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Il cinese fa media

Boom a favore dell’insegnamento della lingua cinese nelle scuole, moda o investimento didattico? Ad aprire la strada è stato il Pigafetta di Vicenza

di Pietro Omerini Zanella
pedro-zanna@hotmail.it

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Il cinese fa media

«Il linguaggio è un impoverimento del pensiero». Diceva, probabilmente a torto, Giuseppe Prezzolini.

Un'affermazione che non trova riscontro nell'epoca del villaggio globale, dove in un mondo fattosi piccolo e senza veri confini, conoscere più lingue e linguaggi sembra la più apprezzata delle virtù moderne.

In questo senso, dopo generazioni di genitori che raccomandavano ai propri figli: «Studia l'inglese che è importante», la nuova frontiera del sapere linguistico ha un alfabeto di ideogrammi e si chiama cinese.

Piaccia o non piaccia, si tratta della lingua più parlata al mondo, davanti a inglese e spagnolo, e, forse proprio per questo, in tutta Italia sempre più licei hanno deciso di inserire il cinese nella propria offerta formativa.

Come recentemente sottolineato dal Corriere della Sera in un articolo dedicato all'argomento, il primo istituto superiore dello Stivale ad adottare un corso di mandarino è stato il liceo classico Pigafetta che, già nel 2005, ha dato il via alla sperimentazione.

Da allora, in molti hanno seguito l'esempio, tanto che da quest'anno il cinese entra a far parte delle materie curricolari per i licei linguistici, insomma, nello specifico, il cinese fa media come la matematica o l'italiano.

Nelle università e nel circuito accademico continua la discussione sulla possibilità o meno che una lingua così complicata, almeno per gli occidentali, potrà mai diventare un veicolo commerciale forte come l'inglese, che dalla sua ha, tra le altre cose, una grammatica non troppo complessa e un alfabeto che inizia con la lettera A e finisce con la Z. La tigre cinese però avanza, nel mercato, come altrove. Resta da capire cosa possa spingere uno studente a tralasciare il francese, o una qualunque delle altre lingue "tradizionali" per avventurarsi verso i misteri dell'oriente.

«I ragazzi non scelgono da soli - spiega Giorgio Corà, preside del Pigafetta - sono aiutati dai familiari e dagli amici, in generale da quello che possiamo chiamare il loro ambiente. In molti capiscono l'importanza di questa lingua da un punto di vista commerciale. Anni fa, si guardava al tedesco e prima al francese, poi è stata la volta dello spagnolo, si trattava della lingua di uno stato in crescita, non solo economica, penso al mondo della musica e della cultura in generale, per molti lo spagnolo è diventato la lingua delle vacanze. Oggi in molti vogliono cogliere l'opportunità di avvicinarsi al cinese, che è la lingua di un Paese in crescita sia economica che culturale e poi penso che a quell'età si senta il fascino del mistero orientale».

Scegliere di studiare il cinese, però, non può essere solo una questione di tendenze, che comunque contano, anche nella scelta di quale percorso di studio intraprendere.

«La lingua è un universo - continua il Professor Corà - dominarne una è molto difficile. Superato lo scoglio dell'alfabeto, però, il cinese ha una grammatica non troppo complicata. La prima certificazione internazionale che il governo cinese offre, l'HSK, richiede la conoscenza di mille caratteri, gli studenti del linguistico che fino all'anno scorso avevano solo tre anni di corso (da quest'anno il cinese potrà essere scelto anche dagli studenti di prima superiore e non solo dal triennio) imparavano circa milleseicento caratteri, poi è ovvio che se uno studente vuole approfondire dovrà impegnarsi all'università o con altri corsi. Posso però dire che in questo caso i ragazzi del Pigafetta che hanno fatto questa scelta all'università partiranno avvantaggiati. Il cinese é una scommessa che abbiamo fatto per coniugare cultura ed economia senza pensare a posizioni astratte».

Una scommessa, che al momento il Pigafetta sembra star vincendo, visto il progressivo aumento di studenti interessati al Cinese.

Poco importa se economia e politica sembrano sempre più spesso subire il fascino delle barriere doganali, ancora una volta il mondo della scuola sembra avere più chiaro di altri quali siano i nuovi orizzonti a cui guardare. Del resto, oltre gli scambi commerciali e la potenza economica cinese, la comunità asiatica in Italia, come in tutta Europa, continua ad aumentare.

Non resta, dunque, che accettare la novità, e mettersi l'animo in pace. Tra qualche decennio, probabilmente, assieme a le pop star di lingua inglese, su MTV sarà facile incontrare cantanti dai lineamenti asiatici. Niente di nuovo per chi da anni subisce l'inconsistenza di ottime melodie accompagnate da testi incomprensibili, poiché stranieri: una nuova lingua, un nuovo circuito comunicativo, per chi del cinese non ha paura.

 

nr. 01 anno XVI del 15 gennaio 2011

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