NR. 43 anno XXVIII DEL 23 DICEMBRE 2023
la domenica di vicenza
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Antonio Crisafi ritorna alla narrativa con un romanzo dedicato agli anziani

“I vecchi, una volta, avevano cinquant’anni” è l’ultima produzione dell’operosa “senectus” dell’autore, il quale ritorna nelle librerie vicentine e messinesi con questa operazione all’insegna dell’amarcord

di Mario Bagnara
mario.bagnara@fastwebnet.it

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Antonio Crisafi ritorna alla narrativa con un roma

A meno di un anno di distanza dall’antologia di quattro racconti Giustizia imperfetta, probabile e ingiusta e quella giusta esiste?, presentata su questo giornale in una intervista dello scorso 17 luglio, Antonino Crisafi [a des.] ritorna nelle librerie vicentine e messinesi (la casa editrice Kimerik è di Patti) Antonio Crisafi ritorna alla narrativa con un roma (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica)con il preannunciato romanzo amarcord. Il significativo titolo I vecchi, una volta, avevano cinquant’anni, anche se in un secolo il significato di vecchiaia – dal punto di vista di media anagrafica – è molto mutato, trova una significativa smentita nel fecondo attivismo narrativo ed editoriale del quasi settantaseienne autore, giunto alla sua quinta opera, dopo le iniziali Il mal d’Arma, Il mal d’Alma e Misteri e leggende di Sicilia, fra mitologia, storia e cronaca.

E in questa sua operosa senectus lo fa cimentandosi felicemente in un genere completamente nuovo rispetto alle precedenti esperienze: un avvincente romanzo che, sia per la trama incalzante che per lo stile efficace, cattura il lettore fin dalle prime pagine.

Viene spontaneo chiedergli che cosa glielo abbia ispirato.

«Quando da bambino guardavo le persone che avevano circa cinquant’anni, le immaginavo già vecchie ed in effetti nell’immediato secondo dopoguerra, negli anni ‘40/’50, la vita media degli uomini era molto bassa e morire di vecchiaia fra i sessanta e i settanta anni era una cosa naturale. Le donne specialmente, tutte con i capelli bianchi, dimostravano anche più degli anni che avevano. Del resto c’era ancora solo qualche parrucchiere ed erano pochissime le donne che potevano permetterselo. Gli uomini, molti dei quali scampati per miracolo al disastro della terribile seconda guerra mondiale, mostravano ampiamente i segni del tempo. Ed ecco la ragione del titolo del romanzo “I vecchi, una volta, avevano cinquant’anni”.

La storia raccontata si ispira certamente al Gattopardo, ma su piani e tempi totalmente diversi.

Mentre don Fabrizio, il Gattopardo, prevede già nel 1860 che quanto prima sarebbe venuto meno il potere della nobiltà con l’avanzare della borghesia, don Lorenzo, il protagonista del mio romanzo, all’inizio del ‘900 vive la decadenza dell’aristocrazia e ne è anche una vittima, tanto che è costretto all’umiliazione dell’emigrazione.

L’ispAntonio Crisafi ritorna alla narrativa con un roma (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica)irazione del romanzo, quindi, nasce da una parte dalla constatazione di quando ero bambino sui vecchi di allora e dall’altra dall’inevitabile tramonto dell’aristocrazia agli albori dello straordinario XX secolo».

E il contenuto di 175 pagine, distribuito in ventisei agili capitoli i cui titoli segnano già il robusto scheletro dell’articolata vicenda, presenta tutti gli ingredienti di un romanzo vero e proprio.

