NR. 43 anno XXVIII DEL 23 DICEMBRE 2023
la domenica di vicenza
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Arnaldo Fusinato: un dimenticato nelle celebrazioni per l’Unità d’Italia

Il poeta e patriota scledense è autore de “Le ultime ore di Venezia”, che celebrò la rivolta della città lagunare contro gli austriaci e che da allora ebbe grande successo nelle ricorrenze popolari

di Giuseppe Brugnoli

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Fusinato

Il 17 marzo, giorno in cui si è celebrata con il canto dell'inno di Mameli la proclamazione del Regno d'Italia avvenuta 150 anni fa, c'era anche un'altra ricorrenza patriottica: proprio il 17 marzo, ma dell'anno 1848, erano cominciate contemporaneamente le rivolte contro la dominazione austriaca di Vicenza, di Venezia e di Milano, seguite il giorno successivo dalla dichiarazione di guerra fatta da Carlo Alberto Re di Sardegna all'Austria, con l'inizio della prima guerra di indipendenza. Nulla di strano nella contemporaneità dei moti rivoluzionari a Vicenza e nei capoluoghi della Lombardia e del Veneto: il 17 marzo era giunta in Italia la notizia che quattro giorni prima erano scoppiate ribellioni a Vienna, capitale dell'impero austroungarico, e l'occasione era parsa propizia anche ai patrioti italiani per una spallata che avrebbe dovuto essere decisiva per l'occupazione straniera. L'occasione avrebbe potuto essere propizia anche nei giorni nostri nell'ex Lombardo Veneto austriaco per celebrare, sempre il 17 marzo, non la proclamazione di un Regno che prima che d'Italia era del Piemonte, ma l'inizio di movimenti di liberazione che non avrebbero dovuto portare all'annessione da parte del Regno di Savoia, ma ad una nuova libertà regionale, che se in Lombardia si riallacciava direttamente all'Italia napoleonica, a Venezia, per merito di Daniele Manin, che era stato l'ultimo doge della Serenissima, mirava alla ricostruzione della Repubblica di Venezia.

Ma nel Veneto, e in tutte le vaste terre che furono per quattro o cinque secoli parte integrante della Serenissima, nessuno si è mosso a rivendicare una data indubbiamente più significativa di quella del 1861, che significa soprattutto il ritorno all'Italia sabauda del Regno delle Due Sicilie, e, mentre l'inno di Mameli è tornato ad essere cantato dalle Alpi al Lilibeo per ricordare le guerre risorgimentali che portarono con l'Unità d'Italia a farlo diventare l'inno nazionale, nessuno si è ricordato di un'altra composizione poetica che vide la luce solo un anno dopo "Fratelli d'Italia", il quale fu pubblicato nel 1847, e che fu intitolato dall'autore "Le ultime ore di Venezia" per celebrare la rivolta della città lagunare e la sua strenua resistenza agli austriaci, culminata nella capitolazione del 27 agosto 1849, un anno e mezzo dopo l'inizio della ribellione.

L'autore, Arnaldo Fusinato, è ricordato oggi soltanto da chi imparò a suo tempo, preferibilmente alle elementari, la sua poesia melanconica, romantica e patriottica, che nessuno cita più, quasi a vergognarsi di aver dovuto a suo tempo tenerla a memoria. Ma se "A Venezia" non fu musicata come "Fratelli d'Italia", e quindi non ebbe la facile popolarità della lirica di Mameli, la composizione poetica del Fusinato può rivendicare nei confronti della quasi contemporanea consorella l'uso di una lingua italiana più accessibile e comprensibile, tale da farla classificare immediatamente, al contrario del testo di quello che è diventato l'inno nazionale, tra le opere di poesia popolare più riuscite, e di pronta presa in un vasto pubblico.

Ma nella storiografia ufficiale del Risorgimento italiano Arnaldo Fusinato non ebbe mai buona stampa, forse perché il giovanotto sclendense che compose l'inno "A Venezia", figlio di una modesta famiglia piccolo borghese e goliarda fuori corso, non poté mai essere confrontato al giovanotto Goffredo Mameli, figlio di un contrammiraglio della marina sarda, mazziniano e garibaldino, che alla patria non dedicò soltanto un inno guerresco, ma anche la vita, morendo a Roma nel 1849 per la ferita riportata al Gianicolo combattendo per la difesa della Repubblica romana.

Nella monumentale "Storia della letteratura italiana" diretta da Emilio Cecchi e Natalino Sapegno, Arnaldo Fusinato «combattente della prima guerra d'indipendenza, promotore di accanite battaglie giornalistiche anticlericali» è bruscamente liquidato come «un liberale ultraconservatore» e «le sue novelle in versi propagandano il più incondizionato conformismo sociale e morale». Anche le sue poesie giocose «sono improntate ad una comicità gretta e sguaiata» e la critica di costume «si limita all'espressione di un qualunquismo goliardico». Ma per fortuna, annota il recensore, ci sono anche i «più accettabili componimenti patriottici», tra cui "A Venezia" in cui «le pose letterarie, gli stridori di linguaggio... non alterano il romantico empito di commozione». Meglio il vicentino Anco Marzio Mutterle che nell'altrettanto monumentale "Storia della cultura veneta", che rimane davvero un vero e proprio monumento eretto da Neri Pozza alla nostra regione, scrive che Arnaldo Fusinato «presenta una sua puntualità di interessi come autore politico e cantò la caduta di Venezia nel 1849 con versi indovinati e divenuti presto popolarissimi» e che in lui la «vocazione ad osservare costumi e comportamenti si fa discorso cosciente sulla società del tempo, svincolato dalle singole emergenze politiche».

Ma, come si diceva, in questo frangente delle celebrazioni unitarie nessuno ha rammentato Arnaldo Fusinato, né Schio dove è nato, né Verona dove è vissuto e morto, né Venezia alla quale egli ha dedicato il canto più famoso sulla sua rivolta agli austriaci, né Vicenza alla quale, nella battaglia del 1848 che finì con la disfatta degli insorti il 10 giugno, dedicò la sua prima opera di carattere patriottico. "Il canto degli insorti".

Oggi di lui rimane, nelle lontane reminiscenze di qualche vecchiotto nostalgico, soltanto qualche brano di "A Venezia", soprattutto il martellante ritornello «Il morbo infuria/ il pan ci manca/ sul ponte sventola/ bandiera bianca!», buono quasi soltanto per richiamare, durante una riunione conviviale un po' goliardica, l'attenzione del cameriere a rifornire il cestello rimasto vuoto del pane e dei grissini.

 

nr. 12 anno XVI del 2 aprile 2011

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