mia forza è stata quella di riuscire ad entrare in simbiosi con gli altri, a capire le persone a prima vista. Sono sempre stata molto fragile, ma in quei giorni trovai una forza che non mi aspettavo. Finché avrò fiato continuerò a combattere la droga. Alcuni, dopo la scomparsa di un proprio caro, tendono a dimenticare. Io invece non potevo, e continuai per tre anni e mezzo a scrivere questo libro».

C'è una lettera molto commovente a metà del libro in cui viene descritto un episodio in prima persona: si tratta di uno scritto di suo figlio Roberto?

«Questa lettera l'ho trascritta io, ma le parole sono di Roberto. Era appena tornato a casa dopo un giro in centro, e mi raccontò della sua caduta: "Sono caduto, ma la gente invece di aiutarmi, si allargava e passava. Ho fatto fatica ad alzarmi, tremavo tutto, è stato terribile". Sotto invece si legge un altro scritto, sono alcune riflessioni che ho messo assieme ritrovando dei suoi bigliettini. In uno, ricordo bene, c'era scritto: "La droga è peggio di una pistola in tasca"».

Ci spiega il titolo, eloquente, che associa la tragica esperienza della droga ad una delle pagine più dolorose della nostra storia recente?

«Il titolo di questo libro paragona la situazione italiana alla Caporetto della guerra mondiale: la disfatta di Caporetto costò 11 mila morti, 19 mila feriti, 300 mila prigionieri, una fiumana di uomini e mezzi in fuga attraverso ponti del Tagliamento sul Piave. I soldati privi di ordini rimasero allo sbaraglio. Come Caporetto, anche il disastro della droga ha ucciso e reso prigionieri centinaia e migliaia di giovani: è una catastrofe della gioventù che ha creato un buco nero nel futuro. I morti sono stato molti di più che a Caporetto. Secondo i dati contenuti nella Relazione annuale della Direzione centrale dei Servizi antidroga del Viminale, nel 2008 si sono avuti in Italia 502 morti per overdose, da sommare ai circa 22 mila del 1973, anno in cui ho cominciato a tenere conto delle morti. A Vicenza i decessi sono stati 167 a cui vanno sommate le vittime dell'AIDS, infettati iniettandosi eroina con lo scambio di siringhe. L'80% dei tossicodipendenti era sieropositivo. Qualcuno è sopravvissuto, ma la maggior parte sono morti. La differenza con Caporetto è, invece, che la lotta alla droga dura da cinquant'anni e non si vede all'orizzonte né la linea del Piave, né quella di Vittorio Veneto. Questo mio libro vuole evitare almeno la Caporetto della memoria».  

Come vede le situazione oggi?

«La situazione ora è peggiorata. Ogni fine settimana, negli scarichi delle fogne di Milano, si trova un chilo e mezzo di cocaina. Milano è la roccaforte della ‘Ndrangheta e di pericolose operazioni di riciclo e di spaccio. Una volta poi i tossicodipendenti si drogavano per rivalsa e protesta, adesso invece i ragazzi si drogano per sballo. Il problema sono le famiglie troppo assenti, ai nostri incontri partecipano in pochi. È sbagliato chiudersi e vergognarsi della piaga della droga. La gente dovrebbe imparare a farsi educare e i genitori dovrebbero partecipare: cercare aiuto è la prima cosa da fare. Vorrei avere un microfono per gridare il mio dissenso verso un gruppo politico incapace di dare il sostegno che il popolo si aspetta e merita».   

Finalmente, però, dopo anni di lotte, qualche soddisfazione è arrivata, qualche muro è stato abbattuto...

«Certo. All'inizio mettevano una grossa catena dove c'erano le celle, così si capiva subito che uno era morto di AIDS. A Padova addirittura venivano messi da una parte, come si faceva con i morti della peste. Una volta capitò che morì un ragazzo, e la sorella mi chiese aiuto per poterlo vestire, quando ancora chi moriva di AIDS veniva semplicemente avvolto in un lenzuolo. Le dissi di portare i vestiti e l'aiutai a vestirlo in modo che, una volta sistemato, nessuno più lo toccasse. Scrissi una lettera al Ministro della Sanità di allora e al presidente Scalfaro. Mi conquistai una pagina intera sull'Avvenire. Dopo qualche giorno mi telefonò la segreteria del presidente dicendo che avrebbero preso in considerazione la mia denuncia. Parlai anche con Rosi Bindi. Piano piano qualcosa si è mosso, ma ci sono voluti anni».

 

nr. 40 anno XV del 6 novembre 2010

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