In un arco di tempo che coincide perfettamente con i 64 anni del protagonista barone don Lorenzo (1975-1939), segnato, nella parte centrale, dalla dura, ma nello stesso tempo per lui molto stimolante, esperienza del disastroso terremoto di Messina del dicembre 1908, e in uno spazio che all’interno della cornice messinese, dalla “perla dei Peloritani” spazia anche a Venezia (per il viaggio di nozze), Vicenza e Asiago (per il richiamo alle armi nella fase finale della prima guerra mondiale), New York (4 anni di emigrazione, dal 1921 al 1925), si muovono con le loro idee e i loro sentimenti vari personaggi, tutti correlati ai due protagonisti. In primo piano, dall’inizio alla fine, don Lorenzo che, giovane “spendaccione e nullafacente”, matura attraverso dolorose esperienze che, oltre al terremoto, comprendono anche il conseguente dissesto finanziario e quindi l’emigrazione americana che in soli quattro anni gli permette uno strabiliante riscatto come testimonial della moda Italian Style e quindi il ritorno alla sua Sicilia da trionfatore con la sua Cadillac. Nella sue vicende si può così cogliere la trasformazione di una società che segna, come è precisato nella Prefazione, la fine del potere dei nobili e l’inizio di una nuova era ove il potere si trasferisce verso l’alta borghesia e verso la politica. Egli stesso, tornato alla pace della sua terra, al figlio Tanino dichiara: «Io sto pensando che è ora di lasciare da parte ogni ambizione aristocratica e di valorizzare il lavoro, che è ciò che davvero conta oggi e non più la nobiltà».

Accanto a lui però, solo apparentemente in secondo piano, la determinante figura della moglie Concettina, una semplice borghese, con il suo amore sino alla fine devoto, tenero, intenso e passionale. Davvero una coppia che, dopo le scappatelle giovanili del barone, esalta il valore della famiglia, ereditato poi, insieme con il patrimonio, dall’unico figlio Gaetano il quale, sposando la maestrina Antonietta, ne rallegra la vecchiaia con tre simpatici nipoti, Lorenzo, Sabatino e Antonio, detto Ninuzzu.

La coincidenza della data di nascita di quest’ultimo, prediletto, nipote di don Lorenzo, voce narrante di tutto il racconto in flashback, con quella dell’autore (1935), esige qualche spiegazione sul, non del tutto casuale, autobiografismo del racconto.

«SulAntonio Crisafi ritorna alla narrativa con un roma (Art. corrente, Pag. 1, Foto generica) libro – dichiara Crisafi – è chiaramente scritto che ogni “eventuale riferimento a nomi di persona, luoghi, avvenimenti, fatti storici, siano essi realmente esistiti o esistenti, è da considerarsi puramente casuale”. Quindi, è puramente casuale che io abbia avuto un nonno barone, vissuto a cavallo dell’800 e del ‘900, che si chiamava don Lorenzo e che sia morto di vecchiaia a 64 anni, vegliato dalla sua fedele moglie borghese, mia nonna, Concettina e che io, avendone visto la bara da bambino, non me ne sia mai più dimenticato. Così come è un caso che il figlio di don Lorenzo si chiamasse Gaetano, come mio padre, ed avesse sposato la maestrina appena giunta in paese.

Tutto il resto è romanzo!

Infatti, non è nominato il casato di don Lorenzo, così come non è indicato il paese dove si svolge la vicenda.

Altra coincidenza riguarda lo stemma araldico del barone don Lorenzo, del romanzo e di mio nonno: un leone rampante su un interzato di rosso, argento e nero».

Si comprende quindi bene perché questo romanzo, oltre ad essere uno spaccato di un interessante periodo storico-sociale della Sicilia, con tutti i suoi problemi, non ultimo quello della mafia, si possa leggere anche, e soprattutto, come un tenero atto d’amore di un figlio che, pur profondamente radicato e affermato al Nord, conserva ancora vivo il fascino della sua terra i cui commossi riferimenti paesaggistici costituiscono una stupenda scenografia del racconto. E qui il prosatore Crisafi, già autori di versi, si fa poeta ispirato. E dopo che le idilliche annotazioni hanno spesso accompagnato i protagonisti soprattutto nelle loro gioiose passeggiate sul tradizionale calessino, allietate dalla “bella voce” del barone, appassionato cultore della musica lirica, in un contesto paesaggistico dominata da una specie di “sinfonia di colori, di suoni e di profumi…”, il sereno tramonto del carismatico barone è segnato dal «sole che faceva capolino fra gli alberi, spogli delle ormai ingiallite inutili foglie malinconicamente cadute per l’inoltrarsi dell’autunno, irradiando i suoi raggi vitali che si andavano affievolendo e annunciando che il giorno si stava spegnendo».

 

nr. 19 anno XVI del 21 maggio 2011

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