NR. 43 anno XXVIII DEL 23 DICEMBRE 2023
la domenica di vicenza
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Il vecchio doroteismo delle campagne vicentine da sempre nemico della cultura anche popolare

Il problema di una incomprensione dei temi e dei problemi di un settore importante nella vita pubblica ritorna a causa delle ristrettezze economiche che privilegiano i tagli in questo settore

di Giuseppe Brugnoli

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Il vecchio doroteismo delle campagne vicentine da

Ai tempi belli del doroteismo imperante dalle nostre parti, vigeva nella politica locale una massima che era diventata proverbiale: "la cultura non fa voti". Essa faceva il paio con un altro assunto apodittico: "tette, soldi e voti non ce ne sono mai abbastanza". Era in sostanza una lezione di vita, che, alla fine della Democrazia Cristiana travolta da Tangentopoli, è passata pari pari ai suoi eredi naturali, costituiti dai seguaci di Berlusconi e da quelli di Bossi. Ma, se in Forza Italia persistevano nostalgie culturali o culturaleggianti, nel sodo pragmatismo della Lega non c'era posto per divagazioni, e, tenuto fermo il proverbio fondamentale e fondativo per cui la cultura non fa voti, si è lasciato volentieri ai seguaci del Cavaliere la prima parte del trittico successivo, quello che riguarda le tette e i soldi, per rimanere fermamente attaccati all'ultimo elemento, quello che concerne i voti.

Si capisce dunque come non soltanto dalle nostre parti, ma anche in tutti i luoghi d'Italia dove la Lega ha un presenza importante quando anche non determinante, i problemi della cultura passino in seconda fila di fronte a tanti altri, e come, nel momento della stretta economica che costringe a tagli spesso impietosi e sempre antipatici, si preferisca togliere mezzi al settore cultura rispetto ad altri settori che sono ritenuti non tanto più importanti, quanto più produttivi e quindi più indispensabili. Si capisce anche, forse, perché il buon Sandro Bondi [a destra], ministro della cultura, sia oggi in profonda crisi psicofisica, tanto da meditare e perfino annunciare le sue dimissioni dall'importante incarico. Qualcuno dice che l'impossibilità di procedere a necessari interventi per il settore al quale presiede, per gli scarsissimi stanziamenti statali al suo dicastero, sia all'origine di una sorta di complesso di inferiorità del ministro della cultura nei confronti di altri colleghi ben più dotati di mezzi economici, qualche altro dichiara senza mezzi termini che egli è stato sottoposto ad una vera e propria persecuzione da parte di esponenti della sinistra, per il solo fatto che un tempo egli militava nel PCI, e che per questo egli non può fare neppure una pubblica dichiarazione, come ad esempio le sue profferte di amore e fedeltà al premier Berlusconi, senza essere dileggiato e svillaneggiato da ex compagni che non gli perdonano di avere a suo tempo saltato il fosso. Come che sia, nei suoi confronti è stata anche presentata una mozione in cui si chiedeva che egli fosse sollevato dall'incarico ministeriale, solo perché un muro in cemento fatto erigere da Sovrintendenti alle antichità della Campania durante precedenti governi era crollato sui ruderi della casa dei gladiatori a Pompei. Forse l'ex sindaco di Vicenza dottor Enrico Hüllweck [a sinistra], attuale direttore generale al ministero della cultura, sarebbe in grado di offrire la giusta interpretazione ai patemi del ministro di cui è stretto collaboratore, ma ovviamente noi ci asteniamo dall'interpellarlo su un argomento tanto delicato, con domande alle quali del resto il suo naturale riserbo e la sua correttezza professionale gli impedirebbero di rispondere.

Resta comunque il fatto che attualmente la cultura, con i suoi tanti problemi di conservazione, di rivalutazione e di promozione, costituisce un po' melanconicamente la cenerentola degli interessi e quindi degli interventi pubblici, mentre la richiesta del ricorso agli interventi privati non riesce a decollare, per il fatto che essi non sono adeguatamente sostenuti da agevolazioni da parte dei pubblici poteri. Solo le banche e le fondazioni che da esse promanano sono oggi in grado di intervenire in soccorso di eventi e soprattutto di monumenti, ma, mancando qualsiasi programmazione a livello pubblico, dallo Stato alle Regioni alle Province ai Comuni, si assiste più che altro ad iniziative che trovano rilevanza sotto la voce aziendale "pubblicità e propaganda" che sotto la voce "contributo culturale sostitutivo dell'intervento pubblico". In sostanza, rimane ancora inascoltato e quindi inevaso l'appello che a suo tempo fece il ministro De Michelis, di cui oggi rimane soltanto la ormai famosa definizione per cui l'Italia ha ancora l'ottanta per cento dei cosiddetti "giacimenti culturali".

È certamente vero, ma è anche vero che questo patrimonio unico e irripetibile si va gradatamente dilapidando attraverso le esportazioni legittime o truffaldine di reperti antichi di tutti i generi nei musei e nelle collezioni private di tutto il mondo, attraverso la naturale erosione e distruzioni di materiali lapidei o manufatti, attraverso la mancata valorizzazione o la valorizzazione ai fini esclusivi di interessi privati, di monumenti che testimoniano la grandezza dell'arte italiana nei luoghi dove furono eretti e dove sono ancora conservati.

Per giungere a noi, sappiamo tutti benissimo che il grande patrimonio delle ville venete, di cui le ville vicentine sono una parte rilevante e le ville palladiane formano il cuore, è quasi totalmente invisitabile se non con scarsi percorsi dettati dall'interesse, culturale o meno, dei privati proprietari. Sappiamo anche che i nostri spettacoli al teatro Olimpico, gioiello unico al mondo, sono di fatto riservati ad un pubblico di pochi residenti che si tramandano il privilegio di stagione in stagione, mentre formerebbero una formidabile attrazione del turismo culturale a livello internazionale. Sappiamo anche tutti che, se dalle nostre parti arriva un visitatore straniero amante dell'arte, non chiede di vedere una collezione di ventagli cinesi che magari figura in qualche nostra collezione, ma di vedere quello che la nostra arte ha prodotto nei secoli e magari sta ancora producendo.

 

nr. 09 anno XVI del 12 marzo 2011

